Il governo di Pechino era stato chiaro già da diverso tempo: bisogna stimolare i consumi interni. Per questo motivo sono state rese possibili agevolazioni finanziarie di tutti i tipi dai tagli ai tassi fino alla riduzione dei requisiti di liquidità per le banche in modo da rendere disponibile una maggiore quantità di denaro. Quando invece la soluzione più semplice era anche la più ovvia: far aumentare la popolazione.

Le nuove disposizioni

L'equazione più persone uguale più consumi è arrivata alla fine del Plenum del Comitato Centrale del Parito Comunista cinese che si è riunito per decidere le direttive del 13esimo piano quinquennale e stabilire le basi di quella che sarà la Cina del 2020. Un'occasione anche per dare il via a una serie di promozioni e bocciature in seno alla politica dell'ultimo bastione di un assolutismo comunista rimasto tale solo nel nome.

Sulla base della necessità di aumentare la domanda interna il governo cinese ha dato ufficialmente l'addio alla politica del figlio unico ovvero all'obbligo finora per le coppie cinesi di non poter avere più di un bambino, obbligo che affonda le sue radici nella politica del contenimento delle nascite pianificata ormai 36 anni or sono nel 1979.

Le conseguenze

Tralasciando le polemiche sulle eccezioni per le minoranze, sui femminicidi che ne sono derivati, sugli aborti imposte alle donne anche in avanzato stato di gravidanza e sul fatto che la Cina attualmente è la nazione con la popolazione più numerosa e ce quindi potrebbe essere anche la miccia per un futuro collasso demografico (nuove proiezioni parlano di un picco che verrà raggiunto in anticipo di 10 anni e quindi non più nel 2030 come inizialmente pronosticato ma nel 2020), la scelta in questione evidenzia anche un altro fattore e cioè che la popolazione del Celeste Impero sta invecchiando in maniera estremamente veloce, tanto da non poter garantire adeguatamente un ricambio della forza lavorativa e anche un sostegno non solo più ai consumi interni ma alla stessa produttività nazionale dal momento che, come il Giappone insegna, una popolazione anziana è tendenzialmente più conservatrice nei consumi.