Con l’approdo della manovra finanziaria in parlamento si è ufficialmente aperto il cantiere delle pensioni. La bozza presentata dal governo per il ritorno alla legge Fornero ha scontentato un po’ tutti, e la battaglia in aula si preannuncia aspra. Quota 102, che rappresenta il cardine delle proposte di Draghi, non dovrebbe però essere toccata.

Allo stesso modo Ape sociale, che la sinistra voleva espansa a più lavoratori, sarà semplicemente confermata senza particolari modifiche. Su Opzione Donna invece si combatterà probabilmente fino all’ultimo giorno disponibile, con i partiti compatti a chiedere il ritorno ai vecchi parametri, e il governo che tenterà di resistere e innalzare l’età pensionabile a 60 anni. 

Ma la battaglia si svolge anche fuori dall’aula. I sindacati confederati sono tra i più attivi sulla questioni pensioni, e hanno annunciato ferma opposizione ad un ritorno strutturale alla Fornero, senza alcuna forma di flessibilità. Il problema però è che il governo non ha intenzione di toccare la legge pensionistica, che è l’unica ad essere sostenibile per le casse dello stato. Così si prova la mediazione, e nasce l’idea di Opzione Tutti. 

La proposta, nata dal senatore Nannicini qualche mese fa, si basa su due norme, Opzione Donna e Ape contributivo. La prima è già in vigore da anni, mentre la seconda era stata proposta da Tridico come soluzione per la flessibilità nei mesi scorsi. I sindacati dall’altra parte continuano a chiedere o la pensione a 62 anni o con 41 anni di contributi senza limiti di età. 

Pensioni, cosa ha deciso il governo

Prima di ogni di scissione, parlamentare o extra parlamentare, sulle pensioni c’è quello che ha deciso il governo. Draghi ha presentato una proposta chiara e precisa nella sua bozza di manovra finanziaria, norma che hanno un solo obbiettivo: tornare il prima possibile alla legge Fornero

Questa meta viene raggiunta tramite Quota 102. L’idea è quella di indebolire Quota 100, allungando comunque la durata della norma di un anno. Con Quota 102 si potrà andare in pensione se la somma dei propri contributi versati e dell’età raggiunge appunto 102. In questo modo si evita il cosiddetto scalone. 

Con la fine di Quota 100, prevista dalla stessa norma che l’ha istituita al 31 dicembre 2021, si creava un dislivello di ben cinque anni tra chi andava in pensione quest’anno e chi l’anno prossimo si sarebbe trovato a fare i conti con la legge Fornero. Un destino ritenuto troppo ingiusto dal governo, che quindi ha ammorbidito il salto con Quota 102. 

Questo detto però, l’esecutivo non ha fatto sconti su nient’altro. Ape Sociale, che Partito Democratico e Movimento 5 Stelle puntavano ad espandere includendo altri mestieri considerabili gravosi, rimarrà invece esattamente quella del 2021. Già il fatto che sia stata rinnovata è però considerata una vittoria. 

Non è considerata tale invece la riforma di Opzione Donna proposta da Draghi. L’anticipo pensionistico per le lavoratrici vedrebbe l’età pensionabile alzata di due anni, quindi 60 per le lavoratrici dipendenti e 61 per quelle autonome, mantenendo 35 anni di contributi. 

Pensioni, cosa propongono i sindacati

I meno contenti di queste proposte sono stati i sindacati confederati. CGIL, CISL e UIL hanno fin da subito promesso battaglia e annunciato scioperi, contro un atteggiamento del governo ritenuto troppo duro. I vari tavoli aperti da Draghi con i sindacati infatti si sono rivelati negli ultimi mesi completamente improduttivi. 

Le ragioni di questo stallo sono semplici: nessuno dei due ha intenzione di muoversi dalle proprie posizioni. Il governo ha fatto quadrato attorno alla legge Fornero e non ha intenzione di accettare nessuna proposta di riforma strutturale di questa norma. 

Al contrario i sindacati hanno come obbiettivo minimo l’abolizione della Fornero e la sua sostituzione con una legge che mandi in pensione prima i lavoratori, con buona pace dei giovani che in questo modo possono scordarsi di poter smettere di lavorare ed essere mantenuti dallo stato come i loro padri. 

La prima proposta dei sindacati era stata Quota 41. Pur condividendo il nome con la legge passata dalla Lega durante il governo Giallo-verde, questa norma non fa riferimento a nessuna somma. Semplicemente conta gli anni di contributi versati che sarebbero necessari per andare in pensione, appunto 41. In questo caso non esisterebbe alcuna età pensionabile, ma varrebbe soltanto la quantità di contributi versati.

Proposta questa, ritenuta completamente irricevibile dal governo, che ha fatto muro anche sull’altra idea dei sindacati, la pensione a 62 anni. In questo caso ad essere meno considerati nel calcolo erano i contributi versati. Lo stallo creatosi, che aveva portato anche a minacce e toni bellicosi da parte dei sindacati, sembra però essersi sbloccato dopo una proposta di mediazione del governo. 

Pensioni, la mediazione di Opzione Tutti

Ecco che nasce l’idea di Opzione Tutti. Così battezzata da un articolo di Repubblica, questa proposta prevede non una riforma della legge Fornero come vorrebbero i sindacati, ma una flessibilità maggiore ottenuta sfruttando il salto tra sistema retributivo e sistema contributivo, creato dalla riforma Dini del 1995. 

Il retributivo era un sistema costosissimo, che si basava per il calcolo della pensione sull’importo degli ultimi stipendi. Era forse sostenibile negli anni 70, quando i pensionati erano pochi e i lavoratori tanti, ma nel 95 era diventato improponibile. Così Dini riformò le pensioni, legandone l’importo ai contributi versati, ma solo a partire da quell’anno. 

Da quel momento il ricalcolo della parte retributiva come contributiva è una delle scappatoie preferite per coniugare un’età pensionistica minore e la stabilità dei conti pubblici. È il meccanismo di Opzione Donna, che mutando gli anni retributivi in contributivi riduce l’assegno di circa un terzo. 

Ai sindacati questo meccanismo ufficialmente non piace, ma è al momento l’unica concessione che il governo è in grado di fare. Così il consenso si sta trovando attorno ad una proposta che ha lo stesso stampo di Opzione Donna, e che assomiglia per certi versi all’Ape Contributivo proposto dal presidente dell’INPS Tridico nei mesi scorsi. 

Un’età di 64 anni, almeno 20 anni di contributi, ma ricalcolo contributivo dell’assegno. L’effetto di questa norma sarebbe triplice. Prima di tutto permette flessibilità in uscita, lasciando libertà di scelta ai lavoratori. Secondo, rappresenta una spesa relativa per lo stato, più un anticipo di cassa che non una spesa viva. Infine è una delle poche norme che rappresenta un’opportunità anche per i pensionati del futuro, i giovani che oggi lavorano e che altrimenti si troverebbero con età pensionabili esorbitanti. 

A questo si deve aggiungere che il ricalcolo contributivo è sempre più conveniente di anno in anno. Con l’avanzare del tempo infatti sono sempre meno i lavoratori che vanno in pensione con una parte maggioritaria dei propri contributi versati con il vecchio sistema. Si calcola che solo l’1,3% sia ancora completamente nel retributivo al 31 dicembre 2020. A fine anno prossimo ben l’85% dei pensionati sarà sistema misto, con una parte contributiva e una retributiva. 

Pensioni, il ritorno di Opzione Donna

Opzione tutti rappresenta per molti la principale speranza di andare in pensione prima dei 67 anni della Fornero. Ma anche Opzione Donna era, per le lavoratrici, un’alternativa valida fino a pochi mesi fa. Con i suoi 58 anni di età anagrafica minimi, permetteva previo un taglio dello stipendio di un terzo tramite il ricalcolo contributivo, di andare in pensione prestissimo. 

Il governo ha però riformato la norma, e ha spostato l’età a 60 anni per le dipendenti e 61 per le autonome, mantenendo la soglia dei 35 anni di contributi. In questo modo la platea che la norma include si riduce di moltissimo. Comprende ora soltanto le nate tra il 1961 e il 62, che in molti casi hanno già avuto la possibilità di utilizzare opzione donna quando avevano raggiunto 58 anni. 

I partiti si sono da subito opposti a questa modifica, e ora puntano a ritornare ai vecchi criteri durante la discussione parlamentare. Benché fermamente opposto a questa idea, il governo può fare poco. Se il parlamento troverà le coperture, è possibile che la legge ritorni ai parametri di sempre, almeno per il prossimo anno. 

Per capire il destino di Opzione Donna non rimane che attendere la conclusione dei lavori parlamentari attorno alla manovra. La legge va approvata obbligatoriamente entro fine anno, quindi rimangono meno di due mesi per prendere una decisione. 

Pensioni, perché il governo vuole la Fornero

Dopo l’annuncio di Quota 102 in molti tra i detrattori della legge Fornero, soprattutto dalle file della Lega, hanno dichiarato superata la norma voluta dal governo Monti. La verità però è l’opposto, Quota 102 è temporanea, e dal 2023 la Fornero tornerà ad essere l’unica legge pensionistica italiana. 

Questo perché Draghi è stato fin da subito chiaro che il suo governo non avrebbe toccato la riforma sulle pensioni voluta dall’ultimo grande governo tecnico. Partorita in un momento tragico della storia recente, con l’Italia sull’orlo della bancarotta, la legge Fornero ha causato uno scalone enorme per moltissimi lavoratori prossimi alla pensione. 

Questa svolta si era però resa necessaria per gli squilibri creati in passato dalle leggi pensionistiche italiane, soprattutto nel ventennio abbondante che dagli anni 70 arriva fino al 95. Tra contributivo e pensioni a 30 anni, la spesa per la previdenza sociale è lievitata fino a diventare la prima voce di spesa dello stato italiano. 

A queste anomalie si è poi aggiunto i radicale calo della natalità. I nati tra gli anni 50 e 60, durante il baby boom, hanno fatto pochissimi figli, e ora che sono loro ad andare in pensione, i lavoratori rischiano di essere molti meno dei pensionati. Il governo Draghi è ben consapevole che ogni concessione fatta oggi in ambito pensionistico sono anni di lavoro in più che i giovani dovranno sopportare. I calcoli delle simulazioni parlano ormai di età pensionistiche oltre i 70 anni per chi si affaccia oggi al mondo del lavoro.