Nei giorni scorsi ho manifestato a più riprese un certo scetticismo sulla salute un po’ “artificiosa” degli indici azionari, che hanno chiuso il terzo trimestre dell’anno sui massimi annuali (Eurostoxx50 ed altri europei) o a pochissima distanza dai massimi storici (quelli americani). Una forza che stride decisamente con la misurazione della salute dell’economia globale, che viaggia verso una recessione che in alcune aree bussa già alla porta ed in altre si sta avvicinando a grandi falcate. In contrasto anche con le questioni geopolitiche aperte (guerra commerciale, tensioni medio-orientali, Brexit, impeachment su Trump sono le principali ma non le uniche), che incombono sul futuro immediato.

Avevo adombrato il sospetto che i mercati snobbassero questi elementi critici non per l’incapacità di vederli, ma per l’interessata preferenza a continuare il sogno rialzista fino alla fine di settembre, a cui si è aggrappata l’industria del risparmio gestito, al fine di presentare risultati di portafoglio smaglianti sui rendiconti trimestrali che in ottobre verranno inviati alla clientela.

Ho chiuso il commento di ieri con la frase: “Al buon senso resta, in questo ultimo scorcio di 2019, il compito di ridurre il divario tra realtà e percezione, che da sei mesi è tornato ad essere enorme come lo scorso anno”.

Ad essere sincero, però, non mi aspettavo che il buon senso si mettesse al lavoro con buona lena fin dal primo giorno di ottobre. Invece così è stato e ieri abbiamo toccato con mano che, quando non c’è la manina dei manipolatori che interviene a “orientare” le reazioni dei mercati, questi riescono ad esprimere movimenti compatibili con i messaggi che l’economia invia.