Il decreto d'Agosto potrebbe lasciare un po' d'amaro in bocca ai lavoratori. Nel mirino è finita la busta paga. Il legislatore, questa volta, vuole proprio far luce sul fatturato delle imprese che hanno richiesto o richiederanno la cassa integrazione. Il fisco darà una mano all'Inps a tenere sotto controllo le aziende che ne faranno richiesta. Detto in parole molto povere l'Agenzia delle Entrate verrà a ficcare il naso nella nostra busta paga, verificherà che il fatturato certificato dall'impresa presso la quale lavoriamo corrisponda al vero (da questo punto di vista un grosso aiuto arriva dalla fatturazione elettronica) e alla fine punirà chi sgarra.

Busta paga e cassa integrazione: un amaro binomio!

Come forse molti saparanno la cassa integrazione è stata prorogata fino a dicembre. Un prima tranche prevede la possibilità di richiedere 9 settimane di Cig per tutti, indipendentemente dal calo del fatturato dell'azienda; mentre la seconda tranche avrà dei paletti che cambiano in base al calo dei ricavi. L'intenzione è quella di evitare che si ripeta quanto è già stato visto nelle prime settimane: ossia che a richiedere la cassa integrazione siano imprese che non hanno registrato alcun calo di fatturato. E' stata poi estesa la possibilità per tutte le aziende di prorogare fino a dicembre i contratti a termine senza causali.

Il nodo del contendere è proprio concentrato sulla cassa integrazione: questa riforma, dettata dall'emergenza economica, fissa un tetto massimo di 18 settimane fruibili in due tranche: utilizzabili dal 13 luglio fino al 31 dicembre. In questo caso si prevede che la cassa integrazione sia presentata all'Inps entro la fine del mese successivo rispetto a quello in cui ha inizio. A questo punto parte una vera e propria riforma dell'ammortizzatore sociale: un contributo che dovrà essere a carico dei datori di lavoro, che abbiano deciso di fare richiesta per periodi di cassa integrazione nella seconda tranche. La misura del contributo non è unica, ma diversificata in base all’andamento del fatturato corrente del datore di lavoro rispetto allo scorso anno. Ed è in questo caso che interviene l’Agenzia delle Entrate.

Busta paga e blocco dei licenziamenti

Uno dei capitoli che andrà ancora ad influenzare la nostra busta paga riguarda il blocco dei licenziamenti. Sembra che il Governo stia tentando di trovare una soluzione che leghi la proroga del blocco dei licenziamenti alla cassa integrazione Covid. Alcune forze politiche starebbero spingendo affinché la misura resti fino a quando sarà possilbile ricorrere alla cassa integrazione. Un'altra posizione - la maggioranza - ritiene che sia necessario legare il termine all'effettivo utilizzo della cassa integrazione. Il termine del blocco dei licenziamenti, a questo punto, sembra che possa essere mobile: si sarebbe ipotizzato 15 ottobre, 31 dicembre o come data intermedia il 30 novembre e avere scadenze per le diverse imprese, se legata alla disponibilità della Cig Covid.

Il Decreto Agosto, tra l'altro, prevede che l'accesso alla cassa integrazione per i periodi che rientrano nella seconda tranche di nove settimane debba comunque essere presentata all'Inps. Il datore di lavoro sarà tenuto ad autocertificare la sussistenza dell’eventuale riduzione del fatturato. L'Inps, quindi, provvederà ad autorizzare la cassa integrazione come di consueto e, sulla base della autocertificazione allegata alla domanda, individuerà l’aliquota del contributo addizionale che il datore di lavoro è tenuto a versare a partire dal periodo di paga successivo al provvedimento di concessione della cassa.

Cassa integrazione: un tracollo in busta paga!

Stando a quanto riportato dallo studio Le imprese e i lavoratori in cassa integrazione Covid nei mesi di marzo e aprile, effettuato dalla Direzione Centrale Studi e Ricerche dell'Inps in collaborazione con la Banca d'Italia emerge che più della metà delle imprese, nei mesi di marzo ed aprile, ha fatto uso della cassa integrazione Covid.Le aziende che ne hanno fatto ricorso è pari al 45% nel nord-est, al 48% nel nord-ovest, al 52% nel centro e al 55% nel mezzogiorno. Questa grande differenza di utilizzo della cassa integrazione tra queste macroaree è possibile spiegarla con l'eterogeneità nelle caratteristiche delle imprese, con riferimento in modo particolare al settore di attività, relativamente più sbilanciato nel Mezzogiorno a favore dei settori dell'alloggio e della ristorazione, delle costruzioni e del commercio al dettaglio non alimentare, che hanno maggiormente subito le conseguenze della crisi.

I dati, aggiornati al 15 luglio, si riferiscono al mese di competenza del pagamento, cioè al periodo nel quale i lavoratori sono stati sottoposti alla riduzione dell'orario di lavoro e non al mese in cui la Cig-Covid è stata autorizzata dall'Inps: il decreto Cura Italia ha infatti riconosciuto alle imprese la facoltà di richiedere l'autorizzazione all'uso della Cig-Covid anche in un momento successivo all'effettivo utilizzo degli strumenti di integrazione salariale. Ciò comporta, precisa l'Inps, che i dati non possano essere ancora considerati come definitivi.