Quota 100, il sistema pensionistico introdotto nel 2019 dal Governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte, è pronto ad andare in pensione.

Perdonando il gioco di parole, naturalmente, si intende che l'unica certezza attuale è che il 31 dicembre il sistema denominato Quota 100 non sarà più attivo ed effettivo. Il triennio 2019-2021 ha costituito un vero e proprio esperimento che, lo possiamo già dire senza grossi dubbi, non è riuscito a convincere.

Prima di approfondire quelle che sono le opzioni che si presentano come fattibili per sostituire proprio Quota 100, proviamo ad approfondire quelli che sono stati i lati negativi di questo sistema, quali erano stati i motivi per cui era stato approvato e come sono andate le cose nei primi due anni in cui è stato utilizzato (escludendo il 2021 ancora in corso su cui i dati sono ancora incerti e comunque non definitivi).

Naturalmente, la misura che diventerà effettiva dal 1° gennaio 2022 dovrà accontentare tutti i soggetti coinvolti: i cittadini, i sindacati, il Governo e le casse dello Stato. Quest'ultimo aspetto è particolarmente importante, in quanto è sempre complesso formulare un sistema che accontenti tutti e, contemporaneamente, non pesi eccessivamente sulle casse dello Stato.

Le pensioni sono da sempre un tema delicato, che interessa l'opinione pubblica e che scalda gli animi, con i cittadini che convivono da anni con la retorica (forse realistica, purtroppo) per cui ad un certo punto il sistema pensionistico non reggerà più e a pagarne le conseguenze saranno inevitabilmente i più giovani.

Si tratta di una serie di scelte discutibili fatte negli anni di cui ancora oggi si pagano le conseguenze, a partire dalle baby pensioni fino ad arrivare proprio a Quota 100 che, come detto, non è riuscita a raggiungere i propri obiettivi, come vedremo nell'approfondimento nel paragrafo successivo. La domanda, a questo punto, è la seguente: riuscirà questa volta il Governo a formulare una soluzione che possa accontentare tutti senza compromettere la sostenibilità futura del sistema pensionistico? 

Negli anni è diventata quasi una domanda di senso (o una domanda retorica), ma tenendo i piedi per terra proviamo a rispondere in base agli ultimi sviluppi tra INPS e forze di Governo.

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Quota 100: tutte le sfumature del fallimento di questa misura

100 sfumature di pensione, potremmo dire, ma purtroppo non con accezione positiva. La misura denominata Quota 100, fortemente voluta da Movimento 5 Stelle e Lega, forze di maggioranza al tempo in cui fu approvata, non ha decisamente riscosso un grande successo.

Basandoci sui dati del biennio 2019-2020 (il 2021 come detto non è ancora analizzabile), possiamo dire che il numero di persone che ne hanno usufruito è nettamente più basso del previsto. Si pensava che potessero andare in pensione con questa formula circa un milione di lavoratori e invece i numeri ci dicono che solo in poco più di 260.000 mila lavoratori ad averne beneficiato (fonte dati: Repubblica).

Un numero decisamente più basso, praticamente un quarto, che già fa intuire che la logica dietro al sistema non ha funzionato. In effetti, Quota 100 è stata accolta positivamente dai cittadini perché permette (o ormai potremmo dire permetteva) di andare in pensione con somma degli anni di contributi ed anni d'età pari a 100

In sostanza, chi ha 62 anni di età e 38 di contributi può andare in pensione. Altrettanto in caso di 61 anni di età e 39 di contributi e via così.

Questa modalità è stata ben accolta inizialmente soprattutto perché alternativa alla cosiddetta Legge Fornero, che prevede come età per andare in pensione ben 67 anni. Decisamente una formula diversa, con ben cinque anni di stacco rispetto a quanto previsto da Quota 100. Infatti, se si dovesse arrivare al gennaio 2022 senza una nuova riforma pensionistica, si ritornerebbe proprio alla Legge Fornero e ciò significherebbe affrontare il tanto temuto "scalone".

In pratica, chi non è riuscito a usufruire di Quota 100 nel 2021 (magari di pochissimo), si ritrova ad andare in pensione nel 2026, circa. Si capisce perché questa formula sia così temuta, con tutti gli attori coinvolti che vogliono evitare tale scenario.

In ultimo, Quota 100 è stata bocciata sonoramente dalla Corte dei Conti, in quanto troppo costosa. La prova fatta nel triennio 2019-2021 semplicemente non ha funzionato e, contemporaneamente, è risultata troppo onerosa per le casse dello Stato. Una "combo" che ha portato ad eliminare questa misura e a dover ripensare completamente il sistema entro il 1° gennaio 2022, con tante alternative ma poche certezze.

INPS e pensioni: cosa succede?

Proviamo ora a fare qualche ipotesi delle possibili misure future, sulla base di quanto hanno espresso ad oggi i soggetti che, ad un certo punto, dovranno per forza prendere una decisione. Il Governo Draghi si gioca sicuramente una bella porzione della propria credibilità su questa misura ed anche la posizione dell'INPS, in particolare nella figura del Presidente Pasquale Tridico, avrà un ruolo rilevante.

Al momento il focus è sulle opzioni per andare in pensione in maniera anticipata, che attualmente sono numerose: APE sociale, Opzione Donna, Quota 41, Isopensione e Contratto di Espansione. Una di queste potrebbe diventare la formula strutturale proprio a partire dal 2022, permettendo anche una transizione più semplice rispetto alla approvazione di una misura totalmente nuova.

INPS e pensioni: Quota 41, Opzione Donna e Contratto di Espansione

Proviamo innanzitutto a definire queste forme per andare in pensione anticipatamente. Quota 41 permette di andare in pensione con 41 anni di contributi, a prescindere dall'età anagrafica. Una formula che sicuramente aiuta i lavoratori che hanno iniziato a maturare contributi da giovani o molto giovani. Chi invece ha iniziato più avanti, magari a 24 o 25 anni, non ha grossi vantaggi da questa modalità.

Opzione Donna, come si può intuire dal nome, permette invece alle donne lavoratrici con almeno 35 anni di contributi e 58 anni di età (se lavoratrice dipendente, altrimenti 59 se lavoratrice autonoma) di andare in pensione. Questi requisiti devono essere maturati al 31 dicembre 2020, ad ora, quindi bisognerà capire come eventualmente modificarli in futuro.

Una misura che invece permette di andare in anticipo in pensione è il contratto di espansione, che non è altro che un anticipo di 5 anni rispetto all'età del lavoratore a patto che il datore di lavoro rispetti una serie di requisiti. Simile ad esso è l'isopensione, che diminuisce addirittura di 7 anni l'età pensionabile, ma necessita di un accordo tra datore di lavoro e lavoratore (più il rispetto di alcuni requisiti).

In sostanza, nessuno di questi sembra poter diventare la misura strutturale, per ovvi motivi. Ma proprio il Presidente dell'INPS ha indicato l'APE sociale come possibile soluzione.

INPS e pensioni: cos'è l'APE Sociale?

L'Ape Sociale è un'altra forma di anticipazione pensionistica, in scadenza nel 2021, che richiede determinati requisiti. La scadenza non dovrebbe essere un problema, in quanto si ritiene che il suo rinnovo sia solo una formalità, mentre i requisiti sono piuttosto stringenti e sono i seguenti:

  • aver maturato entro il 31 dicembre 2021 almeno 30 anni (o 36 anni di contributi per i lavori gravosi), a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne;
  • aver cessato l’attività lavorativa;
  • essere residenti in Italia;
  • essere privo di una pensione diretta in Italia o all’estero;
  • maturare una pensione di vecchiaia di importo non inferiore a 1,4 volte l’importo della pensione minima dell’INPS (718,20 euro circa).

Inoltre, esso tutela i disoccupati, gli invalidi (oltre il 74%), i caregivers e gli addetti a mansioni gravose.

INPS e pensioni: ecco la soluzione "mista"

Oltre all'APE sociale, di cui bisognerebbe capire le modalità di ampliamento in modo che divenga più accessibile, c'è una soluzione che sembra essere particolarmente percorribile per l'INPS. Infatti, il Presidente ha ricordato la natura mista del sistema pensionistico (contributivo e retributivo) e della possibilità di sfruttarne questa caratteristica per far andare i lavoratori in pensione a partire dai 62 anni.

L'idea sarebbe proprio quella di prevedere un sistema solo contributivo per il periodo che va dal momento della pensione ai 67 anni, per poi trasformarlo in contributivo e retributivo dai 67 anni in poi. 67 anni è l'età di riferimento in quanto, come già anticipato, è l'età in cui attualmente si può andare in pensione secondo la Legge Fornero.

Ciò significa che i cittadini lavoratori, pur di andare in pensione, potrebbero accettare una minore pensione mensile per un certo periodo di tempo fino appunto al raggiungimento dei 67 anni. Il soggetto che va in pensione a 63 anni, per fare un esempio, riceverà un importo minore per quattro anni, oltre i quali comincerà a ricevere anche in base alla componente retributiva.

Una soluzione flessibile, a detta di Tridico, che consentirebbe di andare in pensione anticipata a condizioni comunque interessanti, ma senza gravare eccessivamente sulle casse dello Stato.

Tutto è ancora in via di definizione, ma questa sembra essere, almeno in questa fase, l'alternativa che più soddisfa tutte le parti in causa. Per avere una ufficialità bisognerà attendere ancora del tempo, anche se ormai la data di fine di Quota 100 (31 dicembre 2021) non è più così distante.

Nel frattempo, c'è al vaglio anche la possibilità di alzare la quattordicesima di pensione, in quanto i pensionati non hanno ricevuto alcuna forma di aiuto negli ultimi 18 mesi e l'importo minimo troppo basso continua ad essere un problema (che la Pensione di Cittadinanza non ha risolto).

In ogni caso, forniremo ogni aggiornamento ufficiale qui sul portale.