Dopo un percorso difficile le pensioni sembrano ormai aver trovato una stabilità, almeno per quanto riguarda il 2022. La manovra finanziaria contiene i fondi necessari per prolungare Opzione Donna, Ape Sociale e per sostituire Quota 100 con quota 102, ma altre misure di flessibilità sono ancora da elaborare. 

Su questo argomento è arrivato però il giudizio almeno parzialmente negativo della Corte dei Conti, l’organo dello stato preposto a sorvegliare sullo stato dei conti pubblici, dell’amministrazione pubblica e di tutti gli enti locali. 

Questo però non ha fermato né la manovra né le discussioni su una possibile nuova flessibilità, che è in realtà stata auspicata dalla stessa Corte dei Conti. Sindacati, partiti e governo continuano a trattare sul possibile futuro del sistema previdenziale dopo il 2022, e cercano un accordo attorno al ricalcolo contributivo. Le pensioni di dicembre intanto registrano un aumento grazie al bonus natalizio. 

Pensioni, le misure della manovra

In manovra finanziaria, ed ora all’esame del Senato, ci sono tre misure importanti che rappresentano una sorta di tregua sulle pensioni. Il governo, concentrato su questioni più impellenti come la pandemia o il taglio delle tasse, non è riuscito ad organizzare una riforma organica della flessibilità, che è stata rimandata all’anno prossimo, ma nel frattempo ha stabilito alcune norme per non tornare per un anno intero alla legge Fornero. 

La più importante e discusa di queste norme è stata Quota 102. La fine di Quota 100 al 31 dicembre 2021 causava infatti uno scalone, un salto dell’età pensionabile che passava da 62 a 67. Troppi cinque anni, troppo ingiusto che due lavoratori che maturavano i requisiti a un giorno di distanza avessero una tale differenza nell’età pensionabile. Quindi si è pensato a questa norma intermedia, dal funzionamento simile e dai costi ridotti. 

Quota 102 permetterà per tutto il 2022 di andare in pensione con 64 anni di età e 38 di contributi, con il calcolo misto dell’assegno. In questo modo l’età aumenta solo di poco, e lo stesso fanno i contributi, ed è scongiurato un ritorno immediato alla legge Fornero. Questo non toglie che l’attuale norma delle pensioni rimanga l’unica sostenibile, e che non verrà cambiata. 

Ad affiancare Quota 102 è stata confermata anche Opzione Donna, con gli stessi parametri del 2021. Questa conferma non era per nulla scontata. Inizialmente infatti il governo non aveva parlato di questa opzione, facendo intendere che non sarebbe stata confermata in nessuna sua forma. In seguito, nella bozza della manovra finanziaria, ha poi proposto un’Opzione Donna modificata, con un’età pensionistica più alta. 

Sessant’anni per le dipendetti, sessantuno per le autonome, e trentacinque anni di contributi, erano i paramenti che Draghi riteneva accettabili. La pressione dei partiti però, con il Partito Democratico in testa, ha costretto il governo a cambiare idea. Opzione Donna, per tutto il 2022, sarà confermata con 58 anni per le dipendenti e 59 per le autonome, una finestra di un anno per le prime e diciotto mesi per le seconde, e sempre 35 anni di contributi. 

Infine è stata rinnovata anche Ape Sociale. L’anticipo pensionistico per disoccupati e lavoratori di determinate categorie considerate gravose non è mai stato indubbio. Questo su cui si è combattuto molto è il suo ampliamento a nuove categorie, che si è verificato, ma in maniera solo parziale rispetto a quanto auspicato dall’ala sinistra del governo. 

Pensioni, le incertezze della Corte dei Conti

Su queste misure e in generale su tutta la situazione delle pensioni si è espressa nei giorni scorsi la Corte dei Conti, che non ha espresso pareri del tutto postivi. Sia chiaro che la Corte non ha potere di fermare una legge di bilancio. Il bilancio dello stato può essere respinto o approvato solamente dal parlamento, questa è una regola fondamentale di tutte le democrazie. 

La Corte dei Conti ha affermato che: "La valutazione complessiva sulle misure in materia pensionistica non è del tutto positiva. Fin dall’avvio di Quota 100 la Corte ha sottolineato come la misura abbia costituito una risposta non efficiente, per gli equilibri della finanza pubblica, all’esigenza di una maggiore flessibilità in uscita del sistema previdenziale. Con il disegno di legge di bilancio, pur se si conferma la piena adesione al principio contributivo, non si rimuove la forte incertezza che si è determinata nel sistema a seguito delle misure recate dal d.l. 4/2019."

La prima critica è rivolta quindi soprattutto a Quota 102. Il contesto della norma è ritenuto incerto dalla Corte, e non abbastanza efficiente nel garantire la flessibilità necessaria. È una bocciatura di qualunque opzione che non riguardi il ricalcolo contributivo, che rimane l’unica via per assicurare un’uscita anticipata dal lavoro.

“Sul punto va, come detto, nella direzione auspicata la proroga dell’anticipo pensionistico sociale, attraverso un allargamento della platea.

La corte giudica Ape Sociale in maniera completamente positiva. Questa è l’unica norma che riesce ad aggiudicarsi un totale via libera, data la sua utilità sociale e la sua sostenibilità finanziaria. 

La Corte infine si auspica che sia elaborata una nuova flessibilità, che tenga d’occhio i conti dello stato, ma che renda il sistema equilibrato fino a che non si sarà passati completamente al contributivo, cosa che accadrà quando tutte le persone che hanno iniziato a lavorare prima del 1995 saranno andate in pensione. 

Pensioni, la trattativa sulla flessibilità

Con la benedizione della corte dei conti, procede la trattativa tra governo, partiti e parti sociali su come sistemare le pensioni, in particolare su come dare maggiore flessibilità in uscita ai lavoratori a partire dal 2023. 

Il cardine di questa trattativa è il sistema contributivo. Qualsiasi altra proposta che si rifacesse al sistema misto è stata respinta con forza da Draghi, che ha iniziato a discutere di flessibilità soltanto quando i sindacati e la Lega hanno accettato di abbandonare l’idea di Quota 41. 

Qualsiasi legge che verrà elaborata dai numerosi confronti avvenuti in queste settimane e che continueranno per tutta la durata della legislatura, si baserà su un ricalcolo contributivo degli anni retributivi, in modo simile a quanto già accade con Opzione Donna. Questo comporta quindi un taglio dell’assegno pensionistico che può arrivare fino al 28%, ma un anticipo che nelle proposte più ottimiste arriva a 5 anni sulla Fornero. 

Questa è l’idea dei sindacati: 62 anni di età, almeno 20 di contributi, e il ricalcolo contributivo. È stata ribattezzata Opzione Tutti, e dovrebbe rispettare almeno in parte i requisiti del governo. Una spesa minima per lo stato, che si trova semplicemente a dover effettuare un anticipo di cassa nei confronti di quello che spenderebbe se si rimanesse con la sola legge Fornero, e un vantaggio per i lavoratori che possono scegliere se continuare a lavorare e prendere l’assegno pieno, o uscire dal lavoro in anticipo decurtandosi la pensione.

I dubbi rimangono. Prima di tutto il governo preferirebbe un’età un po’ più avanzata, 63, forse 64 anni, che permetterebbe di ridurre la spesa a zero. Poi c’è il dubbio della povertà: come accade per opzione donna, questa legge potrebbe comportare assegni pensionistici molto bassi, anche sotto i mille euro al mese. Il rischio sarebbe di trovarsi in futuro con moltissimi anziani in condizioni di povertà, che sono andati in pensione con il ricalcolo contributivo senza pensare troppo alle conseguenze. 

Infine in queste trattative, i sindacati e il Partito Democratico vogliono inserire una norma sui giovani. Al momento infatti il futuro delle pensioni parla di età attorno ai 70 anni per chi ha cominciato a lavorare attorno ai 25, dopo l’università. Per questo si parla molto di agevolare il riscatto degli anni di studio, che al momento hanno un costo molto elevato. 

Pensioni, stop ai contributi delle pensioni d’oro

Per quanto riguarda le pensioni, un piccolo cambiamento è appena giunto da una sentenza della Corte di Cassazione. Nel 2019 infatti una legge aveva istituito il contributo di solidarietà per le pensioni d’oro, un prelievo che si applicava a chi percepisce più di 100.000 euro annui lordi di pensione.



"Nell’ambito strettamente previdenziale risulta evidente la tendenza dell’ordinamento a non proiettare oltre il triennio valutazioni e determinazioni cui si addice uno spazio di osservazione più circoscritto, come testimonia l’evoluzione della disciplina del coefficiente di trasformazione del montante individuale dei contributi".


Così la Corte di Cassazione ha accorciato la durata della legge da cinque a tre anni, e quindi il contributo si concluderà al 31 dicembre 2021. Resta invece per queste pensioni la perequazione ridotta. L’adattamento degli assegni al costo della vita sarà maggiore per chi ha pensioni meno ricche, e continuerà a decrescere man mano che gli assegni aumentano di valore. 

Pensioni, il bonus natale a dicembre

Per chi percepisce una pensione con importo minimo, a dicembre arriva invece il bonus natalizio di 154 euro. Lo possono ottenere coloro il cui patrimonio totale per il 2020 non ha superato la soglia dei 10.043,87 euro. 

In caso chi ha diritto al bonus sia sposato, c’è però un altro criterio. Il patrimonio di entrambi i coniugi non deve superare i 20.087,73 euro per l’anno 2020, fermo restando il requisito di patrimonio personale di 10.043,87 euro.

L’erogazione di questo bonus, che è automatica e quindi non richiede alcuna azione da parte degli aventi diritto, avverrà entro il 25 novembre, con il pagamento della pensione di dicembre. Esiste una piccola categoria che riceve il bonus natalizio, anche se non per intero, ed è composta da coloro che ricevono una pensione annua compresa tra la minima e  6.850,85 euro. In questo caso il bonus ammonta alla differenza tra la pensione percepita e questa cifra.