Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno inasprito la crisi macroeconomica turca, con il Paese che si trova ad affrontare una pesante svalutazione monetaria con conseguenti pressioni inflazionistiche.

L'opinione di Salman Ahmed, Chief Investment Strategist e Jamie Salt, Analyst di Lombard Odier IM, sulla Turchia è negativa dall’inizio dell’anno: quando, cioè, il mancato intervento della Banca Centrale della Repubblica di Turchia (CBRT), dinanzi al surriscaldamento dell’economia alimentato dal debito, ha iniziato ad esercitare pressioni al ribasso sulla Lira turca e sugli asset associati.

Alla fine di gennaio, la Lira turca scambiava a 3,75 contro il dollaro, mentre l’inflazione si attestava al 10,35%: oltre il doppio dell’obiettivo a lungo termine del 5% fissato dalla Banca Centrale. Il rincaro dei prezzi del petrolio ha aggravato le pressioni inflazionistiche e il disavanzo delle partite correnti. L’inflazione IPC si attesta ora al 15% e l’IPP al 25%, mentre i rendimenti sovrani a 10 anni hanno toccato per la prima volta quota 20%.

Ora la Lira si è deprezzata di circa il 40% nei confronti del dollaro USA, attestandosi (al momento della stesura della presente relazione) intorno a 5,3. Nei prossimi mesi, le attuali tendenze vedranno probabilmente la Lira diventare la moneta dei mercati emergenti con la peggior performance da inizio anno.

Quest'ultimo periodo di sentiment negativo è in parte dovuto alla riluttanza della CBRT ad impegnarsi in un continuo inasprimento monetario sotto l'occhio vigile di Erdogan. I commenti della scorsa settimana da parte del Ministro delle finanze Albayrak sembravano infatti confermare il programma di contenimento dei tassi di interesse.