La validità di Quota 100 sta per volgere al termine e il Governo Draghi è chiamato a correre al più presto ai ripari con il disegno di una riforma delle pensioni.

A partire dal 1 gennaio 2022, infatti, il sistema pensionistico che è oggi attivo non sarà più valido ma ancora non si sa quale sarà la sorte dei lavoratori che vorranno andare in pensione dopo questa data.

Tra le voci che corrono, sembra che il Governo sia a lavoro per estendere ad una platea già vasta le formule di anticipo pensionistico già valido, con una soglia fissata a 63 anni. Ma ancora non si ha alcuna certezza.

Con questo video, AppLavoro cerca di fare il punto sui possibili scenari che si stanno prospettando e su cosa potrebbe succedere nel caso in cui non si giungesse ad una soluzione entro la fine del 2021: Riforma pensioni: tutte le ultime novità per il 2022 - AppLavoro.it

 

Quota 100 va in pensione ma non c’è ancora la sostituta

Proprio in questi giorni, al ritorno dalla pausa estiva, il Governo è stato chiamato ad affrontare il problema della riforma delle pensioni.

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2021, Quota 100 andrà definitivamente in pensione senza possibilità di alcuna proroga.

Ma ad oggi ancora non vi è alcuna certezza all’orizzonte e il rischio è davvero alto.

Nel corso di questi ultimi mesi le voci che si sono susseguite sono state varie: dall’estensione a tutti i lavoratori di Quota 41 alla possibilità di pensionamento in anticipo a 63 anni.

Il dubbio di fondo è se il Governo Draghi intenda creare un nuovo sistema di pensioni, partendo da zero, o se si vuole sfruttare le formule pensionistiche già esistenti.

Senza un accordo condiviso si torna alla Riforma Fornero

Il sistema pensionistico che prende il nome di “Quota 100” prevede la possibilità, per lavoratori e lavoratrici sia del comparto pubblico che privato di andare in pensione all’età di 62 anni, a condizione che siano stati maturati gli anni contributivi richiesti.

Ma con la fine del 2021 questo metodo non potrà già essere ulteriormente prorogato.

Già una volta infatti, con il decreto del 5 novembre 2019, è stata prorogata ma la clausola è che la sua validità non andasse oltre il biennio 2021/2022.

E ad oggi non si ha alcuna certezza su quale sia la prossima possibile riforma delle pensioni.

Nel caso in cui non si dovesse trovare un accordo tra le parti sociali e con i partiti di maggioranza e minoranza, tornerà in vigore il sistema di pensionamento presente nella Riforma Fornero.

Messa da parte la possibilità di ritirarsi dal lavoro a 62 anni, tornerebbe in vigore la “pensione di vecchiaia”, ovvero il sistema pensionistico con il quale i lavoratori possono andare in pensione all’età di 67 anni, avendo maturato 20 anni di contributi.

Inoltre, nel caso in cui sono si formuli una nuova struttura del sistema pensionistico, anche alcune formule di pensionamento anticipato che oggi esistono verrebbero meno.

Per esempio alla fine del 2021 scade anche la possibilità di applicare il sistema di pensionamento anticipato dell’APE sociale; una formula che tra le altre cose è stata tenuta in considerazione come una delle papabili da estendere ad una platea più ampia di lavoratori.

Niente più possibilità quindi di andare in pensione a 63 anni di età, avendo maturato 30 o 36 anni di contributi.

Ma ancora tutto è in divenire e non resta che stare a vedere quali saranno le prossime mosse del Presidente del Consiglio e di tutto l’Esecutivo.

La platea delle possibili soluzioni pensionistiche è vasta

Molto probabilmente l’intento del Governo Draghi, in previsione della fine del vigore di “Quota 100”, è quello di estendere una delle formule di pensionamento anticipato già in vigore ad una platea più ampia.

E proprio su questo tema la discussione è particolarmente vivace.

La prima opzione che era stata presa in considerazione è stata quella di estendere a tutti i lavoratori la cosiddetta  “Quota 41”.

Questo metodo di pensione anticipata può essere richiesto solo da determinate categorie, quali:

  • i lavoratori precoci, ovvero quei lavoratori che abbiano lavorato per almeno un anno prima del compimento dei 19 anni, accumulando così 12 mesi di contributi, e che abbiano poi raggiunto in totale 41 anni di contributi;
  • i disoccupati che siano stati licenziati dal datore di lavoro, con formule di licenziamento sia individuale che collettivo;
  • Disoccupati che si trovano in questa condizione a causa di dimissioni per giusta causa;
  • I lavoratori disabili che abbiano una certificazione di disabilità con una percentuale pari o superiore al 74%;
  • i cargeiver, ovvero quei soggetti che, in base a quanto sancito dalla Legge 104, abbiano a carico la cura di un parente affetto da  da disabilità grave;
  • I lavoratori addetti a quelli che per legge sono stati individuati come “lavori usuranti” e che abbaino svolto questo ruolo per almeno sette anni nell’arco dei dieci anni che precedono l’inoltro della domanda di pensionamento;
  • I lavoratori che sono impiegati su turni notturni alla catena di montaggio;
  • gli autisti che svolgano il loro lavoro anche di notte alla guida di autobus a nove posti.

L’estensione di Quota 41 a tutti i lavoratori ha rappresentato una proposta fortemente caldeggiata dai sindacati ma che non ha potuto trovare attuazione.

Infatti l’estensione di questa possibilità di ampliare la platea a tutti i lavoratori risulterebbe eccessivamente pesante per le casse dello Stato.

Ecco quindi che la prima opzione è stata accantonata.

Seconda opzione auspicabile è stata l’estensione della possibilità di pensionamento all’età di 57 anni a tutti.

Ad oggi tale prerogativa è limitata solo ai lavoratori che risultino essere caregiver, ovvero coloro che nel rispetto di quanto stabilito dalla Legge 104, assistono un familiare affetto da disabilità grave e per questo motivo godono di alcune agevolazioni, tra cui appunto la possibilità di andare in pensione in anticipo.

Ma come nel caso di Quota 41, anche in questo caso questo sistema pensionistico è stato escluso per l’eccessivo peso economico che avrebbe sullo Stato.

Per ora però l’ipotesi più accreditata è l’ampliamento della platea degli aventi diritto all’APE Sociale.

Con APE Sociale diventerebbe realtà il pensionamento a 63 anni

Una forma di pensione riservata solo ad alcune categorie, ovvero le cosiddette categorie deboli, sfruttando la formula di APE Sociale è già da oggi possibile andare in pensione a 63 anni.

Stando alla normativa vigente, che tra le altre cose vedrebbe lo scadere di questa formula a dicembre 2021, fino ad ulteriori modifiche a poter accedere a questo pensionamento anticipato sono solo alcune categorie, ovvero:

  • I soggetti disoccupati che abbiano perso il lavoro a causa di un licenziamento da parte del datore di lavoro o il cui licenziamento sia conseguente a dimissioni firmate consensualmente da lavoratore e datore;
  • I disoccupati che si trovino senza lavoro in seguito a dimissioni rassegnate per giusta causa;
  • I soggetti che siano disoccupati da più di tre anni e che abbiano contestualmente maturato almeno trenta anni di contributi.

In realtà più che di pensione anticipata si tratta di un’agevolazione economica: ad oggi infatti l’APE Sociale consiste nella possibilità di ricevere, per i dodici mesi che precedono la pensione di vecchiaia, un prestito da parte dell’INPS per tramite del datore di lavoro.

Oltre che a far parte dei lavoratori appartenenti alle categorie deboli, gli altri requisiti per accedere all’APE sociale sono:

Ora rimane da attendere il giudizio della Commissione Tecnica

Come per le altre ipotesi che erano state avanzate, anche in questo caso è necessario, prima dell’eventuale ok definitivo, bisogna valutare l’effettiva fattibilità economica dell’estensione dell’APE Sociale.

In particolare la Commissione tecnica è stata chiamata ad individuare le possibili categorie di lavoratori che possono accedere a questa formula.

Ad oggi infatti è stata esclusa la possibilità di estendere a tutti in modo indiscriminato l’APE Sociale.

Tra i lavori che sono stati presi in considerazione, in particolare, rientrano i cosiddetti lavori  “gravosi”, che in base ai criteri utilizzati anche in altre situazioni dall’INPS, devono tenere in considerazione i seguenti parametri quali:

  • frequenza e gravosità degli infortuni;
  • gravosità delle malattie professionali.

Una luce nel tunnel della riforma delle pensioni sembra quindi accendersi, ma ancora non è possibile avere la certezza assoluta.

Si attende anche il rinnovo di Opzione Donna

Oltre che a dare forma al sistema pensionistico “di base”, il Governo è anche chiamato a prendere decisioni sul possibile rinnovo delle formule di pensionamento anticipato che ad oggi risultano attivi ma che sono in fase di scadenza.

In particolare, una formula di pensionamento anticipato e settoriale che potrebbe subire delle modifiche è “Opzione Donna”.

Pensionamento anticipato esclusivamente al femminile,“Opzione donna” prevede la possibilità di richiedere il pensionamento al raggiungimento dei 58 anni di età per le lavoratrici dipendenti o 59 anni per le lavoratrici autonome.

In entrambi i casi comunque devono essere stati versati 35 anni di contributi.

Ritenta dai più non particolarmente vantaggiosa, si fa sempre più viva la possibilità di estendere questa formula di pensione in modo permanente a tutte le lavoratrici.

In realtà sono anche altre le agevolazioni che il governo potrebbe mettere in campo per agevolare le lavoratrici donne, come ad esempio “Quota Mamma”, ovvero un’agevolazione aggiuntiva che corrisponde ad una quota integrativa, al momento della pensione, per ogni figlio.