Pensioni & donne, non è un discorso di unione, anzi spesso il legislatore non prende in considerazione il duro lavoro che svolgono quotidianamente le donne gestendo, amministrando curando gli interessi della ambiente domestico, quanto di quello lavorativo.

Abbracciano indistintamente e contemporaneamente più soluzione snellendo ogni questione o problematica lavorative. Non solo. Possiamo occupare ogni spazio possibile e immaginabile ponendo in rilievo il ruolo centrale delle donne nella società, nella comunità e progetti lavorativi. Ma non riusciamo a ottenere la giusta qualificazione a livello previdenziale.

È vero c’è Opzione donna, la pensione studiata e promossa per le lavoratrici, ma ancorata a penalizzazioni. Nel sistema previdenziale italiano c’è il calcolo contributivo che acquisisce un peso particolare nella liquidazione dell’assegno pensionistico per le donne.

È importante comprendere che Opzione donna permette alle lavoratrici di agganciarsi a un trattamento previdenziale molto prima del periodo necessario per raggiungere i requisiti per la pensione anticipata o per la pensione di vecchiaia. La pensione donna rappresenta quel meccanismo capace di anticipare il tempo di un trattamento pensionistico ordinario.

Fin qui, tutto appare lineare e anche stimolante, ma sarà vero?

Quanto incide il calcolo contributivo nella liquidazione dell’assegno? Chi rischia di pensionarsi sotto la linea vivibile dei benestanti?

Prima di rispondere a queste domande è importante valutare la norma sulla misura Opzione donna integralmente, cercando di capire più aspetti, come: “Quali sono i punti nocivi della pensione donna? Perché Opzione donna non conviene?”.

Pensioni: ecco quanto si perde con Opzione donna 2022?

La pensione donna viene introdotta in egual misura per permettere alle lavoratrici dipendenti e autonome l’ancoraggio a un’uscita flessibile anticipata rispetto all’età di 67 anni.

Per questo motivo, alle lavoratrici viene consentito l’approccio alla pensione con il ritiro dal lavoro già a 58 anni, mentre viene previsto un pensionamento maggiorato di un anno per le autonome, che possono uscire dal lavoro a 59 anni.

Ad oggi, tenendo conto della normativa vigente parliamo di requisiti anagrafici molto flessibili, rispetto alla stessa uscita anticipata a 64 anni di età, la cui accessibilità è stata limitata fino alla data del 31 dicembre 2022. Inoltre, con Quota 102 esiste un requisito contributivo molto più alto da rispettare che porta a 38 anni di versamenti.

Chiusa questa piccola parentesi, è importante sottolineare la presenza di un ridotto numero di versamenti rispetto a quelli fissati in Quota 102, che porta al perfezionamento di 35 anni di anzianità contributiva.

Si, precisa, altresì che le lavoratrici che intendono avvalersi della pensione Opzione donna devono aver raggiunto i requisiti entro il 31 dicembre 2021.

È possibile avvalersi anche della cristallizzazione del diritto alla pensione, utilizzando la misura in un tempo successivo alla scadenza.

Esiste, infatti, la possibilità di congelare i requisiti per poi utilizzare Opzione donna negli anni successivi ai fini d'incrementare la contribuzione o scegliere un’alternativa migliore, se è disponibile nel sistema previdenziale.

Quindi anni di misura e nessun intervento strutturale, ecco dove ha portato Opzione donna

La pensione donna è stata istituita in regime sperimentale possiede sulle spalle una storia abbastanza lunga fatta di lotte e rinnovi, tra chi voleva abolirla e chi la spalleggiava.

Insomma, le ultime buone notizie pendevano per una misura finalmente strutturale. Tuttavia, il Governo Draghi ha preannunciato una direzione di Opzione donna in questo senso, ma non ha convalidato alcun provvedimento che ne confermasse l’intervento.

Pesa la presenza delle proroghe, permettendo di pensionarsi a fatica, con l’ansia di non rientrare oltre alla beffa della penalizzazione.

Insomma, quindi anni di storia non ha portato a quella svolta pensionistica a favore delle lavoratrici.

Fatto sta che possono abbracciare Opzione donna coloro che hanno raggiunto i 58 – 59 anni, se hanno maturato un numero di versamenti non inferiore a 35 anni.

Rientrano nella misura sperimentale donna coloro che risultano annotate presso l’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) o, ancora, registrate nei fondi esclusivi o sostitutivi.

Il peso legato alla pensione donna viene rappresentato dalla liquidazione dell’assegno esclusivamente e integralmente con il metodo contributivo, così come disposto nel decreto Legislativo n. 180/1997.

Non sono ammesse alla misura Opzione donna le lavoratici che risultano annotate presso la gestione Separata INPS.

Ai fini del calcolo dell’assegno non vengono considerati i periodi di disoccupazione, malattia e così via. La normativa ammette la possibilità di richiedere la ricongiunzione contributiva, da riscatto o volontaria.

Opzione donna: come e per chi è fortemente penalizzante

L’aspetto allettante della pensione donna ruota sull’uscita flessibile anticipata che permette alle lavoratrici di legarsi alla pensione anche nove anni prima rispetto all’età pensionabile.

Insomma, si tratta fondamentalmente della possibilità di cessare il servizio a 57 anni dipendenti o 58 anni autonome prima dei 67 anni di età.

Oltre tutto va detto che, l’anzianità contributiva risulta essere inferiore alle altre prestazioni pensionistiche attualmente a regime. Anche sotto quest’aspetto appare gestibile un montante contributivo corrispondente a 35 anni di versamenti.

Se sei nata nel 1963, ti consiglio di leggere questo articolo: “Quando posso andare in pensione se sono del 1963?”.

In ogni caso, se rientri nelle condizioni legislative poste in essere per la pensione Opzione donna, puoi andare in pensione considerando la presenza delle finestre mobili. Infatti, il tempo di liquidazione del trattamento pensionistico donna per le dipendenti è stato fissato a 12 mesi, mentre per le autonome occorrono 18 mesi.

Occorre, sottolineare che sia per il calcolo dell’assegno pensione che per la presenza dei requisiti necessari per l’accesso alla pensione donna il riferimento cade sulla data del 31 dicembre 2021.

Opzione donna, ecco perché salta il sistema retributivo o misto

L’INPS eroga la pensione donna esclusivamente tenendo conto dei parametri identificativi contenuti nel sistema contributivo. Le lavoratrici che vantano una carriera lavorativa nel sistema retributivo o, anche misto sono fortemente penalizzate.

In sostanza, il metodo contributivo considera utili ai fini della liquidazione del trattamento previdenziale solo l’aspetto riferito a quella parte di contribuzione versata o accreditata.

Nulla che si accosti a una media complessiva delle ultime paghe o redditi, così come disposto dal sistema retributivo.

Ecco, perché alla fine si traduce in un taglio sull’assegno nella misura che oscilla tra il 25 e oltre il 30%.

Tuttavia, manca l’aspetto significativo del sistema contributivo composto da due quote, quali:

  • nella quota A tutta la contribuzione maturata fino al 31 dicembre 1995;
  • nella quota B tutta la contribuzione maturata dal 1° gennaio 1996.

A titolo di esempio: se una lavoratrice ha maturato un’anzianità contributiva pari a 37 anni e tre mesi, ma in questo montante sono stati registrati meno di 18 anni nel 1995 la stima della pensione porta a un valore di 1.100 euro (lordi) applicando le decurtazioni dovute al sistema contributivo l’importo netto dell’assegno pensione dovrebbe corrispondere al valore di 932 euro.

Da questa analisi emerge che le lavoratrici che scelgono di pensionarsi più tardi con Opzione donna attutiscono gli effetti della presenza del sistema contributivo sull’assegno pensione.

Nello stesso modo, si prende atto che una ricca carriera lavorativa conseguita entro il 1995, produce un drastico taglio sull’assegno anche fino a oltre il 30%

In breve, se gli anni che ricoprono il sistema retributivo non sono rilevanti l’impatto sulla liquidazione della pensione non sarà esorbitante