Il campionato di serie A come le sigarette. La decisione del governo far ripartire il campionato a ogni costo è molto simile a quella che ha stabilito l’esenzione dei tabaccai alla chiusura del lockdown. Lo Stato non può farne a meno. Si tratta di due industrie vitali per le sue casse. Dal 2009 le entrate prodotte dal calcio corrispondono a una cifra superiore a 11 miliardi di euro di contributi fiscali e previdenziali secondo il Report della Figc: ecco perché il governo sta facendo di tutto affinché la macchina del campionato di  Serie A si rimetta in moto, mettendo tale esigenza davanti a quella della scuola per esempio, ferma fino a settembre nonostante molta attività produttive riprendano, adesso è ufficiale, il 4 maggio. E non è tanto diverso dal motivo per cui le tabaccherie siano rimaste aperte nel periodo di quarantena: con la vendite delle sigarette infatti garantiscono un incasso annuale tra accise e Iva attorno ai 14 miliardi di euro (dati Eurispes).

Fase 2: il campionato di Serie A forse riparte, le scuole no 

E così, come dichiarato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, riprenderanno le attività sportive collettive, probabilmente dal 18 maggio.

Il calcio potrebbe ripartire entro giugno e concludersi tra luglio e agosto: se così fosse, l'interruzione del campionato di Serie A sarebbe da contestualizzare solo e soltanto per il mese di aprile.

Una decisione che ha fatto storcere il naso a molte famiglie. Presto si riprenderà a lavorare, gradualmente, ma senza poter fare affidamento sulla scuola per i figli, uno dei tanti punti di domanda per i molti lavoratori alle prese con la ripresa delle attività ma anche con il disagio delle lezioni sospese fino a settembre, che rendono impossibile un'agevole collocazione dei bambini pù piccoli. i conti, tuttavia, devono tornare. Il governo si sta impegnando nel mettere a disposizione più liquidità possibile alle imprese e agli italiani che hanno perso il lavoro. E per farlo, oltre ai prestiti, ai fondi del Mes e ai Ricovery Fund recentemente approvati dall’Europa, occorre fare cassa.

Calcio, campionato di Serie A e coronavirus: effetto domino

In questo contesto di emergenza da coronavirus, gli appassionati di calcio e del campionato di Serie A non vogliono rinnovare l’abbonamento con le tv (che comunque si guardano bene di sospendere il contratto sottoscritto all’abbonamento sport, oramai fermo da marzo). Le tv vogliono interrompere i contratti con le squadre (i diritti valgono circa 440 milioni di euro). Le squadre non vogliono pagare i propri giocatori. Che, per ripicca, infangano a loro volta il calcio e i club. Non tutti, certo, ma è accaduto qualche settimana fa con Romelu Lukaku, il quale, nei propri canali social, ha denunciato una situazione di estrema emergenza all’Inter: 23 giocatori su 25 con tosse e febbre alla vigilia di una partita. In pratica, tutti malati ed era il mese di gennaio.In questo effetto domino, la domanda è: quanto vale il calcio in Italia? 

Un euro investito sul campionato di Serie A? Lo Stato ne guadagna 15

La risposta si trova nel Report Calcio della Figc, che viene pubblicato ogni anno, solitamente d'estate.

ll calcio è una delle dieci principali industrie italiane. Il suo fatturato complessivo è di 4,7 miliardi di euro. Per complessivo si intende l’intero sistema calcio, formato dal professionismo (e quindi campionato di Serie A, B e C, Figc, Leghe, dilettanti e giovanili. L’Italia occupa un ruolo importante nel Pil del calcio mondiale, pari al 12% del totale.

I tifosi? ventotto milioni paganti, tra abbonati tv, stadio, pay per view e vendita dei biglietti. I praticanti sono 4,6 milioni, 1,4 milioni di tesserati e 568.000 partite disputate ogni anno. Trecentomila i posti di lavoro prodotti da questo business, il cui ammontare della contribuzione fiscale e previdenziale, come detto, è pari a 11,4 miliardi di euro negli ultimi 11 anni. Solo nel 2016 la cifra ha sfiorato gli 1,2 miliardi di euro, per un aumento del 37% negli ultimi dieci anni e del 3,2% su base annuale.

Per ogni euro investito dal governo italiano nel campionato di Serie A, o meglio più in generale nel calcio, lo Stato ha ottenuto un ritorno, in termini fiscali e previdenziali, pari a 15,2 euro. 

Campionato di Serie A e Pil: ognuno dice la sua

Diverso il discorso dell’incidenza del sistema calcio nel Pil italiano. Il report della Figc parla di un’incidenza del valore della produzione sul Pil nazionale che passa dallo 0,17% del 2013 allo 0,19% del 2017. Un dato dunque tendente allo 0,2% ma che va ampliato, considerando sponsor, contratti televisivi (soprattutto per il campionato di Serie A) e scommesse. E forse è anche per questo che un dato certo, non esiste. Nel senso che ognuno dice la sua. Il ministro Spadafora ha dichiarato che il calcio vale l’1% del nostro Pil. Secondo il quotidiano Il Foglio ha addirittura un’incidenza dell’11,8% mentre Sport Economy segnala un più “sobrio” 7%. Ancora più abbottonato Giovanni Malagò, presidente del Coni, che individua nel 2% l’incidenza del calcio del Pil del nostro paese, a fronte di un 1,4% di Prodotto Interno Lordo da parte dello sport italiano. 

Scommesse, in 12 anni il giro d'affari è cresciuto da 2,1 a 9,1 miliardi

Di sicuro, il peso economico del Sistema Calcio a livello professionistico è in forte crescita. Per la prima volta il valore della produzione dei campionati di Serie A, B e Lega Pro ha superato i 3,5 miliardi di euro nel 2017-2018, una crescita del 6% rispetto all’anno precedente.

Il fatto che definire il calcio uno sport sia riduttivo lo dimostra anche il volume generato dal calcio, che è pari al 35% rispetto al totale generato dallo spettacolo, contro il 10% del cinema e il 7% del teatro.

Infine, le scommesse: aumentata di oltre 4 volte tra il 2006 e il 2018. Il giro d’affari è passato da 2,1 a 9,1 miliardi di euro, mentre nel medesimo periodo il relativo gettito erariale è passato da 171,7 a 211,0 milioni di euro. In tennis non supera i 50,6 milioni. Il basket a 18,6 milioni.