Draghi ha anche fatto capire che il tasso di cambio non è una policy target, ma il solo accennare al QE sta avendo un effetto calmieratore sul cambio EUR/USD (che qualcuno ha stimato essere ideale per la crescita economica dell’Europa solo verso quota 1,20).

Tornando al rischio geo-strategico dato dalla Crimea, l’incontro di domenica scorsa tra il segretario di stato americano Kerry e il ministro degli esteri russo Lavrov ha dato nuove speranze per una conclusione pacifica che salvi la faccia dei politici di turno e garantisca la continuazione delle forniture energetiche dalla Russia all’Europa e i normali rapporti commerciali con il resto del mondo. Altrimenti, si potrebbe scatenare una guerra economica suicida a colpi di sanzioni: in questo caso metà dell’Europa rischia la paralisi se la Russia chiude i rubinetti di gas e petrolio (si veda il grafico del Sole24Ore) e gli interessi economici della Germania ne risentirebbero pesantemente. Gli USA invece non avrebbero problemi dato che non si riforniscono di gas russo e hanno conquistato la sovranità energetica grazie allo shale gas del Nord e alle sabbie bituminose del Canada.

L’analisi delle materie prime che solitamente risentono dei venti di guerra è confortante al momento: l’oro sta ritracciando con un pull-back dalla resistenza dei 1400 usd/oncia; il petrolio è in rialzo ma non dà segni di nervosismo, come era accaduto con la crisi in Siria. Le altre commodity viaggiano in ordine sparso con granaglie sempre ben impostate e minerali industriali deboli ma con cenni di recupero come nel caso del Rame che ha consolidato un nuovo minimo. Le valute “commodity-driven” sono invece in rialzo, con il Dollaro Australiano che beneficia del rialzo delle granaglie e del Rame.