Non è una relazione incoraggiante quella che la Corte dei Conti, il "giudice" contabile, ha rilasciato il 28 maggio. Nel solito report sul coordinamento della finanza pubblica emesso ogni anno, la Corte dei Conti esprime la sua opinione sulle misure fiscali, previdenziali ed in generale sulle spese affrontate dalla macchina pubblica. Ma non si tratta si semplici opinioni, ma di vere raccomandazioni che non potranno essere inascoltate da parte del governo attualmente in carica e guidato dall'economista Mario Draghi. In particolare il dito puntato è sulle misure previdenziali, tra cui Quota 100, che hanno creato squilibri finanziari e per le quali la Corte dei Conti lancia l'allarme sui conti pubblici. Ma sotto accusa anche il sistema fiscale troppo spostato sulle pensioni e sui lavoratori dipendenti, sull'eccessiva frammentazione delle agevolazioni fiscali che di fatto fa perdere gettito fiscale, sull'eccessività del supercashback, per finire con un'appunto sulla Lotteria degli Scontrini.

Pensioni: la Corte dei Conti boccia Quota 100

Nel 2020 la spesa previdenziale, rispetto all'anno 2019, è cresciuta di 23 miliardi di euro (+7,3%) portandosi a 341 miliardi di euro. E' l'effetto delle politiche di contrasto agli effetti della pandemia sull'economia italiana. Oltre la metà di questo aumento però è collegato a prestazioni non pensionistiche come il reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, la cassa integrazione e le indennità per i disoccupati.

L'aumento della spesa per le sole pensioni si è stabilizzata sul 2,4 per cento (+6 miliardi), ma la straordinaria caduta dell'attività economica ne ha fatto crescere la sua incidenza sul Pil al 17,1 per cento (dal 15,4 per cento).

Il rapporto mette in evidenza che hanno contribuito alla crescita della spesa previdenziale le misure del decreto legge 4/2019: Quota 100 e il blocco dell'adeguamento alla speranza di vita dell'anzianità contributiva per l'accesso a pensione anticipata. Al 31 gennaio 2021 il numero di pensioni complessivamente liquidate con Quota 100 risultava pari a 278 mila, prevalentemente riferibili a lavoratori maschi del settore privato. L'anzianità media di contribuzione è risultata pari a 40 anni, di cui 19 nel sistema retributivo (24 nel 2019). Nel 2020 sono state anche sfruttati gli altri pensionamenti in deroga come Opzione donna e Ape sociale: nel 2020 sono state accolte rispettivamente 16.300 e 10.800 domande.

La conclusione cui giunge la Corte dei Conti è che 

Quale che sia l’evoluzione programmatica del prossimo biennio, la spesa previdenziale potrà rappresentare un rilevante elemento critico per i conti pubblici.

Una raccomandazione al governo di Mario Draghi di trovare al più presto un equilibrio mettendo le mani sul sistema pensionistico che non sarà indolore per gli italiani.

Riforma pensioni: nessun anticipo, tutti a 67 anni

Dal 2022 per tutti si andrà in pensione a 67 anni e di certo non si salverà chi sfortunatamente compirà 62 anni nel 2022 avendo già maturato i 38 anni di contributi nel 2021. Per lui o lei ci saranno altri 5 anni di lavoro, oppure maturare il requisito contributivo a 42 anni e 10 mesi per i lavoratori e per le lavoratrici 41 anni e 10 mesi. Lo scalone di 5 anni è un problema vero, concreto, da affrontare: un aumento secco di cinque o sei anni dei requisiti di pensionamento non è proponibile. Per questo le sigle sindacali di CGIL, CISL e UIL chiedono flessibilità e trovare una soluzione per tutti. In una nota congiunta inviata al Ministro del Lavoro, i sindacati chiedono

La riforma complessiva del nostro impianto previdenziale – proseguono – dovrà prevedere la possibilità di accesso flessibile alla pensione, il riconoscimento della diversa gravosità dei lavori, la valorizzazione del lavoro di cura e del lavoro delle donne.

Ma il Rapporto della Corte dei Conti non sembra dare adito a dubbi. L'eccessiva spesa previdenziale del 2020, l'insuccesso di Quota 100 e la pressione sui conti pubblici, non promettono bene. Anzi la sensazione è che si dovrà lavorare di più per andare in pensione, perchè altrimenti le casse dell'Inps non reggono. Ma di contro c'è anche da considerare quale impatto questa situazione potrà avere sulle giovani generazioni che non riescono a trovare lavoro.

Riforma pensioni: quota 62 o quota 41?

L'ipotesi di Quota 41 è stata nelle ultime settimana quella che sembrava voler mettere d'accordo un po' tutti. La proposta della Lega che sembra comunque non essere sgradita alle altre forze politiche è l'introduzione, in realtà si tratta di un'estensione, di Quota 41 che già oggi è concessa a chi assiste un famigliare con un handicap grave. Non modificando questa opzione, quota 41 sarebbe estesa a tutti, permettendo a chiunque di andare in pensione con 41 anni di contributi, indipendentemente dall'età anagrafica. Per la pensione di anzianità ricordiamo che oggi sono necessari 42 anni e 10 mesi per i lavoratori e per le lavoratrici 41 anni e 10 mesi. 

Quota 41 implica comunque il fatto che si sia iniziato a lavorare molto presto, da giovani. Chi infatti ha iniziato a 19 anni, con questa opzione potrebbe andare in pensione avendo compiuto 60 anni. Il requisito per poter andare in pensione con 41 anni di contribuzione, indipendentemente dall'età anagrafica è quello di aver almeno 12 mesi di contribuzione maturati nel periodo precedente al compimento del 19° anno di età.

I sindacati invece chiedono maggiore flessibilità, sempre in ottica di un equilibrio generazionale. La loro proposta è Quota 62. Andare in pensione a 62 anni con il contratto di espansione, che proprio nel decreto sostegni bis è stato confermato ed esteso anche alle imprese più piccole. All’azienda viene consentito il licenziamento dei dipendenti prossimi alla pensione e a ridurre l’orario di lavoro agli altri lavoratori, in cambio di formazione e di nuove assunzioni. Questa soluzione rappresenterebbe per le imprese, soprattutto quelle piccole, un costo eccessivo.

Pesa sulla riforma pensioni il nodo risorse

Quando si parla di riformare un sistema, non ci si deve dimenticare che l'obiettivo è uno: rendere quel sistema sostenibile che tradotto in termini finanziari significa non mandare con le gambe all'aria i conti pubblici. La pandemia ha reso tutto più complicato. Gli sforzi finanziari fatti dagli Stati sono stati enormi. Il debito pubblico italiano è cresciuto di oltre cento miliardi in un solo anno. Ma era necessario. Questo però mette in grave difficoltà il decisore politico di come affrontare il futuro. Sulle casse dello stato italiano, nel 2020, è pesata la spesa per l’assistenza. L’anno scorso quella sotto forma di prestazioni in denaro e in natura ha superato i 67 miliardi, con una crescita del 28,4 per cento su base annua. A far registrare il maggior rimbalzo è stata la categoria degli assegni e sussidi, tra cui Reddito di cittadinanza/Reddito di emergenza e disoccupazione. Solo queste misure sono state più alte rispetto alle altre due categorie di spesa che rientrano tra le spese assistenziali: invalidità, pensioni e assegni sociali.

Si legge nella relazione che l'incremento di oltre 15 miliardi delle erogazioni per altri assegni e sussidi  sembra configurarsi per un terzo di natura strutturale e per due terzi di natura congiunturale.

Riforma pensioni: a condizionare anche il minor gettito

Da alcuni anni chi effettua la dichiarazione dei redditi ha la possibilità di verificare in che percentuali l'Irpef versata finanzia i vari capitoli di spesa pubblica. La prima ad essere finanziata è proprio la spesa previdenziale. Con un gettito fiscale che ha risentito degli effetti della pandemia da Covid e delle scelte di posticipare o cancellare i pagamenti di alcune tasse, le risorse per una riforma del sistema pensionistico sono limitate. Ad aggravare la situazione, secondo la relazione della Corte dei Conti, anche il minor gettito dovuto alla frammentazione delle agevolazioni fiscali. Anche l’assetto fiscale registra, agli occhi della magistratura contabile, alcuni punti deboli. Secondo la Corte

la proliferazione delle spese fiscali e dei trattamenti differenziati ha significatamente contribuito a rendere complesso il prelievo; nonostante siano stati assunti nel tempo continui impegni a limitarne l’uso, il loro numero ha continuato ad aumentare sensibilmente.

In particolare, rileva ancora la Corte dei conti, sono circa 250 le agevolazioni, che causano una significativa perdita di gettito (circa 53 miliardi nel 2021). Ed è qui che si innesta l'assegno unico ai figli e la riforma fiscale di cui però ancora non c'è traccia.