Quando si parla di come fare soldi si lascia spesso da parte un’opportunità decisamente comoda e poco impegnativa. Si tratta di vendere i propri dati personali. Chi è saltato sulla sedia si rilassi pure non si tratta di niente di illegale o di pericoloso, ma solo di riprenderci qualcosa che ci spetta di diritto. 

In realtà da questo commercio c’è già chi ci guadagna e parecchio. Si tratta delle grosse aziendesoprattutto i gestori dei social che li vendono e di quelle che li acquistano e li fanno fruttare. Quelli che non partecipano alla divisione degli utili sono proprio i privati cittadini: i legittimi proprietari di questi preziosi dati. 

Se n’è accorta anche l’Unione Europea qualche anno fa e ha deciso di metterci una pezza, ma trattandosi solo di un rattoppo ha lasciato tutto lo spazio necessario a far sì che le cose continuassero esattamente come prima.

Come è possibile e legale fare soldi coi dati personali

I nostri dati personali sono stati monetizzati dal momento in cui hanno iniziato a esistere i social media, i motori di ricerca o le numerose app a cui raccontiamo, a volte senza neppure accorgercene, molte delle nostre abitudini di vita. Siamo noi, nel momento in cui barriamo le caselle relative alla privacy che autorizziamo la cessione dei nostri dati anche ad aziende terze.

Il crescente volume dello scambio di dati e il conseguente sviluppo esponenziale del mercato che ci gira attorno ha allarmato anche i parlamentari del vecchio continente che hanno promulgato una legge omogenea per tutta l’Europa. Dal 25 maggio del 2018 è entrato in vigore anche in Italia il cosiddetto GDPR tradotto in italiano come Regolamento Generale sulla protezione dei dati. 

Il testo è nato dalla necessità sollevata in Europa di porre fine allo strapotere delle grosse aziende operanti su internet che con questa attività accumulavano guadagni piuttosto rilevanti. Il principale obiettivo, però era quello di proteggere i privati cittadini che senza accorgersene cedevano un patrimonio inestimabile in dati. Questa norma ha previsto la possibilità non solo di negare il permesso a commercializzare i nostri dati, ma anche quella di chiedere che ci vengano riconsegnati per poi farne quello che riteniamo opportuno. Una norma all’apparenza rivoluzionaria che avrebbe dovuto far rivoltare i colossi di internet, ma che in realtà li ha lasciti tiepidi, perché? Perché in realtà è cambiato poco. Pochi sono gli utenti a conoscenza di questa opportunità. Ancora meno quelli che autonomamente si attivano per richiederli.

Come sapere con quali dati fare soldi

Basta navigare un po’ tra le diverse app che ci sono sul mercato e vedere che cosa sono interessate a comprare. Nessuno ci chiederà comunque di entrare in possesso di codici, password o di dati che ci identifichino. È capitato a tutti, dopo aver compilato un form sulla privacy distrattamente barrando tutte le caselle, di ricevere telefonate o email pubblicitarie. Il nostro numero di telefono o di email sono solo la minima parte dei dati che interessano il mercato. Noi però qui facciamo riferimento ad altri dati: quelli che lasciamo in giro come briciole di pane ogni volta che visitiamo un sito, facciamo la spesa usando la tessera punti, paghiamo con la carta di credito. 

I dati maggiormente appetibili sono quelli che lasciamo per strada quando frequentiamo i social. Dati, che poi sono di solito anonimizzati, cioè slegati dal nostro nome, aggregati tra di loro fino a produrre statistiche. A una grossa azienda non interessa che per esempio Gino Rossi ami andare in bicicletta, ma può essere interessante sapere che un uomo di 50 anni residente in una zona rurale acquisti bicicletta e accessori per la sua manutenzione. In questo modo potranno per esempio essere predisposte strategie pubblicitarie mirate e vincenti. 

Che cosa dice la legge

L’unione europea dà questa definizione dei dati 

"i dati personali sono qualunque informazione relativa a un individuo, collegata alla sua vita sia privata, sia professionale o pubblica. Può riguardare qualunque dato personale: nomi, foto, indirizzi email, dettagli bancari, interventi su siti web di social network, informazioni mediche o indirizzi IP di computer.”

È evidente che il ventaglio si amplia parecchi rispetto ai cosiddetti dati sensibili. Questi ultimi siamo più o meno tutti abituati a proteggerli. Abituiamoci a proteggere anche tutti gli altri. Di seguito vedremo quali sono alcune delle app disponibili sul mercato e come usarle per fare soldi.

Ecco come fare soldi con Weople

In Italia la prima App a vedere la luce è stata Weople disponibile sia per Android che per Apple. Questa app alla sua apertura ci chiede informazioni e prove che certifichino che noi siamo effettivamente chi dichiariamo e questo dovrebbe garantire la correttezza dell’operazione. La strategia proposta dall’applicazione è quella di rivolgersi ai colossi che sono entrati in contatto con i nostri dati personali e chiedere loro di restituirceli. Weople si occuperà di tutta la procedura esentandoci da questa incombenza a volte piuttosto macchinosa. Una volta in possesso dei nostri dati si occuperà anche di renderli anonimi, cioè di togliere tutto quello che li collega al nostro nome. In seguito saranno messi sul mercato e ceduti a chi li richiede. A noi viene promessa una cifra pari al 90% di quella incassata dalla vendita al netto dei costi di gestione.

L’alternativa offerta da ErnieApp

Questa app affronta la questione da un altro punto di vista. I servizi offerti sono due il primo ci aiuta in modo semplice e intuitivo a gestire le opzioni di privacy di tutti i nostri canali social. Al momento può gestire Google, YouTube, Instagram, Facebook e Twitter. Il sito promette che altri canali sono in fase di elaborazione e presto saranno introdotti nella lista.

ErnieApp inoltre si fa promotore della diffusione del diritto di monetizzare. Questo sarebbe il diritto di tutti gli utenti a partecipare agli utili che derivano dall’utilizzo dei nostri dati. Il concetto però non è quello di vendere, quanto quello di essere pagati per dare il nostro consenso all’uso. In sostanza l’idea è: va bene io ti barro anche le caselle della privacy non indispensabili per usufruire del servizio che mi offrì, e tu cosa mi dai in cambio?

E se voglio scegliere a chi vendere

In questo caso ci sono altre App che funzionano grosso modo sugli stessi principi. Citizen.Me consente di scegliere a chi vendere. Si occupa di recuperare i nostri dati sui principali social, li aggrega in modo omogeneo e ci fornisce anche qualche informazione aggiuntiva quali per esempio le statistiche di utilizzo. La società garantisce che dopo la consegna a noi saranno eliminati da loro database.

People.it fa da tramite tra gli utenti e le società che i occupano di pubblicità L’utente può decidere quale pacchetto di dati mettere sul mercato, ottiene delle offerte e decide a chi cederle.

Quanti soldi si possono fare con i dati personali

Dipende. Se parliamo di grosse aziende le cifre hanno sicuramente parecchi zeri. Ci sono differenze su quanto rendono i dati grezzi e quelli invece che sono stati aggregati. Comunque si parla di un giro di affari di tutto rispetto. Teniamo conto che il valore dei dati aumenta tanto più sono tipizzati e aggregati tra di loro i e da questo punto di vista le combinazioni sono pressoché infinite. 

Se parliamo di privati, si tratta di cifre molto più ridotte, che possono costituire un piccolo introito aggiuntivo ma nulla più. Ricordiamoci, però che i nostri dati continuano ad accumularsi e a modificarsi nel tempo e che possono essere venduti più volte. Possiamo considerarli come un piccolo capitale che ci rende un interesse limitato, ma costante nel tempo. 

Le App di solito pagano con moneta digitale che versano direttamente nel nostro conto. Dopo il lavoro noioso iniziale di installarle sul nostro smartphone a noi rimane solo passare all’incasso.