Lo smartworking potrebbe avere un futuro anche nella Pubblica Amministrazione. Notizia di pochi giorni fa le dichiarazioni del Ministro Brunetta a proposito dello smartworking laddove ha lasciato intendere che ci sarà un’apertura per il lavoro agile, ostracizzato solo qualche settimana fa all’annuncio del ritorno in presenza per tuti i dipendenti del settore pubblico

Smartworking e lavoro agile: una luce in fondo al tunnel

Per molti, le ultime dichiarazioni di Brunetta potrebbero rappresentare una svolta epocale nella propria esistenza in quanto si riuscirebbero ad ottenere tutta una serie di benefici che, lavorando in presenza, verrebbero preclusi.

Si pensi a quanto per raggiungere il posto di lavoro devono alzarsi presto la mattina, perdere il proprio mezzo o un mezzo pubblico, sperando di non trovare traffico o ritardi.

Non si sta parlando di Fantozzi quando, per non fare tardi a lavoro era costretto a prendere il famoso autobus al volo, questo no, ma ad ognuno di noi alzandosi la mattina sapendo di dover affrontare mille peripezie prima di entrare in ufficio, sarà capitato di immedesimarsi con il ragioniere più famoso d’Italia

Fine smartworking e ritorno alla normalità: tutti in ufficio, anzi no

Ecco solo qualche settimana fa assistevamo a fiumi di conferenze stampa in cui il Ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, dichiarava di voler rendere la PA un organo più efficiente.

Per farlo, richiamava “al fronte” le centinaia di migliaia di dipendenti che fino ad allora avevano lavorato in smartworking.

La data fissata era il 15 ottobre 2021.

Adesso, sembra che le cose stiano cambiando dato che anche il Ministro pare abbia optato per una linea meno drastica, consentendo, a determinate condizioni, di poter scegliere di lavorare da casa.

Le condizioni di cui si parla, considerate vere e proprie linee guida, sono destinata a suscitare polemiche in quanto, a detta delle prime indiscrezioni, sembrerebbero condizioni inapplicabili.

Ciò renderebbe, di fatto, inutili le condizioni predette dato che non ci sarebbero i presupposti affinchè le stesse possano essere applicate.

Ecco di cosa si tratta, andando nei dettagli.

Lavorare da casa in smartworking si ma solo a determinate condizioni

Eccoci al fulcro della questione ovvero la possibilità di lavorare da casa come diritto non solo riconosciuto, ma le cui condizioni di applicabilità sono messe nero su bianco.

Una delle prime condizioni ritenute fondamentali è l’avere una connessione privata, non domestica, come quella utilizzata sino ad ora e per questo per ragioni legate alla privacy e riservatezza dei dati.

In particolare, si sottolinea che, per poter avere accesso ad una modalità di lavoro agile, dunque presso la propria abitazione, è assolutamente necessario che il lavoratore disponga di:

“appositi strumenti tecnologici idonei a garantire l'assoluta riservatezza dei dati e delle informazioni trattati durante lo svolgimento del lavoro agile”

Primi problemi al lavoro agile o smartworking

Questa prima condizione può creare già qualche problema.

Questo perché non c’è alcun obbligo per le aziende di dover dotare i rispettivi dipendenti di linee VPN e ciò renderebbe inapplicabile la misura di lavoro agile proposta.

Le critiche mosse riguardano essenzialmente l’aver predisposto una misura che non consentirebbe a priori di poter impostare una modalità di lavoro agile, facendo dunque ricadere la “colpa” della mancanza adozione di questa forma di lavoro, a problemi di gestione e di risorse.

VPN: il presente e il futuro delle aziende

Ma in concreto, cos’è una VPN e perché è così importante?

Una VPN come recita l’acronimo stesso, Virtual Private Network, è una linea che consente di scambiare informazioni in maniera sicura e crittografata.

Ciò vuol dire che se un malintenzionato volesse introdursi illecitamente mediante un attacco hacker nei computer di un’azienda, non riuscirebbe a decifrare la comunicazione proprio perché protetta da una connessione di tipo VPN.

Il tema della sicurezza dei dati, dunque, rappresenta la ragione principale per lo sviluppo di questa tipologia di comunicazione in ambito aziendale.

Ma le critiche non riguardano soltanto la difficoltà per molte amministrazioni, soprattutto quelle meno strutturate, di accedere ad una linea VPN.

Il problema sul fronte del contratto

Per quanto concerne i contratti, per consentire una regolamentazione ordinaria e non, come sino ad ora è successo, straordinaria, non si può non fare riferimento all’ARAN.

L’ARAN, acronimo che indica l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, è chiamata a sedersi al tavolo del confronto con il Governo, per cercare di adottare delle soluzioni in linea con la nuova strategia lavorativa.

Al momento il lavoro agile, sia per il settore pubblico che privato, è sottoposto alla procedura semplificata di tipo collettivo, che durerà fino al 31.12.2021, termine in cui è stata individuata la fine dello stato di emergenza dovuto alla pandemia in corso.

Dal canto suo, l’ARAN ha predisposto almeno in questa prima fase iniziale una bozza di contratto che, se vedrà la luce, dovrà essere firmata individualmente da ogni lavoratore.

Accordo individuale: di cosa si parla

Innanzitutto, stando alle prime battute, l’accordo dovrebbe prevedere tre fasce in cui poter inquadrare il lavoro agile.

In sostanza, si tratta di tre fasce orarie in cui poter indicare le rispettive attività.

Detto in parole povere si fa riferimento ad una prima fascia di orario in cui si concentra il lavoro che è chiamata fascia di operatività.

In seguito, viene indicata una seconda fascia oraria, che è quella inerente la reperibilità in cui il lavoratore può essere contattato, quindi al di fuori della prima fasce (quella relativa all’operatività), per motivi di lavoro.

L’ultima fascia invece ha riguardo il diritto alla disconnessione ovvero la necessità per il lavoratore di “staccare da lavoro”.

Accordo sul lavoro agile: le critiche dei sindacati

Dal canto loro i sindacati sono già sul piede di guerra in quanto ritengono lo stato di emergenza non ancora concluso.

Il far rientrare tutti i lavoratori in presenza alla data del 15 ottobre 2021, è stata un’operazione sconsiderata in virtù del fatto che molti dipendenti, nel periodo di lavoro da casa, hanno garantito un’efficienza lavorativa anche maggiore rispetto al lavoro in presenza.

Il punto su cui concentrano le critiche è però sul fatto che viene prevista una forma di contrattazione a livello individuale in quanto ciò, a detta dei sindacati, potrebbe portare a delle situazioni di disuguaglianza in cui emergerebbero possibili favoritismi e discriminazioni.

In pratica, la stessa situazione lavorativa, all’interno della medesima amministrazione, potrebbe vedere un lavoratore avere delle condizioni contrattuali peggiori, per quanto riguarda la concessione del lavoro agile, rispetto ad un altro lavoratore sempre appartenente alla stessa amministrazione.

Smartworking: quando diventa una necessità

Lo smartworking, se per molti rappresenta un obiettivo da raggiungere per un miglior bilanciamento tra la vita privata e quella lavorativa, per altri che comunque rappresentano una fetta importante dei lavoratori nel settore pubblico, rappresenta una vera e propria necessità.

In tal caso si fa riferimento a quelle categorie di persone definite “fragili” in quanto vulnerabili a causa del proprio stato di salute o dei propri cari.

Ad esempio, è il caso delle persone diversamente abili o con mobilità ridotta o altro, piuttosto che di persone che assistono a loro volta altre persone, appartenenti al proprio nucleo familiare, che versano in condizioni di disabilità.

Ecco, rispetto a questa categoria di persone, il lavoro agile rappresenta una vera e propria necessità dettata dalle condizioni oggettive in cui versano (loro o i loro cari) e, dunque, si auspica che nei loro confronti la possibilità di accedere a forme di lavoro alternativo a quello in presenza, rappresenti la regola e non l’eccezione.

A prescindere dallo stato di salute in cui si versa, è innegabile che uno dei motivi per i quali si dovrebbe optare per una regolamentazione più strutturata dello smartworking, risiede nella maggiore produttività.

Smartworking: come aumenta la produttività

Come detto, lo smartworking è una delle tipologie di lavoro più adatte per quei lavoratori e, di riflesso, quelle aziende, che impostano il proprio lavoro sul raggiungimento degli obiettivi.

Questa forma di lavoro, infatti, meglio si associa a tipologie di impiego che prediligono il raggiungimento dell’obiettivo impostato, a scapito delle ore di lavoro ex lege previste.

Stando in ufficio, molte volte si ha come l’impressione di non avere tempo per poter portare a termine tutto il lavoro e, dunque, vi sono ritardi nei progetti.

Lavorando da casa si perde la cognizione del tempo arrivando a lavorare in maniera più proficua, spesso senza dover eccedere le ore di lavoro imposte.

Questo perché si evitano tutte quelle cose che materialmente, ti fanno perdere tempo: traffico per andare in ufficio, ricerca del parcheggio, ritorno a casa dall’ufficio etc.

Lavorare da casa in smartworking si può e si lavora meglio: uno studio lo certifica

Molti altri poi, stando a casa,  lavorano anche oltre l’orario di lavoro imposto, arrivando a conseguire in tempo utile gli obiettivi richiesti

In tal senso una ricerca condotta poco tempo fa, che ha intervistato molti importanti imprenditori e titolari di aziende multinazionali nonché moltissimi lavoratori dipendenti , denominata Marketers State of Remote Working 2021, ha messo in luce dei dati sorprendenti circa l’aumento di produttività per quelle aziende i cui dipendenti lavoravano da casa.

In sostanza, è emerso che circa l’80% degli intervistati ha ritenuto di essere più produttivo senza l’imposizione di obbligo riguardanti lo stare in presenza, il timbrare cartellini etc.

La produzione sarebbe aumentata perché, in coincidenza della possibilità di lavorare da casa, sarebbero aumentate anche le ore di lavoro settimanali, in alcuni casi sforando la soglia delle 40 ore settimanali.