Da quando è iniziata l’emergenza pandemica innescata dal Coronavirus, molte aziende del settore privato e molti Enti del comparto pubblico hanno attivato la modalità di svolgimento del lavoro in Smart Working o Lavoro Agile. Nella maggior parte dei casi il datore di lavoro ha smesso di riconoscere i buoni pasto, nonostante l’orario di lavoro si rimasto lo stesso di quello osservato in sede. Molti smart workers ci hanno domandato se la revoca dei buoni pasto sia legittima.

“Buongiorno, sono un lavoratore dipendente assunto in un’azienda produttrice di imballaggi, dall’inizio dell’emergenza sanitaria ed economica lavoro in smart working e il datore di lavoro mi ha revocato i buoni pasto. Secondo voi la revoca è legittima? Premetto che il mio orario di lavoro è rimasto inalterato: dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18”.

“Buongiorno, sono impiegato del settore pubblico, lavoro come amministrativo presso un Ente Locale e, per motivi di salute personale e per affrontare l’emergenza pandemica, lavoro in smart working. Ogni giorno lavoro 6 ore e da quando sono lavoratore agile l’amministrazione non mi riconosce più i buoni pasto. È giusto che i buoni pasto siano stati revocati? I lavoratori agili hanno diritto ai buoni pasto oppure no? Grazie”.

Smart Working: cosa si intende?

Lo smart working rappresenta un’opportunità di lavoro non solo per le aziende del settore privato, ma anche per il mondo della Pubblica Amministrazione. Durante la pandemia si è rivelata una modalità di lavoro gettonata ed assolutamente sicura per contenere il contagio da Covid. Nell’ottica del Legislatore, lo smart worker non è tenuto a rispettare una sede di lavoro fissa né un orario di lavoro predeterminato ma deve lavorare su obiettivi, fasi e programmi. La definizione di smart working è fornita dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali:

“Lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

Smart Working: quali sono i vantaggi?

Dall’inizio della pandemia lo smart working rappresenta un’opportunità di lavoro vantaggiosa per i lavoratori e per i datori di lavoro. Agli smart workers viene garantita la parità di trattamento - economico e normativo - rispetto ai lavoratori che eseguono la prestazione con modalità ordinarie. È prevista la tutela in caso di infortuni e malattie professionali, secondo le modalità illustrate dall'INAIL nella Circolare n. 48/2017. Tra i principali vantaggi c’è la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Lavorando da casa si riesce a gestire meglio il proprio work-life balance, abbattendo gli oneri legati agli spostamenti casa-lavoro e valorizzando il tempo a disposizione. Lo smart working è considerata una misura di welfare aziendale, che ha un impatto positivo sul benessere dei lavoratori che sulla produttività. Grazie allo smart working è possibile razionalizzare l’uso delle risorse, aumentare il risparmio in termini di costi e migliorare la qualità dei servizi offerti.

Smart Working e Buoni Pasto: è legittimo sospenderli?

Rispondiamo ai quesiti pervenuti in Redazione: con l’inizio dell’emergenza pandemica si è assistito al massiccio ricorso dello smart working e, al contempo, alla sospensione dei buoni pasto da parte elle aziende. È legittima la revoca dei buoni pasto per i lavoratori che lavorano in smart working?

A rispondere ai dubbi è Emmanuele Massagli, Presidente ANSEB – Associazione Nazionale delle Società di Emissione di Buoni pasto:

“Se il buono pasto era riconosciuto prima della emergenza in esito a una decisione dell’azienda, è adesso facoltà della stessa sospenderlo. E’ però possibile anche il contrario: se prima non era riconosciuto, l’azienda può senza problemi riconoscerlo ora, per concedere ai propri dipendenti un benefit più economico di un aumento salariale o un premio, ma comunque molto apprezzato. Se invece i buoni pasto erano riconosciuti in esito a un accordo sindacale, a quell’accordo l’azienda deve attenersi anche ora, senza poter disapplicarlo unilateralmente. Potrà essere sostituito solo da nuovo contratto/accordo collettivo, accettato dai sindacati”.

Pertanto, il buono pasto è un diritto riconosciuto solo se lo prevede:

  • il contratto individuale di lavoro;
  • il Ccnl o il contratto collettivo aziendale;
  • la prassi aziendale.

Per quanto concerne lo smart working, possiamo affermare che il buono pasto spetta se ciò è espressamente previsto dal Ccnl, dall’accordo individuale di smart working e da eventuali contratti collettivi aziendali. Gli Ermellini della cassazione hanno ribadito che il buono pasto non ha natura retributiva ma serve a rimborsare al lavoratore il costo dell’acquisto del cibo. Pertanto, se il lavoratore non è presente in azienda non ha diritto al buono pasto. Il Tribunale di Venezia con la Sentenza dell’8 luglio 2020, n. 1069 ha ribadito che il buono pasto non spetta ai pubblici dipendenti che hanno prestato la propria attività lavorativa in forma di lavoro agile.