Sapete che fine fanno i vestiti nei cassonetti gialli? No, non sono per i poveri

Depositando vestiti o scarpe nel contenitore, abbiamo sempre pensato ai più bisognosi ma sbagliando. Ecco che fine fanno i vestiti nei cassonetti gialli.

ragazza con scatolone pieno di vestiti

Probabilmente non ci siamo mai soffermati a pensarci, perché lo abbiamo dato sempre per scontato.

Ma che fine fanno i vestiti nei cassonetti gialli?

Tutte le volte che abbiamo depositato una busta di vestiti o scarpe all’interno del contenitore, abbiamo pensato all’utilità del gesto, dal momento che qualcuno più bisognoso di noi ne avrebbe beneficiato.

E invece no, la raccolta di indumenti nei cassonetti gialli non è per i poveri.

Che fine fanno i vestiti nei cassonetti gialli

Ognuno di noi ha utilizzato questo genere di cassonetto, che altro non è che un contenitore di abiti usati per la raccolta differenziata.

Esattamente. Così come esiste quella del vetro e della plastica, della carta e dell’organico, esiste anche la cosiddetta differenziata della frazione tessile urbana.

In Italia esiste già ma l’obbligo di legge entrerà in vigore a partire dal 2025, a livello europeo.

Basti pensare che ogni secondo, c’è un camion di vestiti che viene bruciato o portato in discarica. Ogni secondo.

Motivo per cui urge imporre anche il riciclo del tessile.

In Italia, a onore del vero, la filiera tessile si muove già da tempo verso la sostenibilità. I dati della Ellen MacArthur Foundation sono sconcertanti:

alla produzione mondiale di abbigliamento si devono 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra all'anno, più di quelle di tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo insieme.

Si tratta dunque di un’industria che ha un impatto altissimo sull’ambiente e, alla luce dei disastri ambientali a cui stiamo assistendo, vale la pena pensare a ciò che ognuno di noi può fare, nella catena umana per salvare la Terra.

Nulla a che vedere dunque con la beneficenza ai poveri e ai più bisognosi. Questo incarico è di competenza della parrocchia, della Caritas e delle onlus preposte allo scopo.

Nonostante i messaggi che a volte troviamo sugli stessi cassonetti, si tratta di comunicazione fuorviante, perché i vestiti che buttiamo secondo questa modalità, prendono un’altra strada.

Ecco quale.

Come avviene lo smaltimento dei vestiti

Nel momento in cui un abito finisce nel cassonetto, resta lì fino a quando un addetto alla raccolta non passa a ritirarlo.

Già in questa fase, avviene un primo controllo: infatti l’operatore ha il compito di appaiare le scarpe che non sono state buttate insieme, elimina eventuali indumenti bagnati e tutti gli eventuali rifiuti estranei che sono finiti nel cassonetto.

I vestiti ora partono per gli impianti di trattamento, e si fa una prima selezione. Ebbene il 70% di essi viene riciclato, quindi igienizzato e suddiviso per tipologia (giacche, pantaloni, uomo/donna e via di seguito).

Il riciclo prevede che questi abiti vengano venduti, solitamente all’estero a Paesi come il Niger, il Ghana o anche l’Est europeo.

Tutto ciò che rimane nell’impianto significa che non si può riciclare. Ecco allora che si passa al riuso vale a dire usati come stracci nelle aziende oppure, laddove possibile, si riutilizza il tessuto. Di solito i tessuti così ottenuti partono per l’India, il Pakistan o la Cina, dove si realizzano altri capi di abbigliamento (super economici).

I tessuti di maggiore qualità restano in Italia e, in particolare, vanno a Prato, dove esistono imprese che si occupano proprio del riutilizzo di questa materia prima rigenerata.

Alla fine del processo, solo il 5% del materiale diventa scarto e finisce in discarica.

Come buttare i vestiti nei cassonetti gialli

Veniamo dunque alle norme di comportamento da seguire per svolgere la meglio il proprio dovere e contribuire al riciclo in maniera corretta.

Il cassonetto raccoglie solo indumenti puliti, che devono trovarsi in buste chiuse, raccolti.

Non è questo il luogo del riciclo di abiti sporchi, pieni di grasso, pittura o maleodoranti: per questo c’è l’indifferenziata.

È possibile buttare anche la biancheria intima, purché pulita, così come tovaglie, tende, lenzuola e via di seguito. Anche le borse vanno sistemate in busta e le scarpe appaiate.

Se un abito è leggermente strappato, presenta un buco si può ancora riciclare. L’importante è che non sia inservibile ovvero sporco o lercio o bagnato.

Almeno un paio di volte all’anno bisognerebbe dedicarsi a questa attività, ovvero al decluttering (metodo facilissimo per risparmiare euro ogni anno), che tra l’altro fa bene anche alla nostra mente e alla nostra casa, che guadagna spazio ed è più ariosa e in ordine.

Al cambio di stagione dunque, si svuota completamente l’armadio e si divide il tutto in tre macro categorie:

  • la prima è quella degli abiti che ti rendono felice

  • la seconda quelli che non ti piacciono o non ti vanno più

  • la terza quella del “ni”.

Questa terza categoria è per gli indecisi, che magari potranno tentennare ancora per una stagione, prima di decidere se tenere il capo o no.

La prima categoria è quella degli abiti da risistemare nell’armadio, quelli che ci fanno sentire bella o che amiamo per ragioni affettive.

Infine, gli abiti scartati si vendono su Vinted per guadagnare con i vestiti usati, si danno in beneficenza oppure si buttano nei cassonetti gialli.