Lavoro da casa, lavoro agile, smart working. In qualsiasi modo lo si voglia chiamare, lo smart working che piaccia o meno, è diventato una costante nella vita di tutti i giorni di milioni di lavoratori e studenti. A quasi un anno e mezzo dall'inizio della pandemia, finalmente si intravede la luce, e una domanda sorge spontanea: giusto tornare in ufficio o magari sfruttare l'opportunità e il processo di digitalizzazione inevitabile che la pandemia ha solo accelerato?

Andiamo a scoprire nel dettaglio cosa significa smart working, i pro e i contro e come si rapporta con la pubblica amministrazione attraverso una nota pubblicata dall'OCPI diretto da Carlo Cottarelli:

In Italia il processo di digitalizzazione è sempre stato abbastanza lento, soprattutto nella pubblica amministrazione, e, dove presente in stadi avanzati, spesso inefficiente. Dal primo lockdown quasi la totalità delle pubbliche amministrazioni ha dato la possibilità ai propri dipendenti di poter scegliere come, e da dove lavorare, con l’opzione “lavoro da casa” che ha avuto un enorme successo. È ancora presto per dire se sia stato un successo in termini di risultati e profitto, ma sicuramente si è intrapreso un percorso che era oramai inevitabile.

Cosa è lo smart working

Ciò che ora appare scontato, fino a un anno fa non lo era sicuramente. Basterebbe masticare un minimo di inglese per comprendere il significato della parola smart working, ma possiamo tranquillamente affermare che nell’ultimo anno questa parola è diventata di uso comune ed è entrata nel lessico di tutti i giorni. Ma di questo non c’è da stupirsene, visto che in Italia lo smart working è entrato a far parte del vocabolario legislativo solo nel recente passato, con la legge n. 81/2017

Modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibil utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa.

Smart working si potrebbe tradurre conlavoro agile”, “lavoro flessibile”, “lavoro da casa” e chi più ne ha più ne metta. Spesso però si confonde la parola smart working con il termine telelavoro, che va specificato ha tutt’altro significato. Mentre il primo consiste nello svolgere le proprie mansioni al di fuori della abituale sede lavorativa, senza alcun tipo di vincolo orario o di spazi, il secondo ha una postazione fissa, che è differente da quella invece abituale dell’azienda. La pratica del telelavoro è quindi estremamente più rigida, e presenta dei vincoli sia a livello spaziale che temporale.

Sono presenti ovviamente delle similitudini tra le due prestazioni. Entrambe richiedono l’utilizzo di supporti informatici all’avanguardia e una connessione internet stabile. Inoltre, gli spostamenti sono limitati. Una cosa è però certa: in qualsiasi modo lo si voglia chiamare ha messo in discussione il classico e monotono modo di vedere il lavoro, e se se ne parla perfino adesso che la diffusione dei contagi da coronavirus è nettamente calata, qualcosa vorrà pur dire. 

Italia e smart working prima della pandemia

I dati non sono incoraggianti, soprattutto se confrontati con il resto d’Europa. L’Italia si trovava all’ultimo posto tra i paesi dell’Unione Europea a fare ricorso al lavoro agile. Una ricerca di Eurofund risalente al 2017, stimava che prima della pandemia solo un 7% degli italiani lavorasse da casa, contro il dodici per cento dei nostri tedeschi. I nostri cugini d’oltralpe ci guardavano dall’alto del 25 per cento; un punto percentuale in meno del Regno Unito.

Vi è naturalmente da prendere con le pinze questi dati, vista l’enorme differenza tra i vari settori e le varie aziende. Le imprese più grandi, cioè quelle che idealmente hanno un numero di lavoratori superiore alle cento unità possono essere considerate come delle apripista dello smart working, con una diffusione dei lavoratori da casa tra il venticinque e il trenta per cento dei lavoratori totali. Al contrario, il tasso di diffusione tra le imprese con meno di cinquanta dipendenti si aggirava attorno al 10%.

Durante la pandemia si è avuto inevitabilmente un notevole aumento dei lavoratori da remoto. Nelle grandi aziende oltre il cinquanta per cento dei dipendenti ha lavorato lontano dall’ufficio; circa il venti nelle piccole-medie aziende. Nella Pubblica Amministrazione, invece, la percentuale va oltre il cinquanta per cento.

Pro e contro dello smart working

Uno degli aspetti sicuramente positivi è la possibilità di riuscire a conciliare meglio la vita lavorativa con quella privata. La parola d’ordine è però: flessibilità. Essere capaci di riprendere a lavorare a un ritmo elevato dopo una pausa non è sicuramente da tutti, ed ecco il primo malus del lavoro da casa: la bassa produttività, dovuta al non riuscire a separare la vita privata da quella lavorativa. Ritornando a parlare di aspetti positivi, non possiamo certo ignorare quello economico. Sia che si utilizzi l’automobile, sia invece che si preferiscano i mezzi pubblici, recarsi a lavoro è sicuramente un costo, più o meno gravoso dipende dalla distanza casa-ufficio. 

Come non considerare poi lo stress. Muoversi dalla propria abitazione la mattina, andare incontro al traffico, all’affollamento dei mezzi, sono tutti dei grandi fattori di stress psico-fisico non indifferenti per i lavoratori. Tra gli svantaggi del lavoro da casa c’è inoltre quello del dover lavorare troppo. Il fatto di non avere degli orari predefiniti come in ufficio è sicuramente un malus per chi non riesce ad autogestirsi autonomamente

La mancanza degli strumenti adeguati è sicuramente da inserire tra i contro del lavoro da remoto. Tra questi, ad esempio, l’assenza di una buona connessione alla rete può essere frutto di ritardi e inadempimenti. Vista invece da un’altra prospettiva invece, lavorare da casa potrebbe aprire diverse opportunità per chi invece è impossibilitato o ha difficoltà nel spostarsi. 

Smart working nella Pubblica Amministrazione

Fino a maggio, le amministrazioni pubbliche avevano l’obbligo della soglia minima del 50% dei dipendenti in smart working. Le nuove norme contenute nel decreto proroghe hanno invece sancito il termine di questa rigidità. Spetterà quindi ai singoli uffici auto-regolarsi e decidere in piena autonomia.

È un’operazione che va letta senza paura e senza allarmismi dice Renato Brunetta. Gli uffici si autoregoleranno, perché hanno il massimo dell’autonomia e della flessibilità, e i servizi per cittadini e imprese miglioreranno e aumenteranno. Parallelamente, ai tavoli per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego, lo strumento del lavoro agile sarà opportunamente regolato, a tutela dei lavoratori. È un ulteriore elemento per valorizzare il lavoro da remoto. Per il Ministro per la Pubblica Amministrazione avremo una PA più flessibile, più efficiente e più rispondente all’unico faro: la soddisfazione dei cittadini, la soddisfazione delle imprese.

Ma cosa cambia quindi con il decreto proroghe? Innanzitutto, è doveroso precisare che la norma non limita la flessibilità delle Amministrazioni pubbliche in questo contesto ancora semi-emergenziale, ma semplicemente elimina la misura obbligatoria di avere la metà dei dipendenti in smart working.

Mantiene - a regime e dunque fuori dal contesto emergenziale - il Pola (Piano organizzativo del lavoro agile) riducendone dal 60% al 15% la misura minima di attività da svolgere in lavoro agile, aumentando la capacità organizzativa delle singole amministrazioni e prevedendo che, in caso di mancata adozione del Pola, il lavoro agile sia svolto da almeno il 15% del personale che ne faccia richiesta

Non tutti sono favorevoli allo smart working

Non tutti sono favorevoli al lavoro agile. L’emergenza sanitaria ha portato veramente al limite i contatti e le relazioni tra i dipendenti. Non solo lavoratori però: tra i principali danneggiati da questa situazione pandemica vi sono gli studenti. Principalmente gli universitari, che a differenza dei loro colleghi più giovani hanno visto ridotte praticamente a zero le presenze in ateneo.

Tra i personaggi di spicco che non vedono sicuramente di buon occhio il prolungarsi dello smart working vi è sicuramente James Gorman, CEO della Morgan Stanley.

Gorman sostiene che se si può andare in ristorante si può andare anche in ufficio, e che dopo la fine dell’estate vorrebbe che tutti i dipendenti abbandonassero definitivamente le riunioni su zoom e Microsoft Teams.

Anche Amazon inizia a richiamare i propri dipendenti alla base. Per tre giorni alla settimana i dipendenti dell’azienda di Seattle svolgeranno le proprie mansioni in ufficio. Inoltre, i dipendenti di Amazon potranno svolgere il proprio lavoro da casa o perfino in vacanza per un mese continuativo. 

In Italia il ritorno alla normalità come nel 2019 in ambito di smart working è previsto per il prossimo anno, nel 2022, sia nel privato che nella pubblica amministrazione. In un report pubblicato da "Il Sole 24 Ore", si stima che più del 50 per cento delle aziende italiane utilizzeranno la modalità di lavoro smart anche dopo la fase di emergenza.

La settimana non verrà più trascorsa dai dipendenti o tutta in ufficio o tutta a casa, ma verrà idealmente divisa in due. Metà settimana in presenza, e metà settimana in smart. Questo per far si che riprendano i rapporti umani e sociali tra colleghi, ma anche tra dipendenti e datori di lavoro. Aspetto questo fondamentale per il benessere collettivo generale dell'azienda. 

Per ora non si hanno notizie certe di quando si potrà stare in ufficio senza protezioni individuali come le mascherine.  

L’unica certezza è che le modalità di rientro in azienda saranno motivo di confronto nelle imprese, e, siamo sicuri, non mancheranno i dibattiti sull’argomento.