Londra ancora in difficoltà per la Brexit. Non più tardi di qualche giorno fa il premier inglese Theresa May aveva annunciata la data precisa, ora compresa, del divorzio con l'Europa, a prescindere dagli accordi trovati: 29 marzo 2019 alle ore 23.

La situazione

Reduce dalle dimissioni di due ministri nel giro di poche ore, complici anche gli scandali che hanno travolto l'esecutivo britannico, il capo del governo deve anche proteggersi da quella debolezza politica confermata alle ultime elezioni anticipate che hanno cancellato quel vantaggio che inizialmente aveva in mano. L'ultimo ostacolo da superare per la nuova Lady di Ferro (definizione non molto condivisa negli ambiti diplomatici) è la coalizione trasversale dei deputati filoeuropeisti alleati al Parlamento con un progetto ben preciso: presentare una serie di emendamenti a raffica sul progetto Brexit per rallentarne l'approvazione. Tutto questo andrebbe ad appesantire la già difficile situazione del primo ministro e soprattutto, cosa ancora più grave, ad aumentare il già alto grado di incertezza che aleggia sulla strada del divorzio. Infatti, dall'altra parte ci sono il ministro degli Esteri Boris Johnson, leader del fronte pro-Brexit e candidato successore della may, e quello dell'ambiente Michael Gove, ex avversario del Primo ministro durante la corsa per la leadership dei conservatori, che hanno imposto la volontà di una rottura immediata con l'Ue a prescindere dal raggiungimento o meno di accordi. Una lettera con cui si impone alla May di aumentare l'aggressività che si contrappone ad un'altra lettera, dai toni ben differenti, nella quale 40 rappresentanti del suo stesso partito sarebbero pronti a votarle la sfiducia. Questa situazione nasce dallo stallo che i negoziati stanno registrando ormai da settimane, dopo che persino le fasi preliminari erano partite nello scetticismo e in un'atmosfera di reciproca diffidenza.