Chi è Lukashenko, l'ultimo dittatore d'Europa, e cosa sta architettando con Prigozhin

Chi è davvero Lukashenko, l'ultimo dittatore d'Europa, uno di cui non si sapeva più nulla e che all'improvviso ritorna alla ribalta con un negoziato lampo con Prigozhin.

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Non si sapeva più nulla di Lukashenko, e invece il premier bielorusso ritorna alla ribalta con un negoziato lampo con Prigozhin.

Al potere dal 1994, considerato dai media occidentali come l'ultimo dittatore d'Europa, Lukashenko è un personaggio completamente radicato nel suo mondo autoritario, al pari del suo "amico", il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

Talmente è forte l'amicizia tra Mosca e Minsk che di recente Lukashenko s'è messo di mezzo per salvare Putin dall'avanzata di Wagner, fermando la marcia di Evgenij Prigozhin, ex chef di Putin e oggi a capo del principale gruppo mercenario d'élite nella guerra russo-ucraina.

Ma come avrà convinto Prigozhin a fermare quello che sembrava a tutti gli effetti un colpo di stato non è ancora chiaro, infatti non pochi analisti politici sospettano che Lukashenko stia architettando qualcosa con Prigozhin, e non necessariamente a favore di Putin.

Chi è Lukashenko, l'ultimo dittatore d'Europa

Classe 1954, come il suo omologo Vladimir Putin, Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnka viene dall'URSS, e dalla miseria. Dopo un passato nell'Armata Rossa, si laurea prima in economia nel 1974 e poi in agraria nel 1985, presso l’Accademia Bielorussa d’Agricoltura.

Prima della sua discesa in campo si occupa di agricoltura e allevamento, fino a diventare proprietario di un sovchoz, una fattoria statale di tipo sovietico.

La svolta avviene nel 1994, quando Lushashenko, poco più che quarantenne, si presenta alle prime libere elezioni bielorusse, nel 1994.

Da quattro anno era legato al partito “Comunisti per la democrazia”, che voleva aiutare l’URSS a diventare democratico, e grazie a loro è riuscito nell'impresa di diventare primo leader della storia democratica della Bielorussia.

Primo e finora unico, dal momento che in tutte le successive elezioni ha sempre vinto lui.

Il successo dei suoi governi non dipende molto dalle riforme o dal miglioramento del benessere dei cittadini.

Già dal suo primo governo Lukashenko ha preferito concentrarsi sul denigrare gli avversari, promettendo di cacciarli "sull'Himalaya" in caso di vittoria, e sullo stabilizzare l'economia a colpi di privatizzazioni estreme, senza fare nulla né per l'inflazione, troppo alta per garantire una buona stabilità economica, né per la corruzione.

A sua volta, per evitare che il malcontento sociale gli facesse perdere le elezioni, già dal 1996 ha trasferito gran parte dei poteri di primo ministro al Presidente della Repubblica, cioè a se stesso, togliendo anche limiti di ricandidabilità e concentrando anche parte del potere giudiziario, così da soffocare eventuali proteste od opposizioni.

Non a caso, l'appellativo "l'ultimo dittatore d'Europa", datogli dall'allora segretario di Stato Condoleezza Rice nel 2006, è quanto più azzeccato per la sua figura, soprattutto con i venti di guerra che imperversano nell'Est Europa.

Cosa sta architettando Lukashenko con Prigozhin

Durante la crisi russo-ucraina Lukashenko ha sempre sostenuto Putin. E nel corso degli anni il suo rapporto speciale col premier russo s'è rinforzato notevolmente, almeno per garantire i rifornimenti di gas ed elettricità russa.

Eppure da anni lo stesso Lukashenko ha cercato di smarcarsi, nei limiti del possibile, dalle grinfie del Cremlino.

Più volte ne parlava nei suoi discorsi e campagne elettorali, ma non ha mai provato a fare nulla di concreto, per paura di ritorsioni o di embarghi da parte di Putin, come quello del gas tra Russia e Unione Europea.

Infatti c'è da chiedersi come mai di recente Lukashenko si sia esposto così tanto, durante il tentato golpe di Prigozhin.

A nemmeno 200 chilometri da Mosca, all'improvviso il premier bielorusso esce allo scoperto e parla al capo della Wagner. E in un modo o nell'altro fa ritirare le truppe dall'oblast di Mosca.

Anche se nello stesso negoziato sono trasparenti le richieste di Prigozhin nei confronti di Mosca, non c'è molta chiarezza su quello che vorrebbe richiedere Lukashenko per l'"aiuto" garantito a Putin.

O forse c'è un piano ai danni dell'Europa, visto che dopo il golpe fallito Prigozhin s'è trasferito in Bielorussia, senza più rilasciare alcun comunicato.

Pertanto Lukashenko si ritrova il capo della Wagner in casa, nel paese più confinante con gli stati NATO. Se si aggiunge anche la minaccia atomica di Putin, ritornata alla ribalta durante il tentato golpe, è ovvio che la NATO dovrà guardarsi bene, e, come dice lo stesso presidente lituano Gitanas Nauseda, "rafforzare la sicurezza sul suo fronte orientale".

L'ombra della malattia su Lukashenko

In una posizione così radicale come quella in cui si trova Lukashenko da decenni è ovvio che ogni momento è buono per destituirlo, anche nel peggiore dei modi.

Seppur non cagionevole di salute, ha destato stupore il suo ricovero improvviso in ospedale, a metà maggio 2023. E anche la coincidenza del caso, come il fatto di essersi sentito male pochi giorni dopo la visita a Putin, il 9 maggio.

Nei giorni seguenti i media bielorussi hanno ritratto un Lukashenko di nuovo in forma, ora a visitare il comando dell'Aviazione Militare, ora al Centro di Comando, seduto dietro una delle scrivanie. Eppure in un video, Lukashenko parla con voce bassa e affaticata e porta un bendaggio alla mano destra.

L'opposizione pensa ad "un avvelenamento", dovuto probabilmente ai tentennamenti di Lukashenko negli ultimi mesi di guerra, nonostante l'iniziale appoggio alla Russia. I media vicini al premier parlano invece di "un semplice virus", seppur molto violento per la salute di un quasi settantenne.

Nei casi di una malattia terminale, o di un avvelenamento fatale, l'opposizione potrebbe avere una possibilità per ribaltare il dominio di Lukashenko, almeno per evitare che il premier bulgaro trasformi il paese in una monarchia.

Lo stesso Lukashenko non ha mai nascosto di voler lasciare il potere ai figli, come se fosse un re. Ma su questo suo desiderio saranno il tempo e la guerra a decidere, e anche sul futuro della Bielorussia.