Anno nuovo, problemi vecchi e nuovi. Il Green Pass, la supplentite, le mascherine e lo spettro della DAD sono soltanto alcune delle tante incognite che funestano il mondo della scuola: come al solito, peggio del solito

Del salvacondotto verde si fa gran concione in tutti gli ambiti, ma nella scuola la questione è ancor più delicata, giacché una parte del personale continua la renitenza all’inoculazione e non è ancora chiaro se potrà cavarsela con tamponi a giorni alterni (pagati da chi?) o se subirà un demansionamento, se non addirittura il licenziamento. Se all’equazione aggiungiamo gli studenti, il nodo diventa ancor più arduo da dipanare. 

Il problema della supplentite è oramai endemico, poiché i concorsi banditi dall’ex ministra Azzolina, di cui si è svolto solo lo straordinario, non hanno risolto alcunché, a dispetto degli annunci in pompa magna e della proterva vanagloria. 

La DAD è per buona parte un corollario della questione vaccinale e delle temute recrudescenze della pandemia, per cui vaticinare in proposito è compito da rabdomanti. 

Cerchiamo allora di capire lo status quo a meno di un mese dalla prima campanella, sperando che essa non intoni l’epicedio a questa martoriata istituzione. 

È necessario il Green Pass per andare a scuola? 

Il governo ha fatto passare la linea dura: tutti i lavoratori della scuola sono tenuti a esibire il Green Pass al rientro dalla pausa estiva (non per gli esami di riparazione). Com’è noto, esso si ottiene dopo quattordici giorni dalla prima dose (prima e unica solo se si tratta del vaccino Johnson&Johnson), dopo essere guariti dal Covid-19 o dopo un tampone negativo, la cui validità non eccede le quarantott’ore.

Qualora i docenti decidessero di non provvedere, si prevede la loro sospensione dal servizio e dallo stipendio, nonostante stiano montando proteste, in queste settimane, contro l’obbligatorietà della certificazione. 

I controlli, in punto di diritto, spetterebbero ai dirigenti scolastici, i quali tuttavia possono delegare al personale ATA. Allo stato attuale, comunque, non sono ancora state diffuse le applicazioni multimediali preposte a tali controlli, non dissimili evidentemente da quelle in uso ai gestori di bar, ristoranti, cinema e affini.

Anche gli studenti universitari debbono far sfoggio del salvacondotto per entrare negli atenei, mentre la questione si complica per tutti gli altri. I bambini delle elementari, a dire il vero, non si pongono il problema: non esistono vaccini approvati per gli under 12, ancorché ve ne siano in fase avanzata di sperimentazione, e quindi il Green Pass non ha semplicemente senso. 

Tutta da dirimere è invece la questione degli studenti delle medie inferiori e superiori. Infatti, due su tre non sono ancora stati immunizzati e, anche procedendo magnis itineribus, questo dato non migliorerà a stretto giro di posta. In attesa di ulteriori chiarimenti, comunque, è lecito supporre che non ci sarà un obbligo immediato. 

Chi è contrario al Green Pass nelle scuole? 

Tutti coloro i quali hanno lanciato strali contro il Green Pass in alcuni luoghi pubblici, ça va sans dire, lo avversano anche per la scuola. Al di là dei docenti no-vax, comunque, anche il sindacato Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) ha manifestato perplessità – per usare un eufemismo – sull’obbligo. 

Il presidente nazionale dell’Anief, Marcello Pacifico, cita il regolamento 953 del 2021 per bollare come discriminatorio il provvedimento e ben centodiecimila persone hanno sottoscritto la petizione “anti green pass”, segnalando così delle profonde spaccature anche all’interno del personale scolastico. Altri reputano il vaccino stesso un obbligo de facto, imposto per altro in modo surrettizio. 

Sulla liceità dei provvedimenti, comunque, è meglio lasciare che si esprimano i giureconsulti – in Spagna, a mero titolo d’esempio, il Green Pass è stato dichiarato anticostituzionale – mentre si deve evidenziare la polarizzazione scatenata dal dibattito, tra no-vax irriducibili e vaccinisti arditi, senza che si faccia uso dell’ingrediente segreto: il buon senso

Avere una popolazione scolastica perlopiù immunizzata permetterà a tutti di dormire sonni più tranquilli, ma è da evitarsi comunque l’ostracismo verso i riottosi, a patto che siano disposti a tamponarsi di frequente e a mantenere con scrupolo le regole del distanziamento. 

Docenti e studenti dovranno ancora indossare le mascherine? 

Il ministro Bianchi ha giustamente insistito per la didattica in presenza, ritenendo solo emergenziale la soluzione della DAD, alla quale tutti auspicano di non dover tornare. Tuttavia, gli spazi angusti e le classi-pollaio fanno pensare che il distanziamento fisico non sia sempre possibile, per cui la mascherina tornerà di moda

Dal decreto si può però desumere la scomparsa delle mascherine anche nel caso in cui tutti i presenti siano vaccinati o comunque immunizzati: ipotesi al momento fantascientifica, stanti le condizioni di cui prima, ma pur sempre una possibilità per un futuro non troppo lontano. 

In ogni caso, è lecito attendersi che si navigherà a vista. La protezione garantita dai vaccini è certa, eppure la diffusione del Covid-19, complice la temibile variante Delta, spinge sull’acceleratore: collazionando i dati anno su anno, il 17 agosto 2020 i nuovi casi erano 46, mentre il 17 agosto 2021 toccano i 422. 

Insomma, pur facendo tutti i riti apotropaici possibili e immaginabili, l’ipotesi di un ritorno almeno parziale alla DAD non è peregrina e il tempo in cui ci si potrà dimenticare la mascherina – a scuola, ma anche in altri ambiti – è di là da venire. 

Ci saranno tanti supplenti a scuola? 

I concorsi banditi dall’ex ministra Azzolina avrebbero dovuto eliminare una volta per il precariato dalla scuola: nulla di ciò è avvenuto e anche quest’anno scolastico segna un nuovo boom di supplenze

Della Azzolina si ricorderanno l’attivismo sgangherato e dilettantistico, se non proprio esiziale, contro i precari, nonché la faccenda tragicomica dei banchi da autoscontro e lo spirito presenzialista, per altro condito dall’inurbanità del minio: la ministra era insomma una solida garanzia d’inconsistenza. Di Bianchi, invece, c’è poco da dire, essendo rimasto pressoché silente dopo “aver imparato” la nomina a ministro

Un plauso per la scelta di accelerare l’assunzione dei supplenti, sempre a tempo determinato, gli è comunque dovuto: se le procedure non avranno intoppi, tutti i docenti dovrebbero essere in cattedra il giorno della prima campanella

È anche vero, però, che la modalità di smistamento costituisce una spada di Damocle sul suo capo e non è adatta a cuori deboli, affidando l’arduo compito di coprire i tanti buchi a un algoritmo che opererà sulla base delle preferenze degli insegnanti. 

Sul fronte dei concorsi, invece, il ministro ha per ora annunciato un altro straordinario da svolgersi entro l’anno e ha sveltito l’ordinario, senza però indicare date precise. I suggerimenti di quanti auspicavano concorsi per titoli e servizio sono rimasti, almeno per il momento, lettera morta, viste le resistenze di PD e M5S.

Quanto investe lo Stato sulla scuola? 

Per quanto si dica sempre che la scuola serve a forgiare le menti che ci guideranno nel futuro, lo Stato italiano ha sempre propalato una certa idiosincrasia per questa istituzione: i taglieggiamenti iniziati dal ministro Gelmini non sono mai stati interrotti e i dati del 2019 confermano questa tendenza, dato che la spesa complessiva sulla scuola si attesta al 3.6% del PIL, contro il 5% della media europea

Meglio andava nel periodo precedente la crisi dei subprime del 2008, quando lo Stato investiva un punto percentuale in più, comunque meno di quanto facessero i Paesi OCSE.

Con la legge di Bilancio del triennio 2020-2022, approvata nel dicembre 2019, al MIUR sono stati destinati oltre sessanta miliardi di euro. Un’era geologica fa: non c’era ancora la pandemia e l’arcigno ministro Fioramonti avrebbe voluto un budget più corposo, tanto da indurlo alle dimissioni. 

Certo, è essenziale saper spendere al meglio le risorse – investirli in banchi a rotelle inutilizzati equivale a bruciarli – e quindi il governo dovrà far buon uso dei soldi del PNRR: 12,66 miliardi verranno impiegati nell’edilizia scolastica e il piano presentato, invero un po’ ermetico, prevede la tanto agognata scomparsa delle classi-pollaio, oltreché un non meglio precisato superamento dell’identità classe demografica/aula.

Quale futuro ha la scuola italiana? 

Che le prospettive future per la scuola siano incerte è un dato di fatto. Se sulla finanza e sull’economia mi ero già espresso positivamente, al netto dell’impatto della pandemia e di ulteriori lockdown, non posso nascondere un certo imbarazzo nel tentativo di preconizzare l’avvenire del mondo scolastico

Di insegnanti validi ce ne sono a frotte, tra arruolati e arruolabili, così come non condivido il pessimismo antropologico di taluni sui giovani e sui giovanissimi, intelligenti almeno quanto quelli del passato. 

Meno fiducia c’è però sulla classe politica, più avvezza agli scherzi da fureria che alle riforme serie e sistemiche: la visione aziendalistica e professionalizzante che si vede all’orizzonte non promette nulla di buono e rischia di mettere all’angolo, tra le altre cose, lo spirito critico delle materie umanistiche. 

In tale prospettiva, accapigliarsi sul Green Pass e sulle mascherine sembra questione da asilo Mariuccia, mentre riflessioni più serie andrebbero fatte sugli orari, sulla composizione numerica delle classi, sull’inserimento degli studenti con difficoltà d’apprendimento, sulla stabilizzazione dei precari, sulla formazione e su mille altre problematiche. Insomma: sulla scuola tout court

Dobbiamo ribadire senza falsa retorica la centralità della scuola, avendo il coraggio di investire sul futuro, con la certezza che verremo ripagati con gli interessi. Siamo ancora in tempo, s’intende, ma la situazione è grave. Però stiamo pur sempre parlando dell’Italia e dunque, parafrasando Ennio Flaiano, la situazione è grave ma non è seria

La prima campanella suonerà a settembre: facciamo in modo che a suonare non sia anche la campana di hemingwayana memoria.