La manovra firmata da Draghi e dal Ministro Franco è pronta a riformare il fisco, gli ammortizzatori e le pensioni, oltre a gestire la proroga del Superbonus 110% fino al 2023. 

E mentre i vari partiti presentano proposte che presuppongono minimo 15-20 miliardi di euro necessari per raggiungere gli obbiettivi, il budget disponibile ne prevede solo 4 o 5,  vista la voragine del debito accumulato durante l'emergenza pandemica. 

Intanto, sul fronte pensioni, Quota 100 sta per arrivare al capolinea e il governo, sindacati e  parti sociali sono completamente in alto mare. Al momento non c'è nessuna soluzione all'orizzonte su come superare la fine di Quota 100 se non qualche "aggiustamento".

L'idea delle parti sociali è superare il concetto di «quota» ed evitare che il primo gennaio 2022 spunti il cosiddetto «scalone» dei 67 anni per la pensione di vecchiaia.

Riforma delle pensioni: pochi soldi a disposizione a causa della riforma della cassa integrazione e della riforma fiscale

La maggior parte dei fondi della manovra andranno alla riforma della cassa integrazione, già più avanti rispetto a quella della pensione. Questa riforma ha come obbiettivo riuscire a garantire una copertura ai lavoratori quando insorgono difficoltà nell'impresa in cui è impiegato, oppure nel passaggio da un lavoro all'altro. La copertura riguarderà anche i precari e gli autonomi.

Per questa riforma sono necessario tra i 6 e gli 8 miliardi a seconda di come saranno rimodulate le addizionali a carico delle imprese. 

I soldi a disposizione per la manovra fiscale, invece, sono circa 2,3 miliardi, derivanti dal fondo creato nella passata manovra finanziaria e che servirà anche a bonificare gli assegni unici per i figli, al momento temporanei, ma che diventeranno strutturali dal 2022. 

Anche questi soldi, però, sono insufficienti, perché per approntare una riforma fiscale seria che abbassi il carico fiscale dei cittadini, come minimo servirebbero una decina di miliardi. L'obbiettivo è soprattutto cercare di alleggerire lo scaglione Irpef per il ceto medio, quello tra i 28mila e i 55 mila euro, che oggi paga lo scotto un salto di ben 11 punti dal 27% al 38%. Su questo tutti i partiti sono d'accordo. Ma su tutto il resto è guerra come sempre.

Il Movimento 5 Stelle  propone la riduzione della aliquote e l'introduzione dell'aliquota continua come in Germania, Italia Viva e Lega premono per cancellare l'Irap per liberi professionisti e aziende individuali, Forza Italia mira a rafforzare il Pir. Il dubbio sulla possibilità di trovare un accordo è più che legittimo.

Riforma delle pensioni: la scadenza di Quota 100

Quota 100 scadrà il 31 dicembre 2021 e tutti attendono ansiosamente una riforma che impedisca ai lavoratori di ricadere nella legge Fornero e ritrovarsi a lavorare cinque anni di più.

Finora, però, il governo sembra non avere frecce al suo arco. L'obbiettivo principale è certamente non pesare sui conti pubblici più del dovuto, quindi il governo vuole favorire sì uno scivolo di uscita, ma senza rischiare costi troppo alti per lo Stato. 

Quota 100, però, bisogna precisare, cesserà di esistere solamente per coloro che entro fine anno non riescono a maturare i requisiti, chi invece li ha maturati entro il 31 dicembre, potrà usufruire di Quota 100 anche negli anni successivi, avendo la possibilità di scegliere di lavorare ancora qualche anno. 

Riforma delle pensioni: le ipotesi suggerite dall'Inps

Le proposte dell'Inps sono principalmente due e riguardano la pensione a 64 anni e quella a 62 anni. L’istituto previdenziale, infatti, afferma che nonostante Quota 100, molti lavoratori hanno preferito non lasciare il mondo del lavoro a 62, bensì a 64 e da questa constatazione derivano le sue due proposte.

Si potrebbe pensare di sostituire Quota 100 con un tipo di pensione anticipata contributiva, oggi riservata a coloro che lavorano dal 1996 e iscritti alla Gestione Separata. 

Questa misura permette di andare in pensione a 64 anni, avendo versato 20 anni di contributi dal 1996, e percependo un assegno di almeno 2,8 volte la somma dell'assegno sociale Inps. 

Se si estendesse questa misura a tutti coloro che hanno iniziato a lavorare prima del 1996, facendo un calcolo contributivo puro, l'impatto sulle casse statati sarebbe minimo. Questo,però, porterebbe una penalizzazione per chi va in pensione a causa del calcolo esclusivamente contributivo. 

Proprio per questo motivo l'Inps ha suggerito un'altra proposta: andare in pensione a 62/63 anni con il calcolo contributivo puro per quattro anni, per poi iniziare a ricevere la quota retributiva solo una volta compiuti 67 anni. Cosa farà il governo? Al momento non ci è dato saperlo, anche perché sono tutti in vacanza. Ci toccherà aspettare settembre.