I media ci hanno presentato quello di ieri come l’appuntamento più importante dell’anno per i mercati, quello che avrebbe decretato la svolta della FED verso il ritorno all’espansione monetaria.

Come abbiamo osservato nei giorni scorsi sia Trump che i mercati avevano tirato abbondantemente per la giacchetta Powell e soci del FOMC, pretendendo implicitamente (i mercati) ed esplicitamente (Trump) una forte svolta lassista, che tagliasse i tassi di mezzo punto o, se in misura inferiore, indicasse un percorso chiaro che portasse a numerosi altri tagli nel prossimo futuro. Oltre a questo, che riprendesse  il reinvestimento dei titoli in scadenza in modo da fermare il Tightening del bilancio FED.

I mercati azionari USA hanno atteso l’appuntamento FED fiduciosi ed in modesto rialzo, arrivando quasi a lambire i massimi storici, mentre quelli europei, che il giorno prima erano stati colti da panico ribassista, sono rimasti molto più guardinghi ed hanno limitato il rialzo ad una frazione di punto percentuale, recuperando solo un quarto o anche meno della perdita del giorno precedente.

Arrivate le ore 20, ecco il responso del comunicato ufficiale. Il taglio dei tassi è avvenuto, ma solo per un quarto di punto. Il taglio non è stato presentato come l’inizio di una svolta nel percorso di normalizzazione, ma come un aggiustamento di metà ciclo, come altre volte in passato capitò di fare alla FED. Il motivo del taglio non è la conclamata debolezza dell’economia USA, che invece prosegue una crescita definita ancora robusta, ma la necessità di dare fiducia al mercato e sostenere la prosecuzione della crescita, nonché contrastare qualche rischio di rallentamento che si vede soprattutto nell’inflazione, che si è leggermente allontanata dall’obiettivo del 2% che la FED persegue.