Sembrava fatta. E invece no. Oltre le resistenze degli del partito unionista che non vuole misure ad hoc per il confine nordirladese, adesso arriva un altro schiaffo per il premier inglese Theresa May, uno schiaffo che rappresenta non solo l'ennesima incognita sull'intero processo di divorzio di Londra dall'Ue ma anche l'altrettanto ennesima dimostrazione di un esecutivo che tutto riesce a fare tranne che a remare in un'unica direzione.

Ma cosa è successo?

Paradossalmente il problema più grande per la May, adesso, è rappresentato dai ribelli presenti all'interno del suo stesso partito conservatore i quali, chiedendo aiuto addirittura all'opposizione, sono riusciti ad ottenere un numero di voti tali da strappare il diritto di veto sulla legge che permetterà al Parlamento di dire l'ultima parola sull'avvio del processo di divisione e sulla legge che lo permette. E il Parlamento è oggi più diviso che mai e soprattutto poco incline ad accettare quello che tutti considerano senpre di più la firma su un assegno in bianco. A dimostrazione del caos al parlamento è anche il provvedimento stesso che autorizza il veto, provvedimento che è stato approvato con 309 sì e 305 no.

Intanto la May arriva oggi a Bruxelles per portare avanti quei colloqui che non più tardi della settimana scorsa avevano permesso di festeggiare (anche solo in maniera teorica visti i malumori interni al governo inglese) la chiusura della prima parte dei colloqui con il raggiungimento dell'accordo sui tre punti cardine. Ai rappresentanti del parlamento e all'opinione pubblica, infatti, non piaceva molto il dover pagare un tributo al'Ue che oscilla tra 40 e 45 miliardi (ma c'è chi parla anche di 55 visto che cifre precise non sono state rese ufficiali), soprattutto visto che la Brexit era nata sull'onda dello sdegno per i continui salassi chiesti dall'Unione e sulla volontà di risparmiarseli.