Compriamo più cose quando costano meno, compriamo più titoli in borsa quando costano di più. Esiste una teoria per il primo aspetto e ne esiste un’altra per il secondo. Non esiste una teoria unificata che spieghi le due cose insieme, così come non esiste ancora una teoria unificata soddisfacente in fisica e tantomeno in climatologia. Come l’economia e come i mercati, il clima è un sistema complesso e dinamico in cui, come dice Freeman Dyson, non ha molto senso fare previsioni a 100 anni. Si è capito molto, del clima, per alcuni sottosistemi, qualcosa per altri, meno ancora per l’interazione tra i sottosistemi.

La correlazione tra CO2 e temperatura, alla base delle teorie prevalenti sul cambiamento climatico in corso, vale per gli ultimi 100 anni e pochi dubitano che sia antropogenica, ma basta guardare un po’ più indietro nel tempo per scoprire che sono più i periodi in cui non ha funzionato (o addirittura è stata negativa) di quelli in cui ha funzionato.

Limitando l’analisi all’ultimo decimo di storia della Terra, ovvero all’ultimo mezzo miliardo di anni (quello in cui è nata e fiorita la vita vegetale e animale come la conosciamo noi), vediamo ad esempio che nel Permiano (300-250 milioni di anni fa), il periodo in cui si è formato lo shale oil che stiamo estraendo oggi, la temperatura è aumentata moltissimo, ma la CO2 è rimasta costante a 900 parti per milione.

Oggi climatologi ed ecologisti seguono le rilevazioni giornaliere di CO2 dell’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii, con la stessa trepidazione con cui noi guardiamo le chiusure di New York. Il dato odierno è di 414.67 unità per milione. Era di 315 nel 1900 e da allora sale in modo molto regolare di circa 0.80 unità all’anno. Mantenendo questo ritmo salirà a quasi 480 unità alla fine del secolo.