Pensioni, ecco le alternative a Quota 100

A fine anno scadrà la formula che permette di andare in pensione con 100 anni tra età anagrafica ed età contributiva, e si studiano le alternative, come Quota 41 e un'estensione dell'Ape sociale. In mancanza, tornerebbe in vigore la legge Fornero. Sullo sfondo, il problema di far quadrare i conti, sui quali pesano ancora oltre mezzo milione di pensioni baby

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Se la riforma del catasto vedrà i suoi effetti concreti in tempi non brevi (in una prima fase si tratta di una ricognizione della situazione), quella delle pensioni potrebbe essere molto più vicina: potrebbe entrare già nella Legge Finanziaria 2022, da approvare entro fine anno. 

E proprio a fine anno finirà l'era di “Quota 100” e allo studio del Governo ci sono altre soluzioni. Soprattutto ne sta prendendo piede una che si chiama “Quota 41”, ma non è l'unica. Ne parlano Il Giorno e Il Corriere della Sera, tra gli altri, e anche Affaritaliani. Mentre l'INPS, ancora a settembre, aveva comunicato i numeri di domande accolte, importi medi annui e costi complessivi di Quota 100 tra il 2019 e il 2021. Vediamo come potrebbe cambiare lo scenario nei prossimi anni.

Senza interventi, torna la legge Fornero

Precisiamo intanto che, se entro fine 2021 non verrà varata nessuna riforma (il che non è inverosimile) con la fine di Quota 100  - definita recentemente dal presidente della Confindustria Bonomi “un furto” - tornerà in vigore la legge Fornero, che prevede il pensionamento a 67 anni e un passaggio in toto dal sistema retributivo – vantaggioso per il lavoratore ma troppo gravoso per i conti pubblici – a quello contributivo, in cui l'assegno pensionistico è direttamente proporzionale ai contributi versati nella vita lavorativa. 

Come ben spiega questo articolo di Borsa Italiana, la “legge Fornero” del 2011 fu varata come parte del cosiddetto “decreto salva Italia” proprio per evitare il default dei conti dello Stato, data anche la crisi economica partita dagli USA nel 2008 e arrivata anche in Europa.

Conti da aggiustare

Oggi di tempo ne è passato parecchio e lo scenario mondiale è molto cambiato, ma il problema di far quadrare i conti – anche quelli delle pensioni pubbliche – è tutt'altro che risolto. Basta vedere il comunicato stampa dell'INPS che riportava a settembre alcuni dati sui costi di Quota 100: oltre 11,5 miliardi di Euro in tre anni. E naturalmente, anche se a fine 2021 scadrà il termine per maturare i requisiti per andare in pensione con 100 anni tra età anagrafica e periodo di contribuzione alle casse previdenziali, i costi per pagare i pensionati con questa formula continueranno a farsi sentire ancora per molti anni.

Quota 41

C'è chi, come la Lega, la riforma Fornero la vede come il fumo negli occhi, tanto che propone di prorogare di un anno Quota 100. E intanto propone “Quota 41”, cioè la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall'età anagrafica. Peraltro una formula già valida per alcuni lavoratori con specifici requisiti: aver iniziato a lavorare prima dei 19 anni di età versando almeno un anno di contributi, che rientrano in casi particolari di tutela e sono disoccupati.

È chiaro che chi ha cominciato a lavorare dopo la laurea guadagnerebbe ben poco con Quota 41 rispetto alla legge Fornero, mentre sarebbero avvantaggiati coloro che hanno solo il diploma o addirittura solo la terza media.

Le proposte del Partito Democratico e di Forza Italia

Il PD (che sosteneva il Governo Monti che varò la riforma Fornero, insieme però anche a partiti di centro - destra, come PDL e Unione di Centro) propone invece di estendere l'Ape sociale ad altre categorie di lavori gravosi, di cui un'apposita Commissione sta compilando una lista che si è rapidamente allungata. L'Ape sociale è un assegno – ponte per smettere di lavorare a 62-63 anni, in attesa di raggiungere i 67 anni previsti dalla legge Fornero. 

Il centro – sinistra sarebbe anche favorevole a mantenere in vigore l'attuale misura chiamata Opzione donna, che permette alle lavoratrici di andare in pensione qualche anno prima: attualmente 58 anni di età, o 59 se autonome, e 35 anni di contributi. Alla proposta del PD dovrebbe allinearsi anche il Movimento 5 Stelle.

Da parte sua Forza Italia propone sempre la soglia dei 35 anni di contributi, ma per tutti, e con la possibilità di andare in pensione a partire dai 62 anni, ma con una penalità del 2% per ogni anno di anticipo rispetto all'importo della pensione di vecchiaia intera, raggiunta a 66 anni. E sempre a patto che l'importo pagato raggiunga almeno il 150% dell'assegno sociale.

Posizione simile quella di Fratelli d'Italia: 35 anni di contributi, età massima lavorativa 70 anni, penalizzazioni per chi va in pensione prima dei 66 anni.

La proposta Tridico

Una soluzione simile a quella di Forza Italia ha ipotizzato anche il presidente dell'INPS, Pasquale Tridico: andare in pensione a 63 – 64 anni, ma con assegno ridotto, cioè senza calcolare la quota retributiva (comunque minoritaria) per poi vederselo adeguare al raggiungimento dei 67 anni di età previsti dalla legge Fornero.

Condizioni per questa che qualcuno – come Il Sole 24 ore – ha già ribattezzato “Ape contributiva”, sarebbero almeno 20 anni di contribuzione, e che la quota contributiva di pensione sia pari ad almeno 1,2 volte l'assegno sociale, o superiore a questa soglia. 

Questo tipo di pensione sarebbe in parte compatibile con redditi da lavoro dipendente e autonomo, mentre non sarebbe cumulabile con altre forme di pensione direttamente erogata, sostegno al reddito, reddito di cittadinanza, Ape sociale (quella prevista per i lavori più usuranti) e indennizzo per fine di attività commerciali. 

Conti a confronto

L'istituto guidato da Tridico, che tiene in mano la previdenza pubblica, è bene attento ai conti, e li fa: 450 milioni di Euro per il 2022, 935 milioni nel 2023, e 1,1 miliardi di Euro nel 2024 e nel 2025. Cifre che, a detta del presidente dell'INPS, sarebbero sostenibili. Dal 2028, poi, la spesa per questo tipo di pensionamento anticipato calerebbe, con risparmi superiori ai 500 milioni di Euro ogni anno, a cominciare dal 2028.

Per confronto, l'estensione dell'Ape sociale rafforzata, cioè estesa a una platea più ampia di lavoratori, con l'elenco di categorie di lavori usuranti allungato, se portata fino al 2026 costerebbe 127,7 milioni di Euro nel 2022, 337,1 milioni di Euro nel 2023, 520,7 milioni di Euro nel 2024, 805 milioni di Euro nel 2026, per poi calare progressivamente. 

Ridurre la spesa

Trovare la quadra, come si dice, non è mai stato facile e non lo sarà per molto tempo. La buona notizia è che con la riforma Fornero, più severa e meno generosa, l'incidenza della spesa pensionistica sul PIL italiano va riducendosi: mentre prima aumentava: 0.2% nel 2012, 0,9% nel 2015, 1.4% nel 2020. Un picco dopo il quale l'incidenza comincia a scendere: l'azzeramento si dovrebbe raggiungere nel 2045. 

Il fatto è che bisogna porre rimedio all'eccessiva generosità del Welfare italiano nei decenni precedenti: intanto il sistema retributivo, che calcolava la pensione in percentuale sugli ultimi stipendi, solitamente i più alti della carriera, e quindi non sostenuti direttamente dai contributi versati in tutta una vita lavorativa. 

Poi arrivò la riforma Dini, con la combinazione di età anagrafica ed età contributiva: bisognava totalizzare 96 punti, quindi per esempio 31 di contributi e 65 di età. Ma siccome le generazioni precedenti avevano iniziato a lavorare molto presto rispetto alle più giovani, il risultato è che l'età media di pensionamento nel 2011 (prima della riforma Fornero) era di neanche 59 anni (esattamente 58,7 anni). 

Le baby pensioni a lunghissima scadenza

Per non parlare delle baby pensioni di una volta, quando le donne potevano andare in pensione a quarant'anni, con neanche quindici anni di contributi per le donne sposate con figli, 20 anni per i dipendenti pubblici e 25 per i dipendenti degli enti locali. Questa formula fu adottata dal 1973 e le erogazioni cominciarono nel 1981: negli anni Ottanta ci furono tentativi, falliti, di abolirle. 

Ci provò per due volte, nel 1984 e nel 1986, l'allora ministro del lavoro Gianni De Michelis, senza riuscire a far passare la riforma in Parlamento, che tra l'altro venne anche sciolto in anticipo sulla fine della legislatura. La riforma prevedeva età minima di 60 per le donne e 65 per gli uomini, e almeno 35 anni di contributi per tutti. 

Dopo un altro tentativo del governo Amato nel 1992, si arriverà alla riforma Dini del 1995, che finalmente ha introdotto la pensione di anzianità e la maturazione del diritto a tale pensione combinando anni di contributi ed età anagrafica. 

E non è da pensare che norme così lontane nel tempo abbiano cessato di produrre i loro effetti, anzi. Un articolo di Corriere Economia di pochi mesi fa spiega come funzionavano le baby pensioni e soprattutto quanto continuano a costare allo Stato: ci sono ancora oltre mezzo milione di baby pensionati che percepiscono l'assegno mensile da oltre quarant'anni. Comprendendo anche le pensioni di invalidità, oltre a quelle ai superstiti e alle “normali” pensioni di vecchiaia. Tolte quelle di invalidità, si scende da 561000 a 318000 aventi diritto.

Oltre quarant'anni di pensione

Nel privato l'età media di accesso alla pensione di vecchiaia era di poco inferiore ai 54 anni, ma ben 10 anni di meno per i baby pensionati del settore pubblico. Anche l'importo mensile della pensione varia molto: 567 Euro per i privati, 1525 Euro per gli ex dipendenti pubblici. L'età di accesso alla baby pensione del privato, tenendo conto anche di pensioni di invalidità e pensioni ai superstiti, scende a poco meno di 42 anni.

Si tratta di un esercito di lavoratori che, con l'aspettativa di vita ben oltre gli 80 anni, ha preso e prenderà l'assegno mensile per oltre quarant'anni complessivi. E c'è chi, con il sistema retributivo, arriverà a percepire complessivamente tre volte quello che ha versato.

Evidentemente, se il, sistema si dovesse reggere sui soli contributi, non resisterebbe fino a quando tutte le pensioni erogate non fossero calcolate solo col sistema contributivo. Per compensare i conti attingendo alle imposte, il sistema più efficace sarebbe quello di recuperare il gettito perso a causa dell'evasione fiscale. Tutt'altro che semplice.