Tasso di cambio odierno a 6.3306 contro il dollaro. In altre parole -1,62%. Pechino non si dà per vinta e prosegue inarrestabile nel deprezzamento della propria divisa già svilita ieri con un -2%, una mossa a sorpresa anche vista l'entità: il deprezzamento più forte in una giornata, cosa che non accadeva da oltre 20 anni.

La felicità del FMI

Con la benedizione da parte del Fondo Monetario Internazionale che vede il lato positivo della situazione e cioè una politica monetaria cinese che tende ad allinearsi al resto della volontà mondiale e a un rafforzamento del mercato grazie anche a una maggiore “flessibilità del cambio”. Nulla a che vedere, fanno sapere da Washington, con l'intenzione di far entrare il remninbi nel paniere internazionale del diritti speciali di prelievo (SDR) per quanto, continua la nota, la decisione in questione faciliterà le eventuali operazioni SDR qualora la divisa orientale dovesse rientrare nel gruppo, una scelta che, per il momento non è incombente vista la volontà dello stesso FMI di rimandare tutto ad ottobre 2016.

Innegabile che, per quanto la scelta di Pechino possa creare indubbiamente dei malumori soprattutto sul fronte statunitense dove ci si prepara a rialzare i tassi dopo un'attesa che arriva a quasi 7 anni, questa volontà delle autorità finanziarie cinesi pone Pechino su un piedistallo più alto, quello delle potenze di cui tener conto nel momento in cui la Yellen e il board della Fed dovessero decidere.

La debolezza c'è. E si vede

Guardando il tutto da un'altra prospettiva, invece, la seconda svalutazione è un'altra conferma ufficiale di un'economia che arranca oltre il 7% delle stime ufficiali, stime prese sempre più con le dovute diffidenze del caso. Una serie di fattori collegati tra loro, invece, sta creando una rete particolarmente insidiosa, rete che trova il suo punto centrale proprio sulla Cina. Il rallentamento cinese ha senza dubbio impattato non solo sulle altre nazioni, prova ne sia il calo odierno della rupia indonesiana e e del ringgit malese, mentre il dollaro australiano e quello neozelandese continuano a calare toccando ormai i minimi da circa sei anni, ma anche sul settore delle materie prime a loro volta zavorrate anche da un appesantimento del dollaro, aumentato proprio a causa delle svalutazioni competitive volute da Pechino. Insomma: la guerra valutaria sta investendo tutti gli altri settori, com'era facile prevedere.