In attesa della seduta durante la quale il Parlamento inglese dovrebbe (mai come in questo caso il condizionale è d'obbligo) dare il nulla osta all'accordo per la Brexit già accettato dall'Unione Europea, la Bank of England lancia l'allarme: in caso di voto contrario e quindi di uscita senza un piano prestabilito, la nazione rischia la peggiore crisi economica dal 1945 ad oggi.

La panoramica

Dal 23 giugno 2016, giorno in cui la popolazione votò per l'addio all'Unione, ad oggi, l'intesa firmata la settimana scorsa dai 27 rappresentanti Ue è finora l'unico testo che i politici sono riusciti a mettere insieme per regolare il divorzio di Londra, un'intesa che il governo di Theresa May ha faticosamente raggiunto non senza zone d'ombra come la ancora irrisolta questione del confine nordirlandese. Proprio per questi punti oscuri, tra cui anche il caso di Gibilterra, le licenze di pesca nello stretto della Manica e i permessi di soggiorno per i cittadini europei che vivono in Inghilterra, molti parlamentari inglesi si sono detti contrari all'accordo. Ma in caso di "no deal", fanno sapere dalla BoE, si potrebbe avere una contrazione immediata dell'economia anglosassone dell'8% già dall'anno prossimo con un -10,5% solo per Londra entro i prossimi 5 anni. Non solo, ma il dramma riguarderebbe anche la sterlina già in difficoltà: -25%.

Il crollo

Il tutto senza parlare dell'apocalisse sul settore immobiliare che arriverebbe a perdere quasi un terzo del suo valore. Un invito, nemmeno tanto sottile, rivolto a chi il prossimo 11 dicembre si troverà a dover approvare il piano, un voto che è già di per sé una responsabilità visto che, anche in caso di voto favorevole (è sempre la BoE a riferirlo) si avrebbe una perdita del 3,9% sul Pil, anche se questa eventualità verrebbe per i prossimi 15 anni. Questo perchè alle già evidenti difficoltà che sta incontrando il governo May, si aggiungeranno in futuro anche le problematiche relative alla chiusura di accordi commerciali con le varie aree geografiche oltre al deficit di manodopera e il relativo apporto dato al Pil derivante dal lavoro degli immigrati.