Dietro l’irraggiungibile Svizzera, che conserva per l’8vo anno consecutivo la prima posizione. Dietro gli Stati Uniti. Dietro la Germania, che si vede sfilare il quarto posto e la leadership europea dai Paesi Bassi. Dietro il Regno Unito, nonostante la Brexit. Dietro tutti i paesi dell’area scandinava: Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca. Dietro i cugini francesi (20simi) e spagnoli. Ma anche sotto Cina, India, Polonia, e Azerbaijian...

E, soprattutto, con un quadro che, a dispetto di anni di governi tecnici, larghe intese e propositi riformisti, è in peggioramento: l’Italia arretra al 44esimo posto nella annuale classifica mondiale 2016-2017 sulla competitività curata dal World Economic Forum. Peggio di noi tra i paesi del continente fanno solo Portogallo (46esimo) e una Grecia del tutto estranea a parametri europei che finisce all’86simo posto.

Le 138 nazioni sotto osservazione sono state classificate sulla base di "12 pilastri della competitività," che includono tra gli altri l’ambiente macroeconomico, l’area infrastrutture, sanità e istruzione, e l’efficienza del mercato del lavoro.

I numeri del declino

I risultati peggiori per l’Italia arrivano dalle aree Istituzioni (3,5 in un ranking da 1 a 7), dall’efficienza del mercato del lavoro (3,6) e, soprattutto, dal settore finanziario (3,1).

Punto dolente di quest’anno è proprio il nodo banche. Una delle sottoclassifiche peggiori per l’Italia è infatti quella che riguarda la solidità degli istituti di credito e la loro capacità di "venire incontro alle esigenze delle attività imprenditoriali": crediti in sofferenza, istituti sottocapitalizzati, ma anche l’incapacità di affrontare fino in fondo i problemi del sistema di governance (il rapporto cita il nodo fondazioni bancarie) relegano il paese al 122esimo posto.