Smart working, croce e delizia dei lavoratori ai tempi del covid-19. Croce perché in tanti, da quando sono stati costretti alla modalità di lavoro agile si trovano praticamente 24/7 subissati da mail, telefonate e video call di lavoro. Insomma, è come se non esistessero più gli orari di ufficio. Delizia perché, nonostante si sia comunque costantemente collegati, i tempi e le modalità sono decisamente più comodi.

Si può lavorare anche in pigiama e alzarsi dal letto dieci minuti prima di collegarsi all’ufficio e durante la pausa pranzo basta fare pochi metri e si è subito in cucina. Inoltre, come successo di recente, sono garantite tutte le tutele in caso di malattia o infortunio.

Il lavoro a distanza è stata la vera scoperta nel corso di questa pandemia. Anche se alcune aziende lo adottavano eccezionalmente già da prima, non è mai stato preso realmente in considerazione. Adesso, sembra proprio che in un futuro più o meno lontano dovremo dimenticarci alti grattacieli e quartieri dedicati a uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur. I nostri appartamenti saranno i nostri uffici.

Nel frattempo, prima di fare il grande passo verso il lavoro agile, in Italia viene ancora considerato in ottica emergenziale. Il 30 aprile scadrà lo stato di emergenza: che cosa succederà dopo?

Smart working: dopo il 30 aprile ci sarà la proroga

A spingere verso la proroga sono state le parti sociali. Dal 26 aprile l’Italia riaprirà gradualmente per avviarsi con cautela alla stagione estiva, ma le aziende potranno continuare a utilizzare lo smart working semplificato almeno fino al 30 settembre, quindi per ulteriori cinque mesi.

Al ministero del Lavoro si è già a lavoro per la norma che lo disporrà, la quale dovrebbe entrare a far parte del decreto Sostegni bis già al vaglio del Governo. Il dl dovrebbe quindi essere emanato già nei prossimi giorni vista la scadenza imminente del 30 aprile.

Non si tratta di una decisione da poco perché la particolare emergenza sanitaria ha portato a una semplificazione per quanto riguarda l’adozione del lavoro agile, adesso decretata da un atto unilaterale. Prima dell’arrivo della pandemia, il lavoro da casa poteva essere sottoscritto solo dopo un accordo individuale, come prevede la legge 81 del 2017, la quale disciplina le “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”. La legge disciplina lo smart working al fine di meglio conciliare il tempo libero con il lavoro, non ponendo né vincoli di orario né vincoli di luogo fisico in cui trovarsi: l’importante è raggiungere gli obiettivi fissati, senza che la retribuzione ne venga intaccata. Questa esclusione di vincoli ha creato un cortocircuito, il quale ha avuto le sue conseguenze anche durante la pandemia. I datori di lavoro si sono sentiti “autorizzati” a contattare i propri dipendenti a qualsiasi orario e anche nei giorni di riposo.

Con l’arrivo dell’emergenza sanitaria si è resa urgente, nonostante i tanti problemi annessi, l’adozione di questa modalità e per la sua proroga ha spinto fortemente gran parte dei partiti di maggioranza: da Lega a Forza Italia, passando per il Partito Democratico, ma come si sta procedendo per tutelare i lavoratori agili?

Smart working: non sempre è una modalità agile

Salvo nuove ondate, con il raggiungimento dell’immunità di gregge dopo la vaccinazione di almeno il 70% della popolazione, lo smart working in Italia dovrebbe diventare un ricordo per gran parte dei lavoratori. Eppure, se adeguatamente disciplinato, può rappresentare seriamente il futuro nel mondo dell’impiego. Il lavoro domestico così come è stato svolto in questo anno di pandemia ha sottoposto anche i più stacanovisti a una vera e propria sfida di resistenza. 

Si chiama lavoro agile, ma fino a che punto lo è? Tirando le somme, pare proprio che l’agilità sia solo nel nome. Se prima, quando si lavorava in ufficio, bastava una telefonata per scambiarsi un’informazione, adesso vengono organizzate videochiamate per qualsiasi cosa. Videochiamate che tengono inchiodati davanti al computer anche per tempi biblici, perché magari c’è chi ha una connessione lenta, chi è ancora impacciato con gli strumenti, chi invece si dilunga inutilmente in chiacchiere.

I computer aziendali tenuti in casa portano a controllare ossessivamente la casella email anche nel weekend, giorni nei quali chiunque ormai si sente autorizzato a stressare gli altri per lavoro perché tanto “non c’è nulla di meglio da fare”. Ed è proprio il fatto che non si possa praticamente mai staccare dal lavoro che ha portato in molti a subire i postumi di una vera e propria sbornia digitale. Locali chiusi e il divieto di uscire di casa se non per comprovate necessità sono i veri nemici dello smart working.

Ecco perché in tempi “normali” e con le adeguate tutele, si potrebbe seriamente prendere in considerazione anche in Italia di adottarlo in maniera permanente, magari alternandolo al lavoro in presenza.

Smart working, fatto un passo avanti nella tutela dei lavoratori: approvato il diritto alla disconnessione

C’è chi ha tremato non appena è stata data la notizia della sempre più probabile proroga dello smart working semplificato al 30 settembre. Tuttavia, in soccorso dei lavoratori sotto stress è giunto un primo riconoscimento che li tutela dagli sforzi del lavoro da casa: il diritto alla disconnessione.

In realtà, la tutela di questo diritto veniva già garantita dalla legge 81 del 2017 (art. 19), ma troppo spesso i datori di lavoro sembrano non ricordarsene. Allora qualche giorno fa, in merito, le commissioni Affari sociali e Lavoro della Camera dei Deputati hanno approvato un emendamento al decreto Covid che lo sancisce nuovamente.

Lo scopo è quello di tutelare il più possibile il benessere mentale, nonché il tempo libero, del lavoratore. I dipendenti delle aziende in modalità di lavoro agile hanno ora l’opportunità di disconnettersi senza che questo possa ripercuotersi sulla loro retribuzione o sul rapporto di lavoro. Il tutto, nel rispetto degli accordi tra le parti ed essendo comunque presenti negli orari concordati di reperibilità.

Il diritto alla disconnessione può anche essere “agevolato” dai titolari di aziende che potrebbero, per esempio, stabilire dei regolamenti che vietino di fissare riunioni in videochiamate duranti gli orari dedicati alla pausa pranzo e al di fuori degli orari di lavoro (per esempio di sera e nel weekend). Inoltre, tra una riunione e l’altra, è necessario lasciare qualche minuto di tempo libero per poter rifiatare un attimo.

Smart working: quante sono le persone che ricorrono alla modalità di lavoro agile

Anche se molti di noi ne hanno sentito parlare per la prima volta soltanto dopo lo scoppio della pandemia, in realtà lo smart working in Italia era già largamente diffuso anche da prima. Nel 2019 sono stati 570mila i lavoratori che hanno adottato la modalità agile per svolgere la propria mansione. Inoltre, dal 2012 nel nostro Paese è presente un Osservatorio sullo Smart Working che si occupa di monitorare l’andamento e l’evoluzione del mondo del lavoro in Italia.

Secondo l’Osservatorio, appunto, il telelavoro ha coinvolto nel corso del 2020 ben 6,58 milioni di dipendenti, circa 1/3 del totale dei lavoratori assunti in Italia. Tuttavia, lo scorso anno è stato quello durante il quale questa modalità si è maggiormente diffusa, soprattutto nei mesi di marzo-aprile-maggio, quelli durante i quali siamo stati costretti al lockdown più duro.

Durante la seconda e poi la terza ondata del covid, le aziende che hanno fatto ricorso al lavoro a distanza sono state di meno (secondo l’Inapp i lavoratori da casa attualmente sono circa 5 milioni) e infatti, secondo alcuni dati diffusi da Randstad Research e dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, la proroga al 30 settembre potrebbe interessare una platea ancora minore: dai 3 ai 5 milioni.

Smart working: i rischi sull’economia delle città

Se il lavoro in modalità comoda può rappresentare, con tutte le cautele e soprattutto le tutele del caso, la svolta per i lavoratori e per le aziende, lo stesso non si può dire dell’economia delle città. Le grandi metropoli, a maggior ragione quelle che si configurano come capitali economiche o finanziarie, devono gran parte dei loro introiti e fatturati proprio alle migliaia di lavoratori che quotidianamente le popolano. Il caffè al bar prima di andare in ufficio, la pausa pranzo a quel ristorante carino vicino l’ufficio, l’aperitivo prima di tornare a casa dopo l’ufficio: sono tutte abitudini (e anche incassi) che si perderanno se lo smart working dovesse trasformarsi da eccezione a regola.

Negli Stati Uniti, la perdita della cosiddetta economia da ufficio è già stata stimata in miliardi di dollari. Volgendo uno sguardo al passato alla luce di quanto successo nell’ultimo anno, bisogna decisamente ridimensionare la previsione che nel 2012 fece il professor Enrico Moretti dell’Università di Berkeley. Nel suo libro “La nuova geografia del lavoro”, ipotizzò da per ogni posto di lavoro qualificato creato ne sarebbero derivati altri cinque non classificati. In soldoni, l’assunzione di un manager, un impiegato, un banchiere o un architetto dà lavoro fino a cinque baristi, camerieri, addetti alle pulizie dei locali…! Con la prevalenza dello smart working, il cortocircuito diventa evidente: chi sta in ufficio continuerà tranquillamente a svolgere da casa il proprio lavoro, mentre i lavoratori non qualificati perdono il proprio posto di lavoro perché diminuiscono i consumi.

Questo spettro sembra aleggiare anche sul mondo del lavoro in Italia. Secondo l’ad di Eni, Claudio Granata, il 35% dei dipendenti continuerà a usare il telelavoro anche dopo che si sarà raggiunta l’immunità di gregge e il covid sarà solo un brutto ricordo. Sulla stessa scia, sembrano muoversi anche altre aziende come Leonardo, Unicredit e Fujitsu.