Per il lavoratore italiano, la pensione, ovvero il momento in cui l'attività lavorativa giunge a conclusione, rischia di diventare sempre di più un lontano e scarno miraggio. Non aiutano nemmeno i numeri in tal senso: da "Quota 100", a "102" o "104", pare d'essere alla "Ruota della fortuna" più che davanti ad traguardo importante nella vita di ognuno. 

Ci prova il quotidiano La Repubblica a fotografare l'attuale situazione prevista dalla manovra del Governo Draghi

"Un anno di cuscinetto per ammorbidire l'addio a quota 100 e il ritorno ai criteri della Legge Fornero come canale di accesso al pensionamento."

Legge Fornero? Di cosa si tratta? Si ritorna al 2011, con la Riforma Salva-Italia, ovvero la legge 214 del 22/12/2011.

Il sunto di questa manovra è illustrato sinteticamente dal sito borsaitaliana.it:

Nel sistema pensionistico italiano, la Manovra Salva-Italia (la legge 214 del 22-12-2011) più che una rivoluzione ha portato coerenza, completando un disegno che da anni era rimasto in sospeso: il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo."

Pensioni: quota 100 addio

Addio "Quota 100". Ma esattamente, addio a cosa?

Dal sito pensionioggi.it:

"Il decreto legge 4/2019 consente ai lavoratori che hanno raggiunto entro il 31 dicembre 2021 62 anni e 38 anni di contributi di accedere alla pensione."

Quindi, chi, entro la fine del corrente anno, avrà raggiunto e conseguito entrambi i parametri richiesti, potrà andare in pensione nel 2022. Potrà in ogni caso scegliere di andare in pensione anche successivamente, avendo comunque maturato i requisiti richiesti.

E' opportuno precisare che, al fine del raggiungimento degli anni di contribuzione, si considerano tutte le tipologie di contributi (volontari, obbligatori, da riscatto, figurativi). 

Tra il 2019 e il 2021, coloro che hanno maturato i requisiti per andare in pensione con "Quota 100" sono nati tra il 1957 e il 1959.

Pensioni: quota 102

La legge di bilancio presentata nei giorni scorsi prevede, per il 2022, un anno "ponte" con il passaggio da "Quota 100 a "Quota 102." 

Cosa significa e che genere di impatto avrà sui lavoratori e sulle loro pensioni?

Nella sostanza, saranno necessari due requisiti ai fini di poter "acquisire" il diritto pensionistico: 64 anni di età e 38 di contribuzione, di qualsiasi tipo. Resta ferma la possibilità di poter esercitare anche successivamente la scelta di andare in pensione per chi avrà conseguito i requisiti richiesti al 31 dicembre 2022.

E se un lavoratore volesse andare in pensione nel 2022 senza aspettare quota 102? Potrebbe?

Citiamo il sito investireoggi.it:

"Prima di tutto, su quali sono le vie di fuga per non aspettare i 64 anni, c'è da dire che si può ancora andare in pensione anticipata subito nel 2022. Anche con la Quota 100. Ma a patto di maturare i requisiti di accesso all'opzione entro e non oltre la data del 31 dicembre 2021."

Quindi, 62 anni di età (anzichè 64 come previsto da quota 102) e 38 anni di contributi previdenziali versati.

"Quota 102", darebbe il diritto ad un pensionamento anticipato rispetto all'età ordinaria prevista dalla Riforma Fornero (67 anni) ai nati nel 1958, non andando quindi ad incrementare la pletora di aventi diritto rispetto a "Quota 100."

In definitiva: un po' di rumore per nulla.

Giova ricordare che l'obiettivo della Riforma Fornero è quello di incentivare l'uscita posticipata dal mondo del lavoro con benefit fino ai 70 anni. Al contrario, ci sono penalizzazioni per i lavoratori che vogliono smettere di lavorare prima dei 62 anni. 

Pensioni: quota 104. What else?

Prima della presentazione della Legge di Bilancio, circolavano voci in merito all'introduzione di "Quota 104" a partire dall'anno 2023.

I rumors prevedevano l'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni e il contemporaneo elevamento degli anni di contribuzione a 39. La sommatoria, avrebbe così portato a Quota 104.

Successivamente, ovvero dal 2024, si sarebbe tornati alla Legge Fornero.

Nella Legge di Bilancio, però, non c'è nessun riferimento a questo scenario. In realtà, quella che è stata presentata, è una Legge di Bilancio piuttosto vaga per quello che accadrà successivamente al 31.12.2022. Il tutto, a questo punto, pare rinviato ad una nuova concertazione tra i vari partiti che dovrebbe partorire una soluzione definitiva tra un anno circa.

La strada, tuttavia, se si torna ai principi basilari della Riforma Fornero, pare tracciata. Disincentivare l'uscita dal mondo del lavoro (se non per determinate categorie) al di sotto di una soglia di età tollerabile (dalle casse dell'Inps) e, grazie anche alla miglior qualità della vita, incentivare la permanenza sul posto di lavoro fino a 70 anni se non oltre, paiono sentieri che verranno sicuramente percorsi.

Pensioni: il ritorno al passato che spaventa i lavoratori

Il ritorno alla Riforma Fornero, fa storcere decisamente il naso ai lavoratori. 

Innanzitutto perchè significherebbe tornare ad un aumento dell'età pensionabile, requisito che, con "Quota 100" era stato rivisto al ribasso. Sappiamo benissimo che, dopo una vita di lavoro e, nella fascia di età che parte dai 60 anni, sia fisicamente che psicologicamente, anche soli sei mesi di attività in più o in meno di attività lavorativa, posono fare la differenza.

Anzi, anche un solo giorno, può fare la differenza per chi, di anni di fatiche sulle spalle, ne ha parecchi.

L'altro aspetto che inquieta e che crea allarme tra i lavoratori, è il sentir parlare di ritorno al "sistema contributivo" come evidenziato anche dal quotidiano ilgiorno.it.

Che cosa significa?

Ricordiamo che il sistema contributivo prevede che il calcolo della pensione avvenga sulla base dei contributi versati (con relativa rivalutazione) nel corso della vita lavorativa.

A differenza del sistema retributivo, che invece prevedeva il calcolo della pensione basata sulle retribuzioni degli ultimi anni. Tale sistema era ovviamente più favorevole al pensionato ed è rimasto in vigore fino alla fine del 1995 quando è entrata in vigore la Riforma Dini.

Un ritorno al sistema contributivo, potrebbe significare per tutti (ovvero anche coloro che ancora godono del sistema retributivo o misto) il calcolo della pensione in base ai contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa. 

Pensioni: che fine farà l'Ape sociale

L'Ape sociale, ovvero la possibilità di accedere al pensionamento anticipato, sarà prorogato di un anno con l'implementazione del bacino di utenti che potranno accedervi. In particolare, è stato aumentato il numero delle categorie di lavoratori che svolgono attività considerate usuranti e gravose.

Spiccano, nella tabella, portantini, estetisti, magazzinieri, personale che effettua la consegna merci, addetti alle pulizie, persone che si occupano della conduzione di veicoli, macchinari e di sollevamento.

L'Ape sociale consente a questi lavoratori di anticipare l'accesso alla pensione all'età di 63 anni con 36 anni di contributi, di cui gli ultimi trascorsi nello svolgimento di attività particolarmente usuranti o faticose, previste da apposita tabella.

Pensioni: l'Opzione Donna

Per le donne, troppo spesso penalizzate in ambito lavorativo e spesso penalizzate dal fatto di non aver potuto mantenere un iter contributivo costante, che cosa accadrà?

La legge di Bilancio ha confermato per un ulteriore anno l'Opzione Donna, ovvero quello strumento che permette alle donne di anticipare i tempi del pensionamento. Cambiano però i limiti d'età che vengono innalzati di due anni. Occorreranno infatti 60 anni per le lavoratrici dipendenti e 61 anni per le autonome (prima erano ripettivamente 58 e 59 anni). Rimane fermo invece il requisito di anzianità contributiva che deve essere pari o superiore a 35 anni di contribuzione.

Non si può parlare, in questo caso, di Quota 95 o 96 in quanto l'assegno pensionistico, in caso di adesione all'Opzione Donna, viene ricalcolato solamente col metodo contributivo, ovvero solamente tenendo conto dei contributi versati.

Le dipendenti potranno smettere di lavorare all'età di 60 anni, ma dovranno attendere un anno alla finestra prima di percepire materialmente la pensione. Stesso discorso per le lavoratrici autonome che, concretamente, inizieranno a percepire flussi penionistici all'età di 62 anni e mezzo.

Riassumento concretamente: l'Opzione Donna permette di anticipare di diversi anni quanto invece richiederebbero i soli requisiti anagrafici, pagando però uno scotto non indifferente in termini monetari. L'assegno ricevuto infatti, rispetto a quello che maturerebbe in caso di pensionamento ordinario, è di importo decisamente più ridotto.

Pensioni: si è scelto di non scegliere

Il nodo delle pensioni è, ormai da diversi anni, uno di quelli che nessuno Governo vorrebbe mai trovarsi ad affrontare.

La necessità di coniugare esigenze di bilancio con scelte credibili che non ricadano solamente sulla testa dei lavoratori, è un compito decisamente arduo. E maledettamente difficile ed impopolare.

Le problematiche che ci si trova ad affrontare, sono l'eredità di scelte precedenti, anche scellerate. 

Come non citare, ad esempio, il caso delle baby pensioni, ovvero di coloro che, nel passato, all'età di 40 anni o poco più, quindi nel pieno del loro vigore fisico, hanno iniziato a percepire pensioni tutt'altro che irrilevanti?

Che cosa dire di un sistema che, per anni, si è basato sul sistema retributivo e che quindi ha permesso ad un numero consistente di lavoratori (che nel frattempo, negli ultimi anni della loro carriera, beneficiavano di promozioni ed aumenti di stipendio a dismisura) di andare in pensione con cifre da capogiro?

Aggiungiamo il decremento contributivo a causa della minor occupazione nel corso degli ultimi decenni e le aspettative di vita media crescenti e il quadro è completo: tutto ciò ha indotto i vari Governi ad emenare provvedimenti sempre più impopolari.

C'è un però, oggi: per la prima volta, l'aspettativa di vita è in calo. Questo dato, però, non ha rilevanza utile, in quanto, ai fini pensionistici, non si può fare marcia indietro.

L'impressione generale, però, è che anche questa volta, chi è al Governo abbia scelto di lasciare la patata bollente nelle mani di chi verrà dopo.