Le pensioni continuano ad essere un tema caldo nello scontro tra governo, partiti e sindacati. Nella legge finanziaria sono state incluse soltanto misure provvisorie, atte a tamponare la scadenza di quota 100 e ad evitare lo scalone di cinque anni che sarebbe seguito. 

Esaurite queste misure però sarebbe inevitabile già dal 2023 il ritorno alla legge Fornero, ritenuta l’unica opzione sostenibile. Le voci a favore di una riforma organica che sostituisse quella attuata durante il governo monti si sono ormai spente. Anche i più ostinati detrattori dell’attuale sistema pensionistico si sono ormai ridotti a chiedere opzioni di flessibilità. 

Il governo si è però sempre dimostrato restio a trattare, anche se da qualche settimana sembra essersi aperto uno spiraglio di discussione sulla base del sistema contributivo. Un anticipo sull’età  in cui andare in pensione potrebbe essere possibile, a patto che si rinunci agli anni di retributivo e di conseguenza ad una fetta dell’assegno. 

Per il governo l’obbiettivo è arrivare ad avere una flessibilità a costo quasi zero. Per lo stato si tratterebbe di anticipare una spesa minore, invece di rimandarne una maggiore. Cresce però la preoccupazione per il futuro delle pensioni, con i giovani che rischiano di trovarsi senza previdenza sociale.

Riforma delle pensioni, cosa c’è nella manovra 

Dopo lunghe trattative interne alla maggioranza e tra governo e partiti, la porzione della manovra finanziaria dedicata alle pensioni sembra ormai aver raggiunto una sua stabilità. Si partiva da una bozza molto al risparmio, con quota 102 nel 2022 e poi 104 nel 2023, opzione donna a 60 anni e Ape Sociale senza nessun ampliamento della platea. 

Prima ancora però che questo testo arrivasse in parlamento, tutto era già cambiato. Addio a Quota 104 prima di tutto, dal 2023 ci sarà un ritorno alla legge Fornero a meno di opzioni di flessibilità ulteriori che vedremo in seguito.

Opzione donna è stata poi riportata ai suoi parametri attuali. Per tutto il 2022 potranno andare in pensione con il ricalcolo contributivo dell’assegno pensionistico, le lavoratrici dipendenti che avranno raggiunto i 58 anni di età e i 35 di contributi. Per le autonome invece l’età minima richiesta sarà di 59 anni. In entrambi i casi è prevista una finestra di 12 mesi per le dipendenti e 18 per le autonome dalla maturazione dei requisiti. 

Anche Ape sociale è sopravvissuto alla manovra e continuerà ad essere valido per il 2022. Sono state anche incluse alcune nuove categorie gravose. Il nuovo elenco è disponibile nell’allegato alla legge di bilancio, e include anche professori di scuola primaria, tecnici sanitari e artigiani. 

Dalla manovra finanziaria sono stati ricavati anche 150 milioni di euro per sostenere le uscite dalle piccole e medie imprese. Fortemente voluto dalla Lega di Salvini, questo fondo servirà a garantire un’uscita dal lavoro più semplice per i dipendenti delle piccole aziende in stato di crisi o di forte stress a causa della crisi pandemica. 

Riforma delle pensioni, i numeri del 2022

Stabilizzatasi la situazione sul futuro immediato delle pensioni, sono iniziati i primi calcoli sulla possibile platea di questi interventi. Questi numeri danno l’idea della portata limitata di queste misure, e permettono di capire esattamente quale sia l’entità della spesa che lo stato è disposto a sostenere per anticipare la pensione a determinate categorie. 

Quota 102 ad esempio produrrà un totale di soli 16.800 assegni nel 2022. Questo numero è dovuto alla breve durata della validità della legge, dato che la norma sarà in vigore soltanto per il prossimo anno. L’anno successivo gli effetti di quota 102 raggiungeranno il picco, con 23.500 nuovi pensionati ed una spesa già al massimo, pari a 679,3 milioni di euro. Già nel 2026 quota 102 smetterà di far pesare le sue conseguenze sulle casse dello stato. 

Opzione donna avrebbe una platea potenzialmente maggiore, di ben 29.500 lavoratrici. Ma secondo il governo non saranno più di 17.000 le donne che sceglieranno di andare in pensione in anticipo. Questo perché la norma prevede un taglio significativo dell’assegno pensionistico, che poche lavoratrici possono permettersi. Il costo totale, sommando anche quello accumulato negli anni passati, di questa norma raggiungerà i 480,1 milioni nel 2024, per poi calare fino a 33 milioni nel 2028 .

Anche Ape Sociale ha infondo una platea limitata. Anche aggiungendo le nuove categorie, soltanto 21.000 lavoratori la sceglieranno secondo quanto riportato dal governo. Sommando queste cifre si arriva a circa 55.000 persone che sceglieranno di andare in pensione in anticipo l’anno prossimo. Una cifra piuttosto bassa, se si pensa che in due anni la sola quota 100 ha permesso di lasciare il lavoro a 341.000 persone. 

Riforma delle pensioni, una nuova proposta della Lega

A guardare i risultati delle modifiche al sistema previdenziale maturati in manovra, si direbbe che la Lega abbia alzato bandiera bianca su ogni fronte. Quota 100 è finita e nessuna delle istanze del Carroccio è stata accolta, mentre le bandiere degli avversari politici interni alla maggioranza come Ape Sociale o Opzione Donna sventolano ancora sulla manovra. 

Detto che la finanziaria è molto di più delle semplici pensioni, e che la Lega ha semplicemente scelto di investire il proprio capitale politico altrove, Slavini non ha mollato il tema della previdenza sociale, e punta ora alla riforma della flessibilità di cui si discuterà l’anno prossimo, e che potrebbe entrare il vigore dal 2023. 

L’obiettivo, condiviso con i sindacati, è quello di Quota 41. Una riforma che manderebbe in soffitta la legge Fornero e che permetterebbe di andare in pensione con 41 anni di contributi, senza alcun requisito anagrafico. Il governo si è però già detto fermamente contrario a questa prospettiva, ma il leader della Lega ha intenzione di portare al tavolo delle trattative una nuova proposta. 

Oggi martedì 16 novembre, si svolgerà infatti una riunione tra governo e sindacati in cui si discuterà del futuro delle pensioni in Italia. In questa sede, riporta l’Huffington Post, Salvini vorrebbe proporre un approccio graduale a Quota 41. Nel 2023 al criterio di 41 anni di contributi si affiancherebbe quello di 63 anni di età. Il costo della misura sarebbe basso, e una volta esauritasi nel 2025 si passerebbe a Quota 41 secca. 

Anche se la proposta trovasse sponde politiche, c’è da ricordare che per quanto riguarda il prossimo anno, il futuro del governo è incerto. L’elezione del Presidente della Repubblica, da tenersi entro gennaio, potrebbe sfaldare la maggioranza e nel peggiore dei casi porre fine alla legislatura. 

Dall’altra parte il governo potrebbe usare la speranza di una riforma delle pensioni per tenere nei ranghi la Lega, evitare colpi di mano e allungare la propria vita fino alla fine del quinquennio, nel 2023. 

Riforma delle pensioni, l’opzione a 62 anni con il contributivo

Il principale punto debole della proposta di Salvini non è però né il destino politico del governo, né la sua somiglianza con Quota 100. Il problema di questa idea è che non sfrutta una delle pochissime aperture che il governo è stato disposto ad accettare sulle pensioni. Per Draghi infatti ogni possibile opzione ulteriore alla Fornero deve basarsi sul ricalcolo contributivo dell’assegno.

Esattamente come succede oggi per Opzione Donna, le nuove norme sulla flessibilità pensionistica dovranno partire dal presupposto di calcolare gli anni di retributivo, quelli prima del 1995, come se fosse contributivi. Questo permette allo stato di risparmiare e ai lavoratori di poter scegliere un’uscita anticipata dal lavoro. 

In questo spiragli stanno tentando di inserirsi i sindacati, con una trattativa serrata. Partiti da Quota 41, i rappresentanti dei lavoratori sembrano ormai aver abbandonato ogni speranza di riforma organica, e stanno trattando su un’Opzione Tutti, che preveda 62 anni di età, magari associata a soli 20 anni di contributi di requisito minimo. 

L’idea piace anche al ministro del lavoro Orlando, del Partito Democratico, che ha dichiarato: "Tornare al contributivo non significa necessariamente tornare alla Fornero com’era: lo sforzo che si può fare è mantenere l’impianto contributivo, ma costruire elementi di flessibilità che consentano di evitare alcune rigidità e andare così incontro ad alcune delle istanze del sindacato”.

Sarà questo quindi l’argomento centrale del tavolo di trattative indetto per oggi martedì 16 novembre a palazzo Chigi. Anche se Landini, Sbarra e Bombardieri, i tre segretari dei sindacati confederati, dovessero ottenere concessioni dal governo, la nuova norma non arriverebbe prima del 2023. 

Riforma delle pensioni, un aiuto ai giovani

Ma sul tavolo delle trattative non c’è soltanto il futuro prossimo delle pensioni. Questi anticipi hanno infatti causato preoccupazione per la previdenza sociale dei giovani, in particolare di coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996. 

Le previsioni dell’INPS in questo ambito sono impietose. Si parla di assegni minimi, età pensionistiche elevatissime, oltre i 70 anni, e questo solo nel caso si sia cominciato a lavorare presto e si sia avuta una carriera lavorativa continua. Situazioni più uniche che rare nel mercato del lavoro odierno. 

I sindacati stanno quindi spingendo per alcune norme che garantiscano una pensione più dignitosa ai giovani. La prima misura sarebbe il riscatto gratuito della laurea. Ad oggi riscattare gli anni di università costa moltissimo, quasi quanto versare i contributi volontari, e pochi scelgono questa opzione. 

Molti giovani però hanno scelto un percorso universitario nella speranza di un lavoro migliore, e garantire loro questi 5 anni di contributi potrebbe essere fondamentale per evitare in futuro di trovarsi con una generazione intera costretta a lavorare dopo i 70 anni. Affiancato al riscatto della laurea ci sarebbe un conteggio nei contributi degli anni di formazione, quindi degli stage e dei tirocini che caratterizzano spessi i primi anni di lavoro in questo periodo.