La giornata di ieri dei mercati azionari occidentali (quelli asiatici, senza la Cina, contano poco, anche se Taiwan e Hong Kong hanno messo in scena un’altra giornata di panico), ci ha mostrato una seduta a due facce, come spesso accade quando la volatilità e l’incertezza dominano la scena.

Al mattino e fino alla chiusura delle borse europee è stato il pessimismo sulla diffusione del virus cinese a schiacciare in ribasso gli indici. La triste contabilità dell’epidemia cinese ha portato il numero dei contagi ufficiali a 7.711, di cui circa 1.500 giudicati gravi, raggiungendo così i numeri del’epidemia SARS del 2003, mentre quello dei morti è salito a 170, molti meno dei 700 del 2003. Questa dinamica conferma che questo virus è meno letale, ma molto più aggressivo di quello del 2003. E’ il classico dato che si presta alla doppia interpretazione, a seconda di che cosa si guarda. Il numero dei morti rassicura, la crescita rapida dei contagi preoccupa.

I mercati, nel loro apparente cinismo, non guardano morti e contagi sotto l’aspetto sociale, ma fanno i conti sulle conseguenze che questo virus avrà sul business delle imprese e sull’economia globale. E’ l’esercizio che impegna in questi giorni i vari esperti delle banche d’affari e degli uffici studi delle principali case d’investimento. Ma è impossibile, fino a quando non si raggiungerà il picco dell’evoluzione del virus, stimare gli effetti sull’economia con un grado di precisione decente. Ciascuno può sparare le cifre che vuole. Hanno tutte il medesimo grado di affidabilità, cioè poco più di zero. Anzi, visto che si basano su stime grossolane, dipendono molto dall’emotività degli analisti.