Non mancano le voci dissonanti

Adesso, l’intesa dovrà però superare l'esame del governo May, dove non mancano le frizioni: se i ministri pro-Brexit Boris Johnson e Michael Gove avrebbero dato il consenso a un innalzamento dell’offerta, il Ministro dei Trasporti Chris Grayling, altro sostenitore del Leave durante la campagna referendaria dello scorso anno, ha appena definito frutto di “speculazioni” le cifre circolate, specificando anche nell'accordo si dovrà anche tenere conto del fatto che la Gran Bretagna è al momento un contributore netto dell'UE per circa 10 miliardi di sterline l'anno.

Il problema Irlanda

In ogni caso, mentre si attende l'incontro tra Theresa May e Juncker previsto per lunedì prossimo, restano sul tappeto gli altri due nodi da sciogliere prima di poter passare alle discussioni sulle relazioni commerciali: le garanzie sullo status dei residenti Eu nel Regno Unito, rispetto alle quali i negoziatori di Bruxelles stanno ancora tentando di convincere la controparte britannica ad accettare il ruolo dei giudici europei, ma soprattutto la questione irrisolta del confine fra Repubblica Irlandese ed Irlanda del Nord.

Dublino, che sta tra l'altro affrontando la difficile crisi del governo di minoranza Varadkar, ha un diritto di veto sui negoziati e non permetterà che si passi alla seconda fase al summit UE di dicembre se non sarà soddisfatto dalla proposta di Londra su come evitare un “hard border” tra Irlanda del Nord e UE, che metterebbe in discussione la fragile pace raggiunta con Belfast con il Good Friday Agreement del 1998.