Secondo l'osservatorio Ance, l’economia italiana nel corso dell’ultimo decennio ha vissuto una grande recessione e, a differenza dei principali paesi europei, ancora non ha recuperato i livelli precrisi. Nello scorso anno, infatti il Pil si è chiuso al di sotto del 4,1% rispetto al 2007 (contro il +11,3% della Francia e +15,5% della Germania).

Il tasso di crescita registrato nel 2019 dall’economia italiana, infatti, è risultato prossimo allo zero e anche le prospettive agli albori del nuovo decennio, purtroppo, sono tutt’altro che entusiasmanti, complice oltre ai fisiologi problemi interni al nostro Paese, anche una situazione incerta del contesto internazionale.

Secondo le recenti previsioni della Commissione Europea, per il 2020 l’Italia dovrebbe crescere dello 0,4%, fanalino di coda tra i 28 paesi europei.

Con questi tassi di sviluppo, si rischia di vivere un nuovo decennio all’insegna, nella più positiva delle ipotesi, di una “stagnazione fisiologica” fino a rischiare una nuova recessione.

Questa cronica debolezza dell’economia italiana nel tempo è dovuta a scelte di politica economica, ispirate al sostegno dei consumi piuttosto che degli investimenti, vera leva di sviluppo per una crescita consolidata di un Paese.

In questo senso continua a mancare il fondamentale apporto delle costruzioni che in questi anni ha vissuto una crisi profonda e non ha potuto sostenere l’economia così come era successo nel precedente ciclo espansivo 1998-2008: +28,4% investimenti in costruzioni e +16,1% Pil.

Basti ricordare che le costruzioni ancora oggi offrono un contributo rilevante al Pil (8%) e sono in grado di generare, in virtù della loro lunga e complessa filiera collegata a quasi il 90% dei settori economici, l’effetto propulsivo più elevato sull’economia tra tutti i comparti di attività.