Aprire il conto cointestato con il proprio socio in affari, o con la propria moglie, o un parente può nascondere delle insidie collegate alla possibilità che in caso di reati, anche fiscali, il saldo del conto possa essere sequestrato e dunque divenire indisponibile anche per la parte non coinvolta nel reato.

L'art. 255 Codice di procedura penale dispone che 

L'autorità giudiziaria può procedere al sequestro presso banche di documenti, titoli, valori, somme depositate in conto corrente e di ogni altra cosa, anche se contenuti in cassette di sicurezza, quando abbia fondato motivo di ritenere che siano pertinenti al reato, quantunque non appartengano all'imputato o non siano iscritti al suo nome.

Ormai da alcuni anni con le modifiche legislative, il segreto bancario non esiste più. Una volta i correntisti, avvalendosi di questo segreto, riuscivano a tenere nascoste cifre e operazioni da occhi indiscreti. Con il nuovo codice di procedura penale, attraverso l'Autorià giudiziaria, chiunque ritenga ci sia un reato da contestare che richieda il blocco dei beni, può accedere a tutte le informazioni ed eventualmente procedere con un’azione di sequestro del conto corrente, anche se cointestato.

In relazione al sequestro presso istituti bancari, la norma in esame prevede la possibilità che il sequestro venga eseguito anche dagli organi di polizia giudiziaria, in linea con la possibilità degli stessi di esaminare atti, documenti e corrispondenza presso banche ex art. 248.

Ad ogni modo, presso le banche possono venir sequestrati documenti, titoli, valori, somme ed ogni altra cosa, ancorché depositata o contenuta in cassette di sicurezza, qualora si abbia fondato motivo di ritenere la loro pertinenza al reato, a prescindere dal fatto che appartengano all’imputato o siano iscritti a suo nome. Si ribadisce l’insussistenza del segreto bancario di fronte al potere di sequestro da parte dell’autorità giudiziaria.

Tuttavia nel tempo anche la giurisprudenza si è diversamente espressa. La sentenza della Corte di Cassazione penale n. 3272/1998, riteneva che qualora si colleghi un provvedimento di sequestro all'ipotesi di reati fiscali, le provviste di danaro esistenti sui conti correnti non costituiscono corpo di reato o cosa comunque ad esso pertinente, giacché non possono essere considerati il quantum di imposta non versata all'erario.

Ventuno anni dopo, la Corte di cassazione sezione penale n. 29079 del 3 luglio 2019, invece disponeva legittimo il sequestro conservativo dell'intera somma presente su un conto corrente cointestato in caso di reato di uno dei cointestatari.

La vicenda ha ad oggetto il rapporto tra soggetti intestatari di un unico conto corrente nel caso in cui uno di questi sia responsabile del reato di evasione fiscale. Nella fattispecie, il conto corrente risultava cointestato tra il figlio, indagato per presunta evasione fiscale e il padre, estraneo alla fattispecie di reato. A seguito delle indagini il conto veniva posto sotto sequestro per intero. Il padre proponeva appello ed otteneva il dissequestro sostenendo e dimostrando che il denaro presente sul conto fosse riconducibile solo a se stesso. A seguito di contestazione da parte della pubblica accusa, la Suprema Corte rigettava il disseguestro e affermava che, in caso di conto cointestato, i soggetti sono considerati creditori o debitori in solido. Gli intestatari, infatti, possono disporre dell'intera somma e la misura del sequestro è utile anche per evitare la protrazione del fatto criminoso o il peggioramento delle conseguenze ad esso legate. Il presupposto era la presenza di una delega al figlio ad operare senza limitazioni, che dava la possibilità di disporre dell’intera provvista depositata sul conto corrente. Questa pronuncia si fondava sul presupposto che per il soggetto estraneo al reato, era possible dimostrare successivamente la titolarità di tutta la somma presente sul conto o per una quota maggiore rispetto a quella che deriva dalla cointestazione.

Si ricorda che ai sensi dell'articolo 1854 cc, nel caso di conto corrente intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere operazioni anche separatamente (cosidetta firma disgiunta), gli intestatari sono considerati creditori o debitori in solido dei saldi del conto, cosicché gli stessi possono, legittimamente, disporre, nei confronti della banca o del diverso ente creditizio presso cui sia istituito il conto, di tutte le somme esistenti a saldo su tale conto.

Conto corrente cointestato

Il conto corrente è un prodotto finanziario ormai presente in ogni famiglia, la cui importanza viene confermata dai quasi 17 miliardi che gli italiani hanno parcheggiato a marzo, in pieno lockdown, sui conti correnti. 

Il conto corrente solitamente si apre con un solo intestatario ma per esigenze di varia natura è possibile cointestarlo, per dar modo a più persone di accedere alle somme versate e operare come titolari.

Il conto cointstato ha due forme.

La prima, a firma congiunta, permette a coloro che lo detengono non solo di operare sul conto stesso ma anche di mettere in atto un sistema di controllo tramite la controfirma. In questo modo le varie movimentazioni sono autorizzate se e solo se tutti i soggetti intestatari hanno apposto la loro firma per consentirle. Questa formula potrebbe essere la giusta soluzione nel caso in cui titolarità del conto appartenga ai soci di un’impresa, vista la possibilità di controllare – ognuno per la propria parte – ogni singola operazione avviata sul conto.

La seconda forma è con la firma disgiunta, in cui accade esattamente il contrario. In questo caso ogni singola persona potrà agire in totale libertà, rispetto all'altro intestatario, potendo operare mediante prelievi, bonifici o pagamenti, che influiscono sul saldo del conto. Tuttavia è sempre possibile, in un secondo momento, passare a un conto corrente cointestato a firma congiunta (e viceversa), una trasformazione che può essere conclusa con il consenso degli intestatari. La soluzione a firma disgiunta impone minori limitazioni e risulta più adatta a una coppia di coniugi che richiede più semplicità nella gestione delle finanze familiari e risparmio sulle spese bancarie previste.

La separazione dei coniugi porta allo scioglimento del c/c oppure al conferimento della proprietà unica ad uno dei due individui. Nella maggior parte dei casi il saldo presente viene diviso in parti uguali: tuttavia la cifra può essere più alta per uno dei coniugi, ma solo se quest’ultimo è in grado di dimostrare di aver contribuito in maniera preponderante alla creazione del saldo stesso.

Sequestro conto corrente cointestato

Cosa succede se un conto cointestato è sequestrato? In tal caso è utile fare riferimento alla sentenza numero 6123 (anno 2016) della Corte di Appello di Roma, secondo cui i cointestatari assumono la posizione di debitori solidali solo qualora i debiti siano nei confronti della banca in cui è aperto il conto. Dunque gli altri creditori possono solo aggredire la quota di conto spettante al debitore e non pignorare l’intera somma (se corrispondente al debito). Non sempre è possibile sequestrare completamente un conto corrente cointestato ad una persona indagata e ad un’altra estranea al reato: se quest’ultima non ha nulla a che fare con il delitto commesso da chi condivide con lei il rapporto bancario, ha diritto ad avere la sua parte di disponibilità sul conto. La sentenza del 3 luglio 2019 della Corte di Cassazione ribadisce tale principio soffermandosi tuttavia sul principio di verifica e non di presunzione. 

… Il sequestro totalitario finalizzato alla confisca "diretta" del denaro giacente sul conto corrente cointestato può essere disposto non sulla base di meccanismi presuntivi, ma a seguito di una verifica, anche solo a livello indiziario, che il conto sia alimentato solo da somme dell'indagato ...

E' quindi necessario, precisa la Cassazione, accertare se la somma versata sul conto cointestato provenga dal soggetto indagato ovvero se, il denaro presente sul conto abbia una provenienza da colui che è imputato del reato e tale accertamento è necessario per impedire che si proceda con un sequestro generalizzato di somme che possono anche appartenere a soggetti estranei al reato stesso. 

Iter di sequestro del conto cointestato

La procedura ordinaria di sequestro del conto corrente comincia con la notifica al debitore titolare del conto corrente e alla sua banca, della citazione a comparire davanti al Giudice. La banca, una volta ricevuta la notifica, è obbligata, secondo la legge, a vincolare una parte del conto corrente per la cifra del sequestro, aumentata della metà. Entro dieci giorni la stessa banca deve comunicare al Giudice, con raccomandata o posta elettronica certificata, la somma già depositata e quelle successive, dovute al correntista.

Una parte dei soldi depositati sul conto corrente è comunque disponibile. La legge prevede che solo la parte che ecceda la cifra impignorabile può essere bloccata. In pratica la banca non può vincolare una somma pari all’assegno sociale mensile, moltiplicato per tre. Per il 2020 l’assegno è di 459,83€, quindi la cifra impignorabile è di 1379,49€. 

A questo punto si possono aprire diversi scenari:

  • il saldo sul conto, al netto della somma non pignorabile, è superiore alla somma oggetto di sequestro. Il debitore può prelevare le somme in eccesso, quindi quelle non pignorate e può, anche in questo caso, ricevere bonifici.
  • il saldo sul conto, al netto della somma non pignorabile, è inferiore alla somma oggetto di sequestro. Il conto viene bloccato, rimane la possibilità di ricevere eventuali bonifici ma sono soldi bloccati anche quelli, fino all’udienza di assegnazione.
  • il saldo è zero o negativo. I soldi quindi non vengono bloccati ma qualora si dovessero ricevere bonifici, le somme accreditate, sarebbero pignorate.

Come spiegato, la banca è obbligata a vincolare la cifra oggetto del sequesto aumentata della metà, al netto della somma non pignorabile, ma non è vincolato l’intero conto. Qualora ci siano somme in eccesso, queste sono a disposizione del correntista. Se il conto corrente è cointestato, ad esempio tra marito e moglie, e il pignoramento riguarda uno dei due coniugi, la metà della somma versata è comunque a disposizione dell’altro coniuge e non può essere vincolata, ne dalla banca ne dal Giudice. In più, per effetto della solidarietà attiva, il coniuge pignorato, può fare operazioni sulla metà a disposizione del coniuge non pignorato.

Se il creditore è l'agenzia per la riscossione delle entrate, la legge (DPR 602/1973) prevede che l’agente di riscossione per l’Agenzia delle Entrate possa notificare direttamente alla banca un ordine di pagamento, senza nessun ordine di assegnazione del Giudice. In questo caso la banca ha sessanta giorni di tempo per ottemperare alla richiesta, sempre rispettando i limiti di legge già descritti sopra, riguardanti il minimo impignorabile. Se la banca non rispetta i tempi, allora l'agenzia di riscossione può avviare la procedura di pignoramento conto corrente.