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70 anni di ladrocini legalizzati (che potrebbero diventare 150 se si volessero considerare tutte le ignobili macchinazioni del Parlamento italiano), una politica che già durante il secondo conflitto mondiale è stata sinonimo di opportunismo e vigliaccheria, di esponenti voltagabbana (tradizione che i parlamentari hanno portato avanti volentieri anche dietro compenso) e di mancanza di coraggio. E adesso ci si scandalizza per Grillo. Si, anche lui ha i suoi (anche gravi) difetti ma lui ha delle attenuanti.

Il filo di lama sul quale Beppe Grillo sta camminando, è un confine labile e altrettanto pericoloso. E’ pur vero che bisogna scardinare una costruzione nata dal malaffare, dal clientelismo e che affonda le sue radici nella connivenza e nei rapporti con le organizzazioni criminali e che per farlo c’è bisogno di radere al suolo tutto. A prescindere. Ma è anche vero che Grillo, temendo di cadere nella trappola del sistema politico (ottima la metafora da ui usata sulle lupe-sirene) di certo non collabora per riuscire a creare un ponte tra lui e chi in lui crede veramente. E il rischio è quello di regalare più di una possibilità al nemico di ridicolizzare, speculare e attaccare.

L’ultimo episodio è quello delle tredici società intestate all’autista/collaboratore/amico di Beppe Grillo e alla cognata in Costa Rica.

Contravveniamo per un attimo alla regola aurea della giurisprudenza, secondo cui ognuno è innocente fino a prova contraria (in questo caso l’innocenza sarebbe morale visto che gli investimenti sarebbero fatti tutti nella completa legalità) e interpretiamola al contrario: poniamo Grillo tra gli accusati. A prescindere. Merita, almeno, il beneficio delle attenuanti?