80 giorni fa le truppe della Russia entravano in Ucraina, invadendo il paese e dando inizio alla prima guerra europea da 30 anni. All’inizio, come certamente ricorderete, tutto il mondo era spaventato: la Russia è un’enorme e potente forza nucleare, con uno degli eserciti più numerosi del mondo. 

In molti parlavano di Terza Guerra Mondiale, anche perché l’Occidente aveva intenzione di intervenire nella guerra in un modo o nell’altro. A questo, infatti, sono servite le tante sanzioni verso la Russia, per non parlare del supporto militare diretto all’Ucraina. 

Non solo, ma è evidente che Vladimir Putin abbia fatto più per la NATO (l’alleanza atlantica capitanata dagli USA) di quanto non sia riuscito a fare lo stesso Joe Biden, presidente degli Stati Uniti. Da quando la guerra è iniziata, infatti, diverse nazioni hanno iniziato a pensare di entrare nella NATO. 

Due di queste, Svezia e Finlandia, hanno recentemente fatto domanda di ammissione ufficiale per entrare nella NATO, venendo accolte a braccia aperte dagli altri membri (o quasi). Come scrive questo articolo di Sky TG24, infatti: 

Oltre due mesi dopo, entrambi i Paesi nordici sono a un passo dall’adesione: il 12 maggio il presidente e la premier finlandesi hanno annunciato in un comunicato di volerla "senza indugio”. La decisione definitiva verrà annunciata domenica.

Immediata la risposta della Nato: l’adesione “avverrà senza intoppi" e rapidamente.  La portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha fatto sapere che gli Usa sostengono ogni richiesta di Finlandia e Svezia di adesione: "La Nato è un'alleanza difensiva, non offensiva. Non c'è alcun intento aggressivo in qualsiasi espansione".

Fra le ragioni della celere richiesta di entrare nella NATO da parte dei due paesi scandinavi vi sono anche i terribili crimini di guerra commessi dalla Russia in questi mesi, come il tristemente famoso Massacro di Bucha. Centinaia di civili sono stati uccisi brutalmente e buttati nelle fosse comuni, un vero e proprio crimine contro l’umanità. 

E questi massacri sono ancora impuniti, anzi in Russia vengono addirittura premiati. Il presidente russo Vladimir Putin, infatti, ha conferito una medaglia al valore al battaglione che ha commesso la strage. 

In effetti, i soldati russi sembrano riuscire in qualcosa solo quando fronteggiano dei civili disarmati ed innocenti. Quando, invece, si tratta di fronteggiare un esercito pare che l’unica cosa che gli riesca è ritirarsi. E’ notizia recente, infatti, che i russi si siano ritirati anche da Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina. 

Qualche settimana fa, i russi si erano ritirati anche da Kiev, avendo fallito i loro obiettivi di conquista e di assedio. Ora, il loro obiettivo è concentrare tutte le forze nel Donbass, cercando di vincere almeno l’assedio di Mariupol. 

Ma con la resistenza di Kharkiv, la vittoria nel Donbass si fa ancora più dura. Vediamo perché.

La ritirata della Russia da Kharkiv: cosa è successo

Kharkiv, all’inizio della guerra, è stata immediatamente attaccata ed assediata dall’esercito russo proveniente da nord. Questo perché la città si trova proprio sul confine fra Russia ed Ucraina, ed è anche la seconda città più grande del paese dopo Kiev.

La posizione e la grandezza di Kharkiv l’hanno sempre resa una città chiave: durante la Seconda Guerra Mondiale è stata assediata ben 4 volte, rimbalzando fra nazisti e sovietici nel tritacarne che fu il fronte orientale. 

Una volta avvicinatisi, però, e dopo gli iniziali attacchi, i russi hanno più o meno lasciato perdere l’idea di assaltare frontalmente la città, cercando piuttosto di mantenere le loro posizioni. Kharkiv era infatti troppo grande e le forze russo troppo disperse affinché un attacco potesse funzionare.  

La ripresa di Kharkiv (o meglio della sua regione, la città non è mai caduta) è stata possibile grazie ad una controffensiva ucraina. A seguito dell’arrivo di ingenti mezzi armati da parte dell’occidente, infatti, l’Ucraina è stata in grado non solo di resistere ai russi, ma anche di scacciarli in alcune regioni. 

Come dicevamo, è stato prima di tutto il caso a Kiev, da cui i russi si sono ritirati qualche settimana fa. Questa ritirata in particolare, inoltre, è stata cruciale per scoprire i macabri dettagli dei crimini di guerra russi, come il già menzionato Massacro di Bucha.

Kharkiv è anche la città più grande dell’Ucraina orientale, dominando il Donbass con le linee di rifornimento che devono necessariamente passare per questa città. Ora che i russi stanno concentrando le loro forze nel Donbass, la perdita di Kharkiv vorrà dire che le truppe offensive nella regione riceveranno meno rifornimenti. 

Non solo, ma ora Kharkiv è anche al di fuori dai bombardamenti russi, almeno per quanto riguarda quelli a corto raggio come quelli d’artiglieria e di missili Grad. Ovviamente, gli attacchi missilistici a lungo raggio possono ancora colpire la città, ma lo stesso vale per il resto del paese.  

Kharkiv liberata: la reazione del presidente Zelensky 

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha ovviamente accolto con gaudio la liberazione di Kharkiv, dicendo che

“La graduale liberazione della regione di Kharkiv dimostra che non lasceremo nessuno al nemico”, ha affermato Zelensky, sottolineando che sarebbero 1.015 gli insediamenti liberati finora nel Paese. Il presidente ucraino ha anche posto l’attenzione sul tema della crisi alimentare.

“Il mondo ha già riconosciuto – ha affermato – che il blocco dei nostri porti da parte della Russia e questa guerra stanno provocando una crisi alimentare su larga scala. I funzionari russi – ha continuato – stanno anche minacciando apertamente il mondo che ci sarà carestia in dozzine di paesi.

E quali potrebbero essere le conseguenze di una simile carestia? A quale instabilità politica e flussi migratori questo porterà? Quanto si dovrà spendere allora per superarne le conseguenze?

Zelensky, quindi, pur essendo rasserenato dalla liberazione di Kharkiv ha ancora paura per il resto del paese. L’occupazione russa, sebbene temporanea, di alcune zone di Ucraina ha portato a morte e disperazione da cui sarà possibile riprendersi solo dopo anni. 

Non solo, ma Zelensky è consapevole dell’importanza dell’Ucraina nella catena alimentare mondiale: il paese (come del resto anche la Russia) è un maggiore esportatore di grano e la guerra ha interrotto questo commercio. Molti paesi del terzo mondo, come lo Yemen, hanno sofferto particolarmente l’interruzione dello scambio di grano. 

La Russia, quindi, è responsabile della sofferenza del popolo ucraino così come di quelli del resto del mondo. E le domande di Zelensky appaiono particolarmente rilevanti nel chiedersi “Perché?”. A cosa è servita questa guerra? Cosa sperava di ottenere Putin? Il popolo ucraino, d’altronde, mai avrebbe accettato un’occupazione russa anche se questa avesse avuto successo. 

In ogni caso, i russi non sembrano demordere. Nonostante le continue sconfitte e ritirate, la loro offensiva nel Donbass continua imperterrita. O meglio, continua imperterrito il loro assedio di Mariupol, città ormai rasa al suolo e completamente distrutta. Vediamo nel dettaglio cosa sta succedendo. 

L’assedio di Mariupol: la città cadrà o non cadrà?

Anche Mariupol, come Kharkiv, è stata attaccata appena l’invasione è iniziata. Come Kharkiv, infatti, anche Mariupol si trova in una posizione strategica fondamentale per la Russia, forse ancora più grande anzi. 

Mariupol infatti si trova nel Donbass, e collega via terra la Russia con la Crimea (al momento collegata solo via mare). Una doppia importanza strategica per cui i russi hanno deciso di concentrarsi su essa piuttosto che su Kiev e Kharkiv, sebbene queste siano città più grandi. 

Mariupol è stata completamente circondata circa dieci giorni dopo l’invasione, iniziando un assedio che è già diventato l’episodio bellico più brutale di tutto il XXI secolo. I tanti tentativi di corridoi umanitari sono falliti, e migliaia di civili sono rimasti intrappolati nella città. 

Putin avrebbe voluto che la città cadesse prima del 9 maggio, il “Giorno della Vittoria” russo, ma così non è stato. Come scrivevo in questo articolo, infatti: 

E per la grande parata del 9 maggio, Putin ha bisogno disperatamente di una vittoria significativa. Non l’ha avuta a Kharkov, non l’ha avuta a Kiev (dove anzi i russi si sono ritirati) e non l’ha avuta ad Odessa. La sua unica speranza al momento è di conquistare una volta per tutte Mariupol. 

La città, però, continua a resistere sebbene sia distrutta al 95%. Alcuni complessi industriali, come l’acciaieria Azovstal, sono ancora pieni di soldati ucraini decisi a non arrendersi fino all’ultimo. La bandiera russa non può ancora sventolare su Mariupol, e Putin non ha ancora vinto. 

Come sempre, il destino peggiore è riservato ai civili di Mariupol, come vedremo più avanti. In ogni caso, cerchiamo di capire ora perché Mariupol è una città così importante per lo sforzo bellico della Russia, e a che punto stanno le cose. 

I morti sono stati innumerevoli, e la battaglia non è ancora finita. L’ultima sacca di resistenza ucraina, infatti, si è rifugiata nell’acciaieria Azovstal. 

L’epopea dell’acciaieria Azovstal potrebbe giungere a conclusione

Dopo settimane e settimane di resistenza, anche la sacca dentro l’acciaieria Azovstal sarà forse evacuata in collaborazione tra il governo di Kiev e Mosca. Questo vorrebbe dire la resa totale della città di Mariupol, ma anche la salvezza per i militari ed i civili intrappolati. 

Come dice questo articolo di Tiscali News, infatti: 

Proseguono intanto i difficili negoziati sul destino dei soldati ucraini ancora intrappolati nell'acciaieria Azovstal a Mariupol. A dirlo è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il consueto discorso a tarda notte. "Negoziati molto complessi sono in corso sulla prossima fase dell'evacuazione, quella dei feriti ei medici", ha detto Zelensky, citato dalla Bbc.

"Stiamo facendo il possibile per evacuare anche tutti gli altri, ciascuno dei nostri difensori", ha aggiunto. Kiev si avvale di "intermediari influenti", ha poi dichiarato, senza dare altri dettagli.