Tutti vogliono le auto elettriche. Nessuno però le compra. Costano troppo. E il prezzo non scenderà finché non se ne venderanno tante. Ma per venderne tante occorre una produzione in massa a costi bassi. E i costi bassi, almeno per l’Europa, oggi, non sono ancora sostenibili.

Ecco perché il futuro è ancora molto lontano per quanto riguarda le auto elettriche e questo non vale solo per l’Italia e il vecchio continente. Ecco perché il mercato, da questo punto di vista, non riesce a decollare: su ottanta milioni di auto vendute in tutto il mondo ogni anno, solo 2,1 milioni sono elettriche. La metà, in Cina.

Auto elettriche, costi per l'acquisto e per la manutenzione

Parlando dell’Italia, viviamo in un paese che, semplicemente, non è ancora pronto per le auto elettriche. Troppo elevati gli investimenti necessari per una diffusione importante. Troppo poche le colonnine pubbliche, i cosiddetti punti di ricarica, senza i quali l’automobile non può partire. Quelle pubbliche installate nel nostro paese sono 8.500, secondo quanto rivela in un’ampia inchiesta il Corriere della Sera. I veicoli in circolazione? 11.000, la maggior parte, intesa più della metà di essi, si trovano nel Nord Italia.

Le colonnine sono collocate soprattutto in città, molto raramente lungo le autostrade e nelle strade extraurbane, dove comunque occorrerebbe troppo tempo per una ricarica completa, che dura in media 12 ore. Ecco perché il luogo più comodo resta il garage di casa, per chi può permetterselo, e lo stesso vale per un’auto elettrica nuova da acquistare: prezzo medio dai 30.000 ai 37.000 euro solo per un’utilitaria.

Auto elettriche, l'Italia incentiva solo chi ha i soldi

L’Italia non è pronta anche e soprattutto per quanto riguarda il portafogli, dato che il consumatore medio spende in media 8.000 euro. E con una cifra del genere l’orientamento è in linea di massima verso macchine usate, spesso inquinanti: sono ben 15 milioni le auto tra euro 0 ed euro 4 in circolazione. Non è pronto il paese. Non è pronto neanche chi ci governa.

Perché gli incentivi esistono. Ma, ancora una volta, tutto ruota attorno al… portafogli. Nel senso che rottamare quella vecchia e acquistare un’auto ibrida o un’auto elettrica porta in tasca all’automobilista 4.000 euro. In tutta Europa è così? Mica tanto. Francia e Germania offrono più del triplo: 14.000 euro. Ecco perché il senso è che sé tutta una questione di chi può e non può permetterselo.

In buona sostanza, l’Italia incentiva all’acquisto di auto elettriche solo chi è benestante. Perché le auto elettriche costano troppo e, nel breve periodo, non ci sono segnali che i prezzi scendano. 

Auto elettriche, incentivi per le colonnine per la ricarica, rete non sostenibile

E lo dimostra anche il tentativo, da parte del governo, di incentivare i condomini per installare punti di ricarica nelle parti comuni. Un ecobonus del 110%: dunque, per dirla in parole povere l’Italia offre ai condomini l’opportunità di realizzare impianti con la promessa di non pagare un centesimo, anzi, con la garanzia di incassare anche qualche soldino in più. Ma c’è un problema. Il 95% degli stabili in Italia non ha una rete elettrica in grado di reggere una pesante assorbimento di potenza.

Siam sempre lì. Il paese non è pronto. Servono investimenti ma evidentemente non è questo il momento. Il caso Fca è un altro esempio più che lampante. Fiat ha chiesto 6,3 miliardi di euro in prestito, garantito dallo Stato, a Intesa Sanpaolo, per sostenere la filiera dell’auto. Il ministero del Tesoro, tenuto a indicare determinate condizioni, per l’erogazione dei soldi, non ha inserito nessun impianto per le batterie, elemento chiave per un’auto elettrica, il cui smaltimento è già un problema oggi, figurarsi domani: solo nel 2018 sono state 97mila tonnellate di batterie da smaltire.

Auto elettriche, il ruolo delle materie prime e della Cina

Ma le batterie non sono l’elemento chiave soltanto per il funzionamento dell’auto elettrica. In questo caso contano le materie prime necessarie per poterle realizzare. E il monopolio di tutte le filiere è in mano alla Cina. Già leader nella produzione di batterie per prodotti di elettronica di largo consumo, cellulari, laptop, tablet e pc (Foxconn di Shenzhen è fornitore di Apple, BlackBerry, Hp, Sony e Microsoft), il colosso asiatico ha in concessione il 90% dei giacimenti mondiali di cobalto, nichel e litio.

Pechino ha colonizzato il più grande produttore di cobalto al mondo, Congo, ed è il primo consumatore di rame, la cui produzione è in Sud America, dove Pechino sta strappando un contratto decennale di sfruttamento dopo l’altro. Uno dei problemi più grandi della Cina è il grande inquinamento nelle megalopoli e la scarsità di produttori a livello di automotive. Inevitabile il progetto di affidarsi il prima possibile all’elettrico.  

Auto elettriche, Europa e Stati Uniti arrancano

Cosa sta facendo l’Europa? Non si può dire che la Commissione sia ferma. Nel 2019 ha stanziato 60 miliardi di euro da investire nell’elettrico, il triplo rispetto a quanto stanziato e investito dalla Cina. L’Ue vorrebbe ingranare quantomeno la quarta per quanto riguarda le fabbriche di batterie: 16 in tutta Europa ma nessuna in Italia, dove la Fiat ha di recente lanciato il primo modello elettrico della sua 500 ma ha dovuto anche firmare un accordo con Tesla per evitare centinaia di milioni di sanzioni previste dalle norme europee per chi non incrementa la produzione di elettrico, legge che mira al rispetto del limite di emissioni (95 grami a km).

Gli Stati Uniti stanno sperimentando l’estrazione dei metalli rari dall’acqua del mare. Dopodiché andrebbero convertite in elettriche 80 milioni di auto vendute nel mondo, attraverso super fabbriche, stimate attorno ai 240 unità al costo di 2 miliardi di euro l’una. Tre i maxistabilimenti esistenti: il primo è della Tesla in Nevada, il secondo in Cina, il terzo in Svezia sostenuta da Volkswagen e Bmw.

Auto elettriche a prezzi contenuti: si può fare?

Tornando alla domanda più semplice e immediata, e cioè: è possibile lanciare sul mercato auto elettriche a prezzi contenuti? la risposta, sorprendentemente, è sì, certo che si può.

Ma una mossa del genere scatenerebbe un effetto a catena che sarebbe negativo sia per l'Italia che per l'Europa. La domanda schizzerebbe verso l’alto andando a esaurire in brevissimo tempo uno stock attualmente insufficiente per una concorrenza alla pari con la Cina. E questo porta alla contromossa dei grandi produttori. Che annunciano maxi investimenti da una parte ma lanciano sul mercato solo modelli costosi dall'altra.

In una competizione su larga scala, la Cina vincerebbe a mani basse. Suo è anche il monopolio del riciclo dei materiali con cui si producono le batterie. Almeno fino a quando i contratti della maggior parte delle concessioni scadranno. Ma occorrerà aspettare all'incirca una decina di anni.