Siamo circondati da rifiuti. La plastica ha ormai raggiunto il ciclo alimentare tant’è che alcune tracce di microplastiche sono state trovate persino nel sangue umano.

Il consumo di plastica con gli anni è andato via via ad aumentare e il riciclo al momento sembra produrre dei risultati minimi, soprattutto perché alcune nazioni, colpevoli di produrre più plastica di altre, non hanno intenzione di cominciare a riciclare la plastica che producono.

Le ragioni? Alcune nazioni sono entrate solamente negli ultimi decenni nell’era dell’industrializzazione, a differenza dei paesi occidentali, per cui per loro è difficile investire nel riciclo. Le discariche si riempiono e molti rifiuti finiscono in mare e nelle falde acquifere.

Ma a fare paura non è solamente l’inquinamento da plastiche, ma anche l’inquinamento da rifiuti pericolosi. Cosa sono i rifiuti pericolosi? I rifiuti pericolosi non comprendono solamente gli scarti industriali, ma possono avere anche un’origine civile.

Si tratta di rifiuti che a causa di un'alta concentrazione di sostanze inquinanti è necessario che vengano smaltiti correttamente. Proprio per questo motivo vengono prelevati e sottoposti successivamente a dei trattamenti specifici. In sostanza, i rifiuti pericolosi (o speciali) non seguono il normale processo di riciclo.

Quali sono i rifiuti pericolosi? 

La normativa europea classifica i rifiuti pericolosi e disciplina anche le modalità di smaltimento. La normativa di riferimento è proprio la 1357/2014 del 18.12.2014 (in sostituzione dell’allegato III della direttiva 2008/98/CE).

La normativa, classificando i rifiuti pericolosi, ha potuto redigere un elenco di scarti industriali che provengono dalla produzione tessile, conciaria (produzione delle pelli e del cuoio) e dalla raffinazione del petrolio. Tra i rifiuti speciali vi rientrano anche i materiali metallici, i prodotti fotografici e tutti quei materiali che sono sottoposti ad un procedimento chimico.

Non dimentichiamoci dei prodotti come solventi o olii esausti, oppure, ancora, i rifiuti provenienti dalla ricerca veterinaria e medica (compresi i medicinali scaduti). Insomma, l’elenco dei rifiuti pericolosi è molto lungo, però, tutti hanno un elemento in comune: sono pericoli per l’ambiente e non possono essere riciclati.

Le classi di pericolo dei rifiuti speciali

Se dovessimo dare una definizione di rifiuto pericoloso, potremmo fare riferimento anche al decreto legislativo n. 192 del 2006 che dice:

“si definisce rifiuto qualsiasi sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi o abbia intenzione o obbligo di disfarsi”

Si tratta, però, come abbiamo visto, di una definizione incompleta perché i rifiuti pericolosi, non solo sono dannosi per l’ambiente, ma necessitano di una particolare attenzione per la sua raccolta, per il traporto e per lo smaltimento.

Per comprendere meglio perché i rifiuti pericolosi devono essere trattati in maniera diversa dai normali rifiuti urbani, bisogna considerare che la normativa ha stabilito anche le classi di pericolo e, in base a queste, è possibile capire il rischio che l’ambiente o gli esseri viventi potrebbero correre al solo contatto.

Secondo il sito https://www.tuttogreen.it/, infatti, “Esistono rifiuti esplosivi, comburenti, facilmente o estremamente infiammabili, tossici, cancerogeni, corrosivi, infetti, teratogeni, mutageni, eco-tossici o fonte di sostanze pericolose.

Saturazione da rifiuti pericolosi e la difficoltà di smaltimento

È ora chiaro che smaltire i rifiuti pericolosi non è semplice e molti paesi sono già saturi. Cosa vuol dire? Significa che molti paesi non riescono più a smaltire i rifiuti pericolosi. Secondo un modello matematico è stato possibile individuare i paesi a rischio saturazione da rifiuti pericolosi, soprattutto metalli pesanti e altre sostanze tossiche.

Attraverso questo modello è stato possibile, in sostanza, disegnare una mappa del “world-wide waste web”. La saturazione da cosa dipendete? Ma sicuramente dalla produzione e dal consumo massiccio di rifiuti pericolosi.

In particolare, secondo il modello, ogni anno produciamo all’incirca 7 – 10 miliardi di tonnellate di rifiuti e, di questi, 500 milioni di tonnellate sono rifiuti pericolosi. Si parla di pile esaurite, medicinali, scarti industriali, rifiuti elettronici e altri scarti di attività commerciali.

Secondo Repubblica, “un gruppo di ricerca dell'Istituto di Fisica interdisciplinare e Sistemi complessi (Ifisc), in Spagna, ha realizzato la prima mappatura globale di questa rete dei rifiuti, con particolare attenzione a quelli pericolosi. La mappa serve per identificare i Paesi più a rischio di congestione e saturazione, dunque potenzialmente soggetti a inquinamento da sostanze nocive, con danni per l'ambiente e per la salute delle persone.

In particolare, i ricercatori hanno esaminato i dati raccolti dal 2001 al 2019 (non il 2010), provando a tracciare le rotte commerciali dei Paesi, individuando così 108 categorie di rifiuti pericolosi, come quelli infiammabili, esplosivi, corrosivi, quelli a rischio biologico e i rifiuti tossici.

Ma non solo. La ricerca ha segnalato anche lo scambio di metalli pesanti, come cadmio, piombo, mercurio, formaldeide e benzene (classificati come composti organici volatili o VOC).

Tutti i risultati di questa ricerca sono stati pubblicati nella rivista scientifica Nature Communications.

I paesi a rischio saturazione: è possibile una “carbon tax” sui rifiuti pericolosi?

Come già detto, il modello matematico ha consentito l’individuazione dei paesi a rischio saturazione da rifiuti pericolosi, disegnando proprio una mappa. In particolare, sono 28 i Paesi a rischio di congestione da rifiuti tossici. Piccolo spoiler: l’Europa si salva per poco!

Cosa significa saturazione? Lo abbiamo già anticipato in apertura: significa non riuscire a smaltire i rifiuti, in sostanza, significa che la quantità presente nelle discariche, e in circolazione, supera la capacità di contenerli, di scambiarli e di smaltirli.

Come prevedibile, i paesi che sono già saturi sono Messico, Uzbekistan e India. Questi tre paesi sono saturi perché importano rifiuti pericolosi da altri paesi. La delocalizzazione dell’inquinamento è uno dei problemi più grandi nella lotta allo smaltimento dei rifiuti.



Di questo se n’è discusso anche in Commissione Europea, tant’è che molti vorrebbero introdurre la carbon tax, che però si limiterebbe a introdurre una tassa sulle emissioni di CO2 uguale per ogni Stato dell’UE e non sull’esportazione dei rifiuti pericolosi.

Però, c’è da puntualizzare, che se da un lato una carbon tax limiterebbe l’esportazione dell’inquinamento da CO2 in altri Paesi dell’UE, non limiterebbe, invece, l’esportazione dell’inquinamento in altri paesi extra-UE, almeno fino a quando gli stati del mondo non decidano all’unanimità di introdurre una carbon tax globale.

Inoltre, la carbon tax dovrebbe essere estesa anche ai rifiuti pericolosi, concedendo agli Stati gli incentivi economici da investire in tecnologie atte a ridurre la saturazione.

Attualmente, i paesi europei ad esportare più rifiuti pericolosi sono la Germania e la Francia, mentre tra i paesi extra-europei ci sono Stati Uniti e Cina. Quest’ultima risulta essere la maggiore esportatrice di rifiuti pericolosi.