La pandemia ha messo a dura prova non solo una situazione economica già compromessa, ma anche la tenuta psicologica e sociale dei cittadini. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza vuole restituire, per il momento solo in teoria, un po' di fiducia agli italiani e vuole riaccendere l'economia. Il PNRR ha già ricevuto un parere positivo dalla  Commissione Europea e il 24 aprile ha ricevuto l'approvazione dal Consiglio dei Ministri. Manca solo la sua approvazione definitiva dalla Commissione Europea, che poi provvederà a finanziare i vari Paesi membri con il Recovery Fund. Per l'Italia sono previsti, in totale, 221,1 miliardi di euro, di cui 191,5 miliardi saranno sussidi e prestiti a basso tasso d’interesse, in aggiunta ai 30,6 miliardi di risorse interne, da impiegare entro il 2026. In termini percentuali, circa il 10 per cento di queste cifre sarà dedicato alle politiche attive del lavoro e alla coesione sociale. 

I fondi per le politiche attive del lavoro 

Il PNRR si basa su 6 pilastri: transizione verde; trasformazione digitale; crescita intelligente, sostenibile e inclusiva; coesione sociale e territoriale; salute e resilienza economica, sociale e istituzionale; politiche per le nuove generazioni, l’infanzia e i giovani. Partendo proprio dagli ultimi 3 punti, bisogna segnalare lo stanziamento di 

8,8 miliardi per interventi di inclusione e coesione al Sud, pari al 39 per cento del totale, e 14,6 miliardi per misure nell’istruzione e la ricerca, pari al 46 per cento.

Questi includono la creazione di nuovi asili, un incremento delle infrastrutture sociali, e politiche per il lavoro.

Le politiche attive del lavoro nel PNRR 

Uno dei principali (e ambiziosi) obiettivi del Recovery Plan è proprio quello di ridurre il divario, a livello economico e sociale, fra il Mezzogiorno e il resto dell'Italia. Divario che, secondo il PNRR, può essere colmato con nuovi posti di lavoro e per raggiungere questo obiettivo sono necessarie delle politiche attive per il lavoro più efficaci. Gli interventi per l'inclusione e le politiche attive per il lavoro occupano il punto 5 del PNRR, intitolato proprio “Politiche attive del lavoro e sostegno all'occupazione”.

Politiche attive e passive per il lavoro

Già da qualche decennio i governi stanno lavorando su un modello di politiche attive del lavoro che funzioni in maniera preventiva al problema dell'occupazione. In altri termini, le politiche attive del lavoro dovrebbero intervenire per ridurre le cause che provocano la disoccupazione. Lì dove le politiche attive del lavoro falliscono, entrano poi in azione le politiche passive, ossia le azioni che risolvono i problemi dovuti alla mancanza di lavoro. Le politiche passive del lavoro si traducono in  prestazioni che mirano a lenire il disagio sociale creato dalla mancanza di reddito individuale attraverso sussidi di disoccupazione (ad esempio la NASpI) definiti anche ammortizzatori sociali proprio perché tendono ad ammortizzare le ripercussioni sociali della disoccupazione. In generale, lo scopo principale delle politiche del lavoro è favorire l'inserimento nel mercato del lavoro di persone con particolari difficoltà, come ad esempio i disoccupati, gli occupati che rischiano di perdere il lavoro oppure le persone inattive che vogliono entrare nel mercato del lavoro. Le politiche del lavoro rientrano nella macro-categoria delle politiche sociali, che hanno lo scopo di definire le norme, gli standard e le regole in vista di una più equa distribuzione sociale di risorse e opportunità a tutela dell'interesse collettivo. 

Le riforme delle politiche attive del lavoro 

Le politiche attive per il lavoro in Italia sono già funzionanti da molti anni, sebbene con risultati discutibili. Ora attendiamo ben 6,01 miliardi di euro per le politiche attive del lavoro e sostegno all'occupazione, suddivisi in vari progetti specificati nella missione n. 5 del PNRR. Dai vari progetti di politiche attive per il lavoro contenuti in questa missione si evince la grande attenzione posta sulla formazione e sui percorsi di riqualificazione professionale per il reinserimento di lavoratori in transizione e disoccupati (ad esempio i percettori del Reddito di Cittadinanza, di NASpI e di CIGS). 

La formazione professionale e i LEP  

Per il triennio 2021-2023 saranno destinati 4,4 miliardi di euro a due grandi interventi: 

  • l' adozione del GOL, un programma di Garanzia Occupabilità dei Lavoratori stilato  con in accordo con le Regioni in sede di Conferenza Stato-Regioni, che prevede l'erogazione di servizi specifici e progettazione professionale personalizzata; il programma si baserà sulla definizione di livelli essenziali delle prestazioni per superare l'eccessiva eterogeneità dei servizi erogati a livello territoriale. Attenzione specifica sarà dedicata all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità.
  • l'adozione del Piano Nazionale Nuove Competenze, promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con l’ANPAL e d’intesa con le Regioni; anche in questo caso la formazione è il primo passo per il reinserimento dei dei lavoratori in transizione e disoccupati beneficiari di strumenti di sostegno (NASpI e DIS-COLL), dei percettori del Reddito di cittadinanza e dei lavoratori che usufruiscono di strumenti straordinari o in deroga di integrazione salariale (CIGS, cassa per cessazione attività, trattamenti in deroga nelle aree di crisi complessa). Il Piano prevede altre politiche attive per il lavoro, come misure in favore dei giovani e dei NEET, oltre alle azioni per incrementare le competenze degli adulti. 

Questo tipo di politica attiva per il lavoro prevede anche un “Fondo nuove competenze per i lavoratori occupati”, rifinanziato da REACT-EU per 1 miliardo, che permetterà alle aziende di  rimodulare l’orario di lavoro in modo che i lavoratori possano usufruire dei corsi formazione e di aggiornamento. Il Fondo può essere attivato anche per aziende che utilizzano la Cassa integrazione e, quando i trattamenti serviranno per ristrutturazioni o crisi strutturali, le attività di formazione saranno  cruciali per la ricollocazione della forza lavoro. 

Le politiche attive contro il lavoro nero

Le politiche attive del lavoro puntano anche a sconfiggere il lavoro sommerso con l'adozione del “Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato (2020-2022)”. Le azioni previste mirano

ad implementare una specifica linea di tale strategia volta al superamento degli insediamenti abusivi per il contrasto al caporalato e allo sfruttamento dei lavoratori.

Inoltre si avvierà un processo di affinamento delle tecniche di raccolta e condivisione dei dati relativi al lavoro sommerso a disposizione delle Autorità competenti. Le politiche attive del lavoro prevedono anche l'introduzione di misure dirette e indirette per trasformare il lavoro sommerso in lavoro regolare, come ad esempio misure di deterrenza (rafforzamento delle ispezioni e delle sanzioni), misure che promuovono il lavoro regolare (incentivi finanziari) e una campagna informativa per sensibilizzare datori di lavoro e lavoratori sul “disvalore” insito in ogni forma di lavoro irregolare.

Implementare i centri per l'impiego

Inoltre le politiche attive del lavoro e formazione prevedono 200 milioni di euro destinati ad interventi aggiuntivi per il  rafforzamento dei Centri per l’Impiego, oltre alle risorse

già ripartite alle regioni per 400 milioni di euro sulla base delle unità aggiuntive di personale previste nel Piano Nazionale di Potenziamento dei Centri per l’Impiego, finanziato a valere sulle risorse nazionali (art. 12, co. 3-bis, DL 4/2019 e art. 1, co. 258, l. 145/2018). 

Le politiche attive per il lavoro delle donne 

Non mancano certamente politiche attive per il lavoro destinate ad innalzare i livelli di partecipazione delle donne nel mercato del lavoro:

Il progetto intende sistematizzare e ridisegnare gli attuali strumenti di sostegno all’avvio e alla realizzazione di progetti aziendali per imprese a conduzione femminile o prevalente partecipazione femminile. Dal punto di vista operativo sarà creato e messo a regime il “Fondo Impresa Donna” a sostegno dell’imprenditoria femminile che rafforzerà finanziariamente.

Alcune misure a supporto dell'imprenditoria femminile sono già attuate. Si tratta di NITO e Smart&Start (la prima misura supporta la creazione di piccole e medie imprese e auto imprenditoria, la seconda supporta start-up e PMI innovative). Queste misure saranno modificate per dedicare risorse specificatamente all’imprenditoria femminile. 

Il nuovo Fondo per l'imprenditoria femminile (previsto dalla Legge di Bilancio 2021) le cui modalità attuative sono in corso di definizione. Al Fondo saranno affiancate misure di accompagnamento (mentoring, supporto tecnico-gestionale, misure per la conciliazione vita-lavoro, ecc.), campagne di comunicazione multimediali ed eventi e azioni di monitoraggio e di valutazione. 

Parità di genere e Sistema Duale 

Le politiche del lavoro stanno dedicando grande attenzione al tema della parità di genere e nel PNRR sono previsti incentivi alle imprese che vogliono 

adottare politiche adeguate a ridurre il gap di genere in tutte le aree maggiormente "critiche" (opportunità di crescita in azienda, parità salariale a parità di mansioni, politiche di gestione delle differenze di genere, tutela della maternità). Obiettivo del progetto è la definizione di un Sistema nazionale di certificazione della parità di genere.

Altra politica attiva del lavoro prevista nel PNRR è quella del Sistema Duale, un progetto da 600 milioni di euro definito learning on-the-job. Si tratta di rendere i sistemi di istruzione e formazione più adeguati ai fabbisogni del mercato del lavoro, permettendo ai lavoratori (soprattutto nelle aree periferiche) di acquisire nuove competenze attraverso 

corsi di formazione che rispondano alle esigenze delle imprese e del tessuto produttivo locale, riducendo così il mismatch tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e i programmi formativi del sistema di istruzione e formazione.