Il mondo del lavoro è in continuo mutamento. Sicuramente sei a conoscenza di tutti i cambiamenti ai quali stiamo assistendo nel panorama lavorativo nel corso degli ultimi anni, specie a partire dalla pandemia. 

Ebbene, i fenomeni di burnout sono stati sempre più frequenti e, di conseguenza, la nuova generazione ha deciso di imporre delle priorità importanti nel contesto lavorativo. 

In che modo? Oggi andiamo a parlare di un fenomeno che sta prendendo sempre più piede, in Italia e nel mondo: il quiet quitting. 

Ma cosa prevede nello specifico il quiet quitting? Per definirlo proviamo a fornirti una panoramica: niente mail a tutte le ore, niente straordinari o turni folli. L’obiettivo di questo metodo di lavoro è quello di creare un ambiente sano, sia dal punto di vista lavorativo che da quelle personale. 

Ma è davvero così? Come funziona, nello specifico, questo nuovo metodo di lavoro? In che modo questo sta diventando una tendenza? Andiamo a scoprirlo nel corso dell’articolo. 

Quiet quitting: ecco cos’è questo nuovo metodo di lavoro

Il termine quiet quitting è sempre più utilizzato per descrivere una nuova modalità di lavoro che sta prendendo sempre più piede nell’ultimo periodo. 

Attenzione: per quanto possiamo chiamarlo “metodo di lavoro” non si tratta di un particolare modo di lavorare, come può essere il lavoro da remoto, ma un atteggiamento. 

Insomma, un atteggiamento che sempre più persone stanno iniziando ad avere nei confronti del loro lavoro, in modo che questo possa essere meno stressante da diversi punti di vista. 

Fino a non molto tempo fa, a fare da padrone era la cosiddetta “cultura dello stacanovismo”, ossia persone che esaltavano i loro turni lavorativi estenuanti e, spesso nel lungo periodo iniziavano a soffrire di fenomeni di burnout. 

Ebbene, il quiet quitting è l’esatto opposto. Questo non vuol dire non lavorare, ovviamente. Infatti, a differenza di quanto si possa pensare con il termine quit, non intendiamo le dimissioni. 

Il desiderio di coloro che sperimentano il quiet quitting è quello di mettere dei limiti che non devono essere oltrepassati. Insomma, il lavoro non deve diventare il centro della vita di queste persone. 

In questo modo è possibile anche riuscire ad ottenere un migliore rapporto tra vita privata e sfera professionale. 

Quali sono i segnali del quiet quitting? Come si manifesta?

Ora, per capire meglio di cosa stiamo parlando, andiamo a scoprire quelli che sono i segnali del quiet quitting. 

Iniziamo con quei dipendenti che rifiutano in maniera categorica qualsiasi attività che sia al di fuori da quelle che loro, da contratto, dovrebbero svolgere. 

Allo stesso modo, facciamo riferimento a quella parte del personale che non risponde alle e-mail quando non si trova sul posto di lavoro. 

Abbiamo altri esempi? Sicuramente l’uscire dal lavoro quando arriva l’orario prestabilito, senza rimanere neanche un minuto di più. Insomma, in caso viene lasciata qualche attività in sospeso. 

Oppure l’essere meno coinvolti nei progetti aziendali e non raggiungere obiettivi più ambiziosi rispetto a quelli esposti dal contratto.

Ma questo vuol dire che le persone stanno perdendo sempre di più l’amore per il loro lavoro? Beh, possiamo sicuramente dire che coloro che sviluppano episodi di quiet quitting sono poco ingaggiati nell’attività che stanno svolgendo e non prendono (più) davvero a cuore la mission aziendale. 

Il quiet quitting fa davvero bene al lavoratore?

Ora che abbiamo capito quali sono le caratteristiche fondamentali di questo nuovo approccio al lavoro, andiamo a scoprire se questo può davvero fare bene all’equilibrio tra vita professionale e personale. 

Insomma, il quiet quitting si contrappone allo stacanovismo e, nonostante sia sempre esistito (anche se sotto un nome differente), è un atteggiamento che sta prendendo piede proprio in epoca attuale. 

Ma per quale ragione? Ebbene, per capirlo dobbiamo pensare al contesto storico e, soprattutto, socioeconomico che stiamo attraversando: i cambiamenti in questi frangenti stanno portando i lavoratori a pensare sempre più ai loro bisogni, mettendo il lavoro in secondo piano. 

Da una parte ci risulta semplice pensarlo, in quanto le nuove generazioni hanno vissuto anche il fenomeno dello youth disillusionment, ossia la disillusione giovanile. Infatti, questo non aiuta sicuramente a motivare i giovani all’interno delle aziende, nelle quali vengono solitamente assunti con contratti di lavoro precari. 

Tuttavia, se da un lato il quiet quitting può aiutare a scongiurare l’insorgere di fenomeni di burnout, dall’altra parte i giovani sono sempre meno interessati al mondo del lavoro. Che i manager debbano cambiare modalità di approccio?

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