Il tema della pensione e della sua riforma che anima queste settimane e che scalderà ancora di più il dibattitto da settembre in poi, non può lasciarci senza riflettere sul fatto che la pensione INPS non sarà sufficiente, qualunque essa sia, senza un'integrazione realizzata privatamente. L'incertezza che monta in queste ore sul futuro del sistema pensionistico devo portare a considerare come gestire al meglio una fonte di possibile reddito futuro. Il trattamento di fine rapporto, maturato da chi ha un contratto di lavoro di dipendenza, è un accantonamento che al termine della prestazione lavorativa darà un'integrazione alla pensione. A tal proposito è da chiedersi se sia più conveniente lasciare il TFR in azienda oppure cogliere l'opportunità di destinarlo ad un fondo pensione?

Cosa è il TFR

Il trattamento di fine rapporto è una somma che il datore di lavoro è obbligato ad accantonare ogni mese a favore del dipendente con cui ha un contratto di lavoro. Lo stabilisce il codice civile all’art. 2120, che dispone quanto segue:

In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto a un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5. La quota è proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.

Il TFR non è altro che una somma accantonata anni dopo anno, di "proprietà" del lavoratore e che il datore di lavoro deve liquidare in caso di cessazione del rapporto di lavoro. Lo stesso TFR se trattenuto in azienda per più di 8 anni può anche essere richiesto anticipatamente dal lavoratore fino al 70% ma solo per determinati motivi come l'acquisto della prima casa anche per i figli documentato con atto notarile, la ristrutturazione della prima casa, spese mediche.

Non è detto che il datore di lavoro anticipi il TFR richiesto, perchè il suo obbligo si ferma se ha già concesso l'anticipazione al 10% dei lavoratori aventi diritto e comunque nella misura del 4% del numero totale dei dipendenti .

Ogni quota di trattamento di fine rapporto va ad incrementare il montante che, con cadenza annuale, viene rivalutato dell’1,5% in misura fissa e del 75% dell’inflazione stabilita ogni anno dall’Istat.

TFR: cosa succede se l'azienda fallisce

La domanda è legittima soprattutto in questo periodo in cui si è assistito a chiusure di tante attività. Indipendentemente dal numero dei dipendenti con contratto di lavoro subordinato, il datore di lavoro è chiamato ad accantonare il TFR e liquidarlo alla fine del rapporto di lavoro stesso sia esso a tempo indeterminato che determinato. Negli anni il TFR accantonato in azienda ha rappresentato per le imprese stesse una liquidità aggiuntiva su cui contare. Ma cosa succede se un'azienda fallisce? Il TFR si perde? Se l'azienda chiede la procedura di fallimento evidentemente non ha la liquidità per pagare fornitori, gli stipendi ai dipendenti e si troverà in forte difficoltà nella liquidazione del TFR. Ma questo non vuol dire che l'azienda fallita non pagherà il TFR. Perchè la legge, come abbiamo riportato prima, garantisce al lavoratore che al termine del rapporto di lavoro, il TFR sia liquidato.

Nel caso di fallimento dell'azienda però la procedura è un po' diversa. 

TFR e fallimento azienda: come procedere

Anche se l’azienda fallisce il lavoratore dipendente licenziato ha diritto al suo TFR e a garanzia delle somme dovute esiste un fondo di salvaguardia dell’INPS che, con una semplice istanza, permette al dipendente di ottenere le somme avanzate.

Per attivare l'istanza però si deve attendere l'esecuzione della procedura di fallimento avanzata dal datore di lavoro. Quando l'azienda dichiara fallimento, il lavoratore deve presentare una richiesta di ammissione al passivo aziendale che deve essere inviata al Curatore fallimentare che ha nominato il tribunale. Per reperire il nominativo del Curatore Fallimentare basta consultare la sentenza di fallimento o richiederlo in tribunale.

Il giudice di turno incaricato dell'udienza di fallimento accerterà l'elenco dei creditori insinuati al passivo societario tra cui il lavoratore con pendenze sia retributive che del TFR. La copia dell'udienza servirà al lavoratore affinché la inoltri all'Inps per poter supportare la richiesta di pagamento del TFR mediante il fondo di garanzia istituito presso l'Inps.

TFR: cosa si può fare dal 2005

Dal 2005 i dipendenti subordinati possono decidere liberamente di cosa fare del proprio TFR. Il Decreto Legislativo 252/2005 non obbliga più a trattenere il TFR in azienda, ma mette il lavoratore nella condizione di fare una scelta libera se lasciare il TFR in azienda oppure destinarlo ad un fondo pensione, sia esso chiuso o aperto, cioè ad un fondo della categoria di lavoro o ad un fondo libero. Si tratta dei fondi complementari per la pensione, che consentiranno al lavoratore di ritrovarsi a fine lavoro con un gruzzoletto fatto dal TFR, ed anche da versamenti aggiuntivi personali e del datore di lavoro. 

In base all’art. 1, comma 2, del decreto citato, l'adesione alla previdenza complementare, destinando il trattamento di fine rapporto, è libera e volontaria.

La scelta però deve essere operata entro sei mesi dalla data di assunzione. Anche il silenzio-assenso vale, e nel caso specifico il TFR sarà dirottato ad un fondo pensione. Quindi la scelta del lavoratore sarà per una destinazione del TFR ad un fondo pensione oppure al suo mantenimento in azienda. 

TFR: come funziona la scelta del fondo pensione

Il lavoratore neoassunto in azienda, riceverà dal datore di lavoro, il modulo per la decisione di cosa fare del Trattamento di Fine Rapporto. Tale scelta deve essere operata entro sei mesi dall’assunzione. Come abbiamo scritto sopra, la scelta è tra lasciare il TFR in azienda oppure destinarlo ad un fondo pensione. E se il lavoratore non fa alcuna scelta in questi sei mesi? Scatta il principio del silenzio-assenso. Ma cosa accade?

Sul punto occorre fare una prima distinzione:

Se l’impresa ha una forza lavoro minore di 50 dipendenti, il trattamento di fine rapporto rimane presso l’azienda stessa;

Se l’impresa ha una forza lavoro maggiore di 50 dipendenti, il trattamento di fine rapporto viene trasferito presso il fondo pensioni dell’Inps (“exFondInps” oggi fondo Cometa) se non è indicata un’altra forma di previdenza complementare negli accordi collettivi (nazionali o territoriali), o aziendali. Nel caso ci fossero più fondi pensioni a disposizione, il TFR è destinato al fondo pensione cui ha aderito il maggior numero dei lavoratori dipendenti.

La scelta effettuata nei primi sei mesi deve essere operata in modo attento. Infatti nel caso di scelta di destinazione del TFR ad un fondo, non si potrà più tornare indietro. Nel caso in cui invece si decide di lasciare il TFR in azienda, il dipendente potrà sempre decidere in futuro di destinare il TFR maturando ad un fondo pensione. Quindi dalla data di scelta, il TFR maturato è destinato al fondo pensione, mentre il pregresso rimane in azienda.

Nel caso di destinazione del TFR ad un fondo pensione, il dipendente può destinare anche una percentuale del suo stipendio. In questo caso il datore di lavoro destinerà il doppio della quota del lavoratore.

Fondo pensione per il TFR: cosa sono

Il fondo pensione è una forma di investimento, attraverso il quale il lavoratore in base al contratto collettivo nazionale di lavoro, e su sua esplicita decisione, convoglia il proprio TFR (trattamento di fine rapporto) con il fine di garantire un reddito alla fine della vita lavorativa. Questo reddito è ad integrazione della pensione che sarà erogata dall’INPS, ma completamente separata da essa.  

Quindi il fondo pensione è uno strumento finanziario non complesso ma che bisogna conoscere. Infatti in base al TFR mensile, il fondo al quale si destina il TFR acquista delle quote di quel fondo ad un prezzo che cambia di giorno in giorno. Ci saranno quindi mesi in cui il fondo acquisterà, a parità di importo del TFR trasferito, un numero di quote diverse. Tuttavia il prezzo della quota influenza il valore delle quote fino a quella data acquistate. Il meccanismo di crescita dell'investimento è sia mediante quindi apporto di TFR che di remunerazione mediante la gestione che fa il fondo pensione. La maggior parte dei fondi presentano tre livelli di comparti in cui investire in base alla propensione al rischio del lavoratore investitore. Si potrà investire nel comparto meno rischioso (obbligazionario/liquidità) a quello più rischioso (azionario). 

TFR e Fondo pensione: la differenza di tassazione

La decisione di destinare il TFR in un fondo pensione o lasciarlo in azienda deve essere valutato anche in funzione della tassazione. Il TFR lasciato in azienda e rivalutato ogni anno di 1.5% più il 75% del tasso di inflazione, è soggetto nel momento della liquidazione al regime Irpef. Quindi sarà tassato in base allo scaglione Irpef cui è tassato l'ultimo stipendio. Quindi potrà andare dal 23% al 43%. Tuttavia l'Agenzia delle Entrate effettua il ricalcolo perchè prendere l'aliquota marginale degli ultimi 5 anni di lavoro e la confronta con quella applicata. Se maggiore, si dovrà pagare il conguaglio. Se minore si riceverà invece un rimborso.

Il fondo pensione invece è soggetto ad una tassazione inferiore pari al 15% che si riduce dello 0,3% a partire dal 15 anno di permanenza fino ad un massimo del 9%. Inoltre le plusvalenze maturato per effetto degli investimenti sono tassati dal fondo a seconda della composizione degli investimenti (12,5% su titoli di stato, 26% generalmente sul restante investimento). 

TFR in azienda o fondo pensione? La miglior scelta

Non c'è una scelta giusta o sbagliata. Sicuramente vanno considerate sia la componente d'età che la retribuzione.

Per un giovane che sarà molto mobile nel mondo del lavoro, sarà molto più conveniente avere un fondo pensione in cui destinare il TFR per evitare di pagare ogni volta che cambia datore di lavoro la tassazione Irpef. Inoltre con un orizzonte temporale più lungo il montante del TFR destinato al fondo potrebbe crescere nel tempo e quindi garantire una pensione integrativa interessante.

Chi ha pochi anni ancora di lavoro, ma una retribuzione molta alta, potrebbe pensare di aderire al fondo pensione sfruttando il fatto che la quota del TFR sarà alta. Rispetto alla remunerazione del TFR lasciato in azienda, i fondi pensione generano un rendimento annuo maggiore dell'1,5% lordo e questo è già un risultato. 

Altro aspetto positivo è che il fondo pensione non è pignorabile. Perciò sia i contributi personali che le possibili quote del TFR non sono mai soggetti a sequestro e pignoramento.

Gli aspetti positivi per aderire ad un fondo pensione sono diversi, ma occorre che ognuno faccia una propria valutazione personale.