Uno dei miei economisti preferiti nella storia del pensiero economico è il grande austriaco Carl Menger (1840-1921). Mentre la corrente principale della professione economica riconosce a Menger il suo contributo alla rivoluzione marginalista del 1870, lo ignora perché il suo quadro teorico non si presta a prescrizioni di linee di politica. In un'epoca in cui la professione economica viene in gran parte considerata come una branca ombra dello stato, i pensatori come Menger (e coloro che lavorano nella sua tradizione) non vengono esaltati o studiati nello stesso modo riservato a pensatori come Irving Fisher, John Maynard Keynes, Milton Friedman o Paul Krugman.

Questo è vero se non altro perché lo stato tende a non finanziare universitari o scuole di pensiero economico che non promuovono il suo ruolo centrale nell'economia o che non forniscono giustificazioni economiche alle sue interferenze con le forze di mercato. In assenza di tale contesto, il monetarismo della scuola di Chicago o il keynesismo della Ivy League avrebbero avuto molto meno rilievo nella scienza economica.

Il quadro teorico di Menger si differenzia dalle moderne interpretazioni economiche, perché ha rappresentato il culmine dello sviluppo del pensiero economico in era pre-Progressista, già sbocciato nel corso dei secoli soprattutto in Europa continentale con i pensatori scolastici del Medioevo e con i liberali francesi come Turgot, Cantillon e Say. Queste persone potrebbero anche aver studiato economia seguendo le Scienze Morali del XIX secolo, ma il loro slancio in tal campo era principalmente dovuto al desiderio umano di capire meglio il mondo e le leggi naturali che lo governano. Il loro interesse era per l'economia in quanto economia, e non semplicemente come strumento politico per far apparire lo stato più scientifico, efficiente, o benigno. (In realtà è l'esatto opposto.)