La cassa integrazione è un palliativo per poco tempo. L'emergenza coronavirus farà perdere qualcosa come mezzo milione di posti di lavoro. E sicuramente non contano molto le promesse del premier Giuseppe Conte, o le rassicurazioni del Governo che ci garantivano, mentre presentavano il Decreto Cura Italia, che nessuno avrebbe perso il proprio lavoro. No, oggi come oggi, le cose sembrano un po' diverse. Un paese diviso tra diecimila bonus che non arrivano, una cassa integrazione che sembra un miraggio, tasse che a giugno strozzeranno professionisti ed imprese.

Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia, ha ripetuto in Parlamento la solita filastrocca, con una promessa aggiuntiva: il sostegno ai lavoratori sarà garantito. E nel sostegno rientrano la cassa integrazione, il bonus per i professionisti e quant'altro. C'è solo da chiedersi fino a quando l'Italia potrà basarsi sui sussidi, e fino a quando i soldi dureranno per garantire qualche briciola di pane a tutti.

Cassa integrazione e lavoro: i numeri di una dsfatta tutta Italiana

L'esecutivo stima, nel Def, che quest'anno gli occupati caleranno del 2,1%. Questo significa che almeno mezzo milione di persone perderanno il proprio lavoro: nel 2019 gli occupati erano, infatti, 23.360.000. Il calo dovrebbe essere del 2,2%, ossia di 560.000 lavoratori, se ci si vuole riferire all'aggregato di contabilità nazionale (25,5 milioni quelli del 2019) e che include anche i lavoratori in nero. Questo in sintesi dovrebbe essere l'impatto dell'emergenza coronavirus sul mercato del lavoro. Mitigato, sulla carta, dalla cassa integrazione e dagli altri ammortizatori sociali. Statisticamente parlando, comunque, dobbiamo segnalare che l'Istat considera ancora occupati i lavoratori che nei primi tre mesi dell'anno stavano godendo della cassa integrazione.

Molto probabilmente la moria dei posti di lavoro si dovrebbe vedere nella seconda parte dell'anno, sempre che non resti in vigore il blocco dei licenziamenti varato dal Decreto Cura Italia.

Cassa integrazione e lavoro: crollano le ore lavorate

Se si dovessero escludere la cassa integrazione e gli altri ammortizzatori sociali, il Def riferisce che l'occupazione espressa un unità di lavoro equivalente, ossia a tempo pieno ed il monte ore lavorato, registrerebbero un crollo rispettivamente del 6,5% e del 6,3% rispetto al 2019. Questo, in sintesi, significa che non solo ci saranno meno occupati, ma che lavoreranno meno ore. Magari passando dal tempo pieno al part time, o verranno trasformati dei lavori stabili in lavori insicuri.

Quindi, anche se sono state adottate delle misure rilevanti per tutelare l’occupazione dipendente, la crisi colpirà inevitabilmente alcune tipologie di lavoro, in particolare quelle stagionali e quelle con contratti a termine. Un miglioramento, molto probabilmente, dovrebbe arrivare nel 2021. Secondo le stime del Def, il tasso di disoccupazione dovrebbe peggiorare nel 2020 all'11,6% (era del 10% nel 2019), ma dovrebbe recuperare parzialmente nel 2021 passando all'11%. I numeri, senza dubbio, sono pesanti. Per avere un'idea di massima basta pensare che dopo la crisi del 2007, nell'arco di 5 anni - quindi fino al 2013 -, avevamo perso un milione di occupati. Per recuperarli ci sono voluti ben 4 anni. Con la crisi causata in questi due mesi dal coronavirus, in un solo anno siamo riusciti a tornare indietro di mezzo milione. Non contando poi, che non eravamo ancora riusciti a raggiungere i livelli di ore annue lavorate pre crisi.

Anche andando a vedere le richieste di cassa integrazione, anche qui ci troviamo davanti a numeri senza precedenti. Ad oggi siamo davanti a qualcosa come 7,3 milioni di richieste, alle quali dovranno essere aggiunte quelle delle richieste della cassa in deroga. in questo caso i dati arrivano con un certo ritardo dalle Regioni all'Inps. In altre parole, oggi come oggi, la cassa integrazione è già stata richiesta per un lavoratore su due. stando alle indicazioni del Cura Italia, dovrebbe durare un massimo di nove settimane, ma altre nove dovrebbero essere concesse con il Decreto Aprile, che a breve il Governo dovrebbe approvare.

Ricordiamo che la cassa integrazione mantiene, almeno momentaneamente, il posto di lavoro. La speranza è quella di rientrare in azienda il prima possibile. Nel frattempo, però, si registra un calo del reddito: la Cig copre al massimo l'80% della retribuzione, ma questa regola non vale per tutti i tetti.

Cassa integrazione, lavoro e contratti: tutti i numeri

Stando a quanto riporta l'Istat, alla fine di marzo 2020 i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica (22 contratti) riguardano il 19,6% dei dipendenti – circa 2,4 milioni – e un monte retributivo pari al 20,1% del totale. Nel corso del primo trimestre 2020 sono stati recepiti tre accordi – società e consorzi autostradali, servizi a terra negli aeroporti e imprese creditizie – e ne sono scaduti dieci: impiegati agricoli, calzature, carta e cartotecnica, vetro, ceramica, metalmeccanica, commercio, mobilità, assicurazioni e servizi socio assistenziali.

I contratti che a fine marzo 2020 sono in attesa di rinnovo ammmontano a 51 e interessano circa 9,9 milioni di dipendenti – l’80,4% del totale – con un monte retributivo pari al 79,9%; entrambe le quote sono decisamente più elevate di quelle osservate a dicembre (44,6% e 46,6% rispettivamente) e a marzo 2019 (52,4% e52,8%). Nonostante il tempo medio di attesa di rinnovo, per i lavoratori con contratto scaduto, si sia ridotto, passando dai 12,7 mesi di marzo 2019 agli 11,2 mesi di marzo 2020, l’attesa media calcolata sul totale dei dipendenti è più che raddoppiata: 13,9 contro 6,6 mesi.

La retribuzione oraria media, rispetto al primo trimestre del 2019, è cresciuta dello 0,6% L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato dello 0,1% rispetto a febbraio 2020 e dello 0,7% nei confronti di marzo 2019. In particolare, l’aumento tendenziale è stato dello 0,8% per i dipendenti dell’industria e dello 0,7% sia per quelli dei servizi privati sia per quelli della pubblica amministrazione.

I settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono quelli del credito e delle assicurazioni (+2,4%), dell’energia e petroli e dell’estrazione minerali (entrambi +1,7%). L’incremento è invece nullo per i settori del legno, carta e stampa, del commercio, delle farmacie private, delle telecomunicazioni e degli altri servizi privati.