Le dimissioni a sorpresa dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis hanno sorpreso non poco, soprattutto considerando che è arrivato all’indomani di un NO al referendum che, invece, avrebbe potuto dare la spinta, a lui come a tutto il governo Tsipras, per riuscire ad ottenere, se non una vittoria, almeno non una sconfitta su tutti i fronti come quella registrata poi dal Premier greco solo una settimana dopo, sconfitta che prevede, tra le altre cose il dovere di “impegnare” (nel senso proprio di mettere come pegno) non certo il Partenone o l’Acropoli (almeno per adesso) bensì strutture sensibili come porti, telecomunicazioni, ferrovie, miniere, municipalizzate dell’acqua potabile fino a raggiungere una cifra pari a 50 miliardi. E già su questa partono altri dubbi, gli stessi che stanno bloccando le borse europee in attesa di vedere i riscontri e le reazioni di chi è direttamente coinvolto in questa storia.

Le tante imposizioni morali 

Non solo, ma il diktat prevede anche la libertà, negata, di indire nuovi referendum e di approvare leggi senza il nulla osta della Troika (che ormai chissenefrega come si chiama…). Una domanda, tra le altre, nasce spontanea: dall’inizio della crisi la Troika ha puntualmente visitato Atene, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. A cosa potrebbe servire continuare su questa strada? Sicuramente a distruggere l’Europa, ma solo con un po’ di tempo in più, perchè il tempo è quello che si è guadagnato finora. Non certo soldi o fiducia.

Un’ora fa circa, è arrivato sul tavolo dei parlamentari il primo pacchetto di riforme, le più urgenti, tra cui lo stop alle agevolazioni fiscali per le isole, alle pensioni anticipate dal 2022, l’aumento dell'Iva sui beni di prima necessità.