Non solo vaccino. AstraZeneca guarda al dopo Covid-19 e chiude la più grande acquisizione della sua storia. Sabato la big pharma anglo-svedese, in prima fila insieme al duo composto da Pfizer e BioNTech e a Moderna per lo sviluppo di un trattamento contro il coronavirus (anche se AstraZeneca ha avuto un incidente di percorso con il suo vaccino, cui lavora insieme all'University of Oxford), ha infatti annunciato di avere raggiunto l'accordo definitivo per il takeover di Alexion Pharmaceuticals, per una valutazione della biotech di Boston (specializzata in trattamenti per le patologie rare) di 39 miliardi di dollari.

Chiuso il deal ai soci di Alexion il 15% di AstraZeneca

L'acquisto è "un passo importante nella storia dell'azienda", ha dichiarato il chief executive Pascal Soriot nella conference call con la stampa. "È una straordinaria opportunità per noi per accelerare il nostro sviluppo nelle terapie immunologiche", ha aggiunto. Soliris, il prodotto di maggiore successo di Alexion con 4 miliardi di dollari di vendite nel 2019, è un anticorpo monoclonale usato per il trattamento di malattie rare come l'emoglobinuria parossistica notturna. E per portarselo in casa la big pharma anglo-svedese pagherà complessivamente 175 dollari per azione (60 dollari in contanti, il resto in titoli propri). Alla fine i soci di Alexion avranno una partecipazione del 15% nell'entità post-integrazione. 

Eccessivo il premio del 45% garantito dall'offerta

La mossa è quella giusta per AstraZeneca? Chris Hughes, opinionista di Bloomberg, solleva qualche dubbio. Innanzitutto l'operazione è a premio del 45% (Alexion aveva chiuso in rialzo dell'1,78% a 120,98 dollari di valore venerdì al Nasdaq), forse un po' eccessivo considerato i 500 milioni di dollari di sinergie annuali previsti. Certo Alexion è conveniente, visto che scambia su multipli di 9,5 volte gli utili stimati nei prossimi 12 mesi. Tuttavia, di nuovo, AstraZeneca aveva davvero bisogno di Alexion? Secondo le stime di Bloomberg la crescita dei ricavi per il gruppo londinese era prevista al 33% tra il 2021 e il 2024, grazie a un invidiabile portafoglio prodotti di farmaci oncologici, cardiovascolari e respiratori, e l'outlook della preda è ben lontano da tali performance. Il tempo dirà chi aveva ragione ma sarà per primo il mercato a decidere se decretare il successo dell'operazione.

(Raffaele Rovati)