Il reddito di cittadinanza non va abolito, ma necessita di fondamentali modifiche dal momento che, ormai, è sempre più evidente il contrasto tra quelle che erano state le motivazioni per cui era stato introdotto e l’effettivo impatto che ha avuto in questi anni. 

Tra chi difende questa misura di sostegno, chi invece la considera un disincentivo al lavoro e l’esigenza di una più vasta e completa riforma degli ammortizzatori sociali, il reddito di cittadinanza continua a creare polemiche, benché il suo destino sia tutt’altro che incerto. 

Con il primo decreto Sostegni, infatti, l’RdC è stato rifinanziato con un 1 miliardo di euro, rafforzando l’idea, da parte del governo, di non rinunciare del tutto alla misura che, specialmente durante la pandemia, è stata d’aiuto per molte famiglie, assieme ad altri sostegni al reddito come il reddito di emergenza

Diverso sembra però essere il destino dei navigator, coloro che fino ad ora hanno supportato i Centri per l’Impiego nella creazione di un percorso per i beneficiari del reddito di cittadinanza verso l’accettazione di un’offerta di lavoro congrua, ma la cui stabilità non è solida già da aprile 2021, mese durante il quale i loro contratti sarebbero dovuti scadere.  

Secondo le ultime dichiarazioni, per loro il 2021 sarà probabilmente l’ultimo anno di operatività.

Reddito di cittadinanza, le polemiche non si fermano: disincentivo al lavoro?

Che il reddito di cittadinanza abbia, sin dalla sua nascita, scaturito polemiche continue non è una novità. 

Le forze politiche si dividono tra chi pensa che l’RdC sia in realtà uno strumento valido e chi invece è convinto che si tratti solo di un disincentivo al lavoro. Convinzione, questa, che è accresciuta ulteriormente a causa delle dichiarazioni di alcuni datori di lavoro che hanno lamentato la carenza di lavoratori stagionali, imputando tale mancanza alla preferenza, da parte dei beneficiari di RdC, di ricevere il sussidio piuttosto che accettare offerte di lavoro. 

È però opportuno riflettere su affermazioni di questo tipo e considerare anche il contesto nel quale si colloca il reddito di cittadinanza. In merito all’argomento, è interessante il video sul canale YouTube What’s Up Economy in cui viene proposta un’importante riflessione e vengono analizzati alcuni dati per rispondere alla domanda “davvero i giovani preferiscono l’RdC al lavoro?”

In effetti, le cose non stanno proprio così. Se da un lato c’è davvero bisogno di apportare cambiamenti al reddito di cittadinanza, nonché di una più ampia riforma degli ammortizzatori sociali, non guardare al contesto si rivela un profondo errore: la crisi e la pandemia, l’entità degli stipendi e, allo stesso tempo, la pressione fiscale sul lavoro dipendente sono tutti elementi che si vanno ad aggiungere alla presenza di una misura di sostegno che non rappresenta un vero e proprio strumento per trovare lavoro

Ed effettivamente non è questo l’obiettivo che il reddito di cittadinanza ha perseguito fino ad ora. 

Reddito di cittadinanza: una rivoluzione per il mondo del lavoro che è diventata misura di contrasto alla povertà

Le intenzioni del Movimento 5 Stelle non erano malvagie, ma non si può dire che siano state rispettate fino in fondo. 

Il reddito di cittadinanza, infatti, nacque con la promessa di rivoluzionare il mondo del lavoro, poiché era stato concepito come uno strumento di politica attiva del lavoro. Ma le cose sono andate in maniera diversa, tant’è che, anche dal punto di vista della comunicazione, il reddito di cittadinanza è stato pian piano ridefinito come “misura di contrasto alla povertà”

Lo stesso presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, durante il rapporto annuale dell’INPS, ha individuato nel reddito di cittadinanza, congiuntamente a reddito di emergenza e la disoccupazione, lo strumento che ha permesso di contrastare il peggioramento delle condizioni di povertà in tempo di pandemia, visto anche l’imminente sblocco dei licenziamenti.

Sarebbe dunque opportuno riformare l’RdC proprio partendo dalla consapevolezza che non si tratti di uno strumento di politica attiva del lavoro, ma che possa comunque essere migliorato, facendo a meno dell’idea di abrogarlo definitivamente. 

Ma non tutti la pensano così. Matteo Renzi aveva dichiarato di volere un referendum abrogativo per spazzare via una volta e per tutte la misura, affermando:

Io non voglio che in Italia continui a esserci uno strumento con cui si educano i giovani a vivere di sussidi e non di sudore. 

Ma mentre i partiti continuano ad avere opinioni diverse, sembra essere sfumata l’eventualità che l’RdC possa essere abolito definitivamente. Il ministro del Lavoro Orlando pensa infatti che sia necessario apportarvi delle modifiche. Ma di cosa si tratta?

Reddito di cittadinanza, come potrebbe cambiare: i 3 elementi per modificare l’RdC 

Nell’ultimo anno, le polemiche sul reddito di cittadinanza hanno prodotto già alcuni interventi sulla misura, con l’obiettivo di diminuire sempre più il fenomeno dei “furbetti” e di fare in modo che l’RdC non costituisse un disincentivo al lavoro. 

Nel decreto Sostegni del 22 marzo 2021, all’articolo 11- disposizioni in materia di reddito di cittadinanza, si legge infatti: 

Per l'anno 2021, qualora la stipula di uno o più contratti di lavoro subordinato a termine comporti un aumento del valore del reddito familiare […] fino al limite massimo di euro 10.000 annui, il beneficio economico […] è sospeso per la durata dell’attività lavorativa che ha prodotto l'aumento del valore del reddito familiare fino a un massimo di sei mesi

Un’altra proposta era stata avanzata dal M5S con un emendamento del decreto Sostegni bis che prevedeva l’obbligo, da parte dei percettori di RdC, di accettare proposte di lavoro stagionale entro 100 km dalla residenza, pena la decadenza del beneficio, assicurando loro però un’integrazione, in caso di compenso di importo inferiore del sussidio, da parte dell’INPS. 

La proposta sembrava voler venire incontro proprio ai datori di lavoro che, proprio quando avrebbero potuto rimettersi in sesto dopo il periodo di restrizioni causati dal periodo emergenziale, si sono ritrovati senza lavoratori stagionali. L’emendamento però non è stato accolto. 

Ora, posto che le modifiche al reddito di cittadinanza sono necessarie, il ministro del Lavoro Orlando spiega al Foglio che ci sono tre azioni principali sulle quali basare la correzione della misura: 

semplificare l’accesso e l’utilizzo dei Puc, i progetti utili alla comunità che i percettori di RdC sono tenuti a svolgere; rendere più efficaci le politiche attive del lavoro, facendo fare un salto in avanti ai Cpi (Centri per l’impiego); lavorare sull’istruzione base e sulla formazione. 

Se da un lato quindi c’è la volontà di riformare il reddito di cittadinanza, senza procedere alla sua abolizione, dall’altro potrebbe essere ben diverso il destino dei navigator. Ma chi sono i navigator e cosa hanno fatto sinora?

Reddito di cittadinanza e i navigator: chi sono e cosa hanno fatto sinora 

Con le modifiche al reddito di cittadinanza si fa sempre più strada l’idea che stia per giungere il momento in cui dire definitivamente addio ai navigator. 

Stiamo parlando di quelle figure che dal 2019 sono incaricate di affiancare i centri per l’impiego nella costruzione di percorsi per i percettori di reddito di cittadinanza verso la ricerca e l’accettazione di un’offerta di lavoro congrua. 

Navigator e operatori dei centri per l’impiego lavorano assieme al Patto per il lavoro per accompagnare il beneficiario di RdC nell’inserimento nel mondo del lavoro, partendo dalle specifiche esigenze e aspettative del soggetto e formulando una mappa delle opportunità professionali e dell’offerta in campo formativo. 

I navigator si occupano poi di vagliare, sempre affiancati dai Cpi, le offerte di lavoro, supportare le aziende nei processi di preselezione e informare le aziende su possibili soluzioni contrattuali o incentivi e, infine, monitorare l’andamento del rapporto lavorativo, sia da parte del percettore RdC che da parte dell’azienda. 

Sin dagli inizi della loro operatività, i navigator hanno dovuto affrontare situazioni non semplici, derivanti dal contesto generale del mercato del lavoro, aggravato ulteriormente dalle conseguenze della pandemia, dalla difficile coordinazione con tutti gli attori delle politiche attive del lavoro e, in ultimo, dalla formazione di base di alcuni percettori di RdC che, in molti casi, può rivelarsi un ostacolo alla possibilità di trovare opportunità professionali adeguate. 

L’”insuccesso” dei navigator non è certo imputabile ai navigator stessi. Parliamo, per la maggior parte, di giovani tra i 30 e i 40 anni, per lo più laureati in giurisprudenza, economia e psicologia, i quali sono andati sempre più incontro a un destino di precariato che, d’altra parte, riguarda anche gli stessi percettori di RdC che sono stati chiamati a supportare. 

Reddito di cittadinanza: il 2021 è l’ultimo anno per i navigator?

Nonostante le competenze acquisite in questi anni e le sfide, rese assai più difficoltose anche dal periodo emergenziale a causa del Covid-19, è sempre più chiaro che, tra le modifiche e i cambiamenti da apportare al reddito di cittadinanza, l’esclusione dei navigator dal processo sia sempre più concreta.

È già da tempo che si paventava la possibilità di fare a meno dei navigator. Con il subentrare del governo Draghi, il piano sembrava essere quello di eliminare queste figure professionali, nell’ottica di inserirle poi nel contesto della riorganizzazione dei Cpi. 

Un primo momento di incertezza lo si ebbe con la scadenza dei contratti dei navigator, fissata allora al 30 aprile 2021. Fu però il decreto Sostegni a intervenire in merito ai contratti, prorogandoli fino alla fine del 2021. 

Adesso, però, stando alle ultime dichiarazioni di Andrea Orlando, non è in programma un’ulteriore proroga per i contratti di questi professionisti. Il compito dei navigator probabilmente cesserà definitivamente con l’arrivo del nuovo anno.