Riforma pensioni, ecco come potrebbero cambiare i requisiti da gennaio 2023

Intoppi, ritardi e discussioni frenano l’ingresso della riforma pensioni, che stando alle previsioni dovrebbe essere annunciata prima dell’autunno. Ma, se salta anche quest’ultimo periodo, cosa accadrà a chi vuole andare in pensione nel 2023?Quali regole vengono applicate per il pensionamento da gennaio 2023? Se l’Esecutivo lascia scivolare la riforma pensioni di un altro anno, resta nel paniere pensionistico solo la Legge Fornero? A questo punto, appare più che lecito chiedere che fine farà il mix pensione proposta da Pasquale Tridico, presidente dell’INPS.

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Intoppi, ritardi e discussioni frenano l’ingresso della riforma pensioni, che stando alle previsioni dovrebbe essere annunciata prima dell’autunno. Ma, se salta anche quest’ultimo periodo, cosa accadrà a chi vuole andare in pensione nel 2023?

Quali regole vengono applicate per il pensionamento da gennaio 2023? Se l’Esecutivo lascia scivolare la riforma pensioni di un altro anno, resta nel paniere pensionistico solo la Legge Fornero? A questo punto, appare più che lecito chiedere che fine farà il mix pensione proposta da Pasquale Tridico, presidente dell’INPS. 

È, importante, capire che gennaio 2023 non è una tappa lontanissima e che le regole disposte dalla Fornero assumo un contorno sempre più nitido. Il Governo Draghi dovrebbe presentare la nuova riforma pensioni entro l’autunno, per poi essere contenuta nella Legge di Bilancio 2023.

Senza nuovi aggiornamenti con decorrenza dal 1° gennaio 2023, cadono diverse possibilità d’uscita per i lavoratori. Senza una proroga non sarà più possibile collocarsi in quiescenza con la misura Quota 102, Opzione donna e Ape sociale

Molti lavoratori dovranno rinunciare alla pensione a 64 anni, alla pensione donna e all’unica misura di tutela per i lavoratori. Ricordiamo che quest'ultima misura non offre una pensione, ma un’indennità fino al perfezionamento dei requisiti per un trattamento previdenziale ordinario. 

Qualche flebile segnale arriva dalla politica, purtroppo, la verità è che il tavolo di discussione è stato stroncato sul nascere già da febbraio. Oggi, il Governo è impegnato a fronteggiare la crisi energetica, per questo motivo, si teme che un collasso del sistema previdenziale sui lavoratori.  

La Legge Fornero fa davvero tanto paura, oppure, è il solito tranello per confondere i cittadini 

Il ricordo dell’ingresso della riforma pensioni “lacrime e sangue” terrorizza ancora, i lavoratori hanno pagato una riforma a caro prezzo e, questo certamente non si può nascondere, né tantomeno, minimizzare.

Eppure, regole alla mano il ritorno della Fornero appare come uno spauracchio orchestrato alla buona. La verità è che si intravede lo zampino politico che sfrutta l’ossessione di regole vive a regime. 

Basti, pensare, che oggi l’età pensionabile corrisponde al requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia. In tutto, servono 67 anni e 20 di contribuzione per uscire dal lavoro con le regole ordinarie. E, ancora, stesso discorso per coloro che vantano 41 o 42 anni e 10 mesi di contribuzione, sufficienti per la pensione anticipata ordinaria. 

La Commissione europea ha confuso le carte in tavola, respingendo le misure previdenziali italiane. In modo particolare, sono state messe in discussione le deroghe applicate alla legge Fornero.

Oltre a essere bocciate le misure Quota 102, Ape sociale e Opzione donna, colpevoli di gravare troppo nelle casse INPS (breve e medio periodo). Misure che permettono ai cittadini di collocarsi al riposo prima dei 67 anni di età, fuori dal contesto delle regole ordinarie. 

C’è chi aspetta di andare in pensione con Quota 41, ma forse non sarà possibile

Intanto, la Lega sembra remare contro alle esigenze di cassa e ai giudizi europei, richiedendo Quota 41 come misura da introdurre nella riforma pensioni. Una misura che permetterebbe a tutti i cittadini di scegliere di allontanarsi dal lavoro con un’anzianità di 41 anni, quindi, presumibilmente all’età compresa tra 62 a 64 anni.

È possibile che questa misura trovi una collocazione nella riforma pensioni e diventi operativa nel 2023, superando Quota 102. Come ci si aspetta non la proroga di Opzione donna, ma il nascere di una misura strutturale meno penalizzante più ricettiva per le lavoratrici. 

Draghi spinge per un contributivo per tutti, fissando l’uscita a 64 anni 

A tirare i fili, stabilire gli schemi, neutralizzare le parte avversa resta opera di Palazzo Chigi. Lontano dalle prospettive iniziali in cui si presumeva l’introduzione di nuovi paletti legati a una maggiore flessibilità d’uscita.

L’obbiettivo resta quello di contenere i conti pubblici, per questo vengono azzerate quelle poche differenze che consentono di ricevere un assegno più alto.

L’uscita anticipata viene accompagnata generosamente da un sistema contributivo, il che indica un taglio incisivo sull’assegno. Un discorso che avviene sistematicamente per Opzione donna (scaduta il 31 dicembre 2021). Ricordiamo che le lavoratrici per l’uscita anticipata pagano una penalizzazione irreversibile del 30% sul valore dell’assegno pensione. 

In questo contesto, nessun cenno, nessun riferimento alla proroga o correttivi in essere per la misura Opzione donna, ne tantomeno Ape sociale. 

Pensione spartita tra contributivo e retributivo, il mix di Tridico

Per il presidente dell’INPS l’assetto previdenziale dovrebbe essere incentrato solo su due aspetti. Da una parte, si permetterebbe un’uscita anticipata da 62 a 64 anni con un prima parte dell’assegno. Fissato un requisito minimo contributivo di 20 anni.

In altre parole, l’uscita anticipata viene legata a una quota contributiva, rilasciata fino a 67 anni di età. Poi, verrebbe eseguito un nuovo calcolo in cui rientrerebbe la contribuzione calcolata con il sistema retributivo.

Il pensionato riceve una pensione dal valore maggiore e forse che si avvicina ai canoni di una vita dignitosa solo se raggiunge i 67 anni di età.