E anche la Deutsche Bank crolla. Fine del mito tedesco. La speranza del Vecchio Continente nei suoi momenti più difficili è sempre stata la Germania: salda sul suo trono basato sul mito dell’affidabilità granitica, teutonica, appunto, non poteva essere scalfita da niente e da nessuno.

La forza tedesca

Due guerre mondiali perse non hanno avuto la meglio sulla volontà di un popolo che, bisogna ammetterlo, non sarà simpatico a molti ma resta sempre un punto fermo. O per meglio dire restava. Sì, perchè a quanto pare i tedeschi sembra che abbiano vissuto “di rendita” ultimamente, almeno per quanto riguarda la reputazione finanziaria sia della propria industria che delle proprie banche. Dopo lo scandalo Dieselgate che ha trascinato con sè il mito della Germania e della sua industria, adesso arriva il crollo della Deutsche Bank con perdite che sul terzo trimestre di quest’anno arrivano a superare i 6miliardi di euro, per la precisione 6,2.

Una lunga storia... difficile

Questo l’ultimo tassello, almeno in ordine di tempo, di una lunga serie di problemi, imprevisti, perdite di valore e incognite (si vedano gli oltre 55 trilioni in derivati che detiene la banca e che equivalgono a 20 volte il Pil tedesco ovvero 5 volte quello dell’intera eurozona) che la prima banca tedesca, una delle Too big to fail europee, ha finora dovuto affrontare. 

Che ci fosse anche più di un problema era facile intuirlo già due anni fa quando si verificò un altro enorme scandalo. Era il 2013 e la Bundesbank aprì un’indagine sul possibile occultamento, da parte della Deutsche Bank, di circa 12 miliardi di dollari, denaro che rappresentava una serie di perdite sui derivati e che, secondo il FT che allora pubblicò la notizia, non sarebbe stato messo a bilancio, cosa che avrebbe poi permesso alla banca di evitare un salvataggio pubblico. Questa la cronaca del passato. Arrivando ai nostri giorni e per la precisioni a oggi, la notizia è di quelle che fanno venire in mente inevitabilmente lo spettro Lehman: la Deutsche Bank ha annunciato che potrebbe chiudere il terzo trimestre del 2015 con un rosso pari a 6,2 miliardi. A comunicarlo è il nuovo Ceo John Cryan il quale ha anche sottolineato che, data la gravità della situazione, è a rischio anche la distribuzione del dividendo.