Dmitriy Vlasov, Portfolio Manager di East Capital, spiega che la Cina ha dichiarato guerra al coronavirus ormai due mesi fa, ed è stata piuttosto efficiente nel contenimento di questa crisi ma tutto questo avrà un costo economico. Sostanzialmente il Paese ha chiuso l’attività economica per diverse settimane e ora possiamo iniziare ad avere un’idea del danno economico riportato. I dati sull’attività economica di gennaio e febbraio sono pessimi. Le vendite al dettaglio, fino a questo momento il fiore all’occhiello del Paese, hanno subito un crollo pari al 24%, la produzione industriale è in calo del 15% circa. Peraltro, l’anno si era aperto su note ben più positive con la firma del trattato di Fase Uno, tanto che diversi analisti avevano rivisto al rialzo le stime per la crescita dell’economia cinese oltre il 6%, ma visti i recenti sviluppi è complicato formulare dei numeri per fine anno. Le nuove stime degli analisti potrebbero vedere il trimestre in calo del 5% o più, a seconda della ripresa economica in marzo. Per l’intero anno la crescita potrebbe aggirarsi intorno all’1-3%, un serio decremento rispetto alle aspettative iniziali.

Tuttavia, le buone notizie sono che l’economia dell’ex Celeste Impero sta tornando in carreggiata: a febbraio, sono state prese tutte le cautele del caso e sono stati applicati protocolli per affrontare l’epidemia uniti a numerose misure per la gestione del ritorno della forza lavoro presso i centri industriali costieri. L’attività economica non è ancora giunta alla totale normalità ma è stata quasi ripristinata per il 90%; restano indietro le piccole imprese - intorno a un 60% - ma auspicabilmente con la fine di marzo il processo dovrebbe giungere a completamento, stando ai dati delle autorità locali. Sul fronte delle multinazionali, è positivo osservare che FedEx riferisce che l’attività merci è vicina alla normalità e Starbucks, che aveva dovuto chiudere gran parte degli store, ha resa nota l’apertura del 90% del proprio perimetro.

L’interruzione della produzione è stata la prima ricaduta sul piano economico emersa allo scoppio dell’epidemia, ed è stata pressoché risolta, ma è sul fronte della domanda che si gioca la partita più difficile con il ripristino della fiducia per un ritorno dei consumi da parte delle famiglie e delle imprese - spiega Dmitriy Vlasov -. Questo è il focus delle misure messe in campo da Pechino. Infatti la domanda locale ha registrato una ripresa, ma il dato globale resta una grande incognita, che si ripercuoterà sulle tempistiche di questo ritorno alla normalità.

In Cina, le autorità hanno iniettato importanti livelli di liquidità alla riapertura in seguito alle vacanze per i festeggiamenti del primo giorno dell’Anno del Topo. La politica fiscale è lo strumento a cui Pechino dovrà dare priorità. Non sembra essere in programma un drastico taglio dei costi di finanziamento, in quanto l’inflazione, come il livello di indebitamento, era ancora molto elevata in febbraio. Attualmente, la varietà di piccole manovre sul piano fiscale in essere è pari all’1,2% del Pil e, grazie al peculiare spazio di manovra del sistema cinese, le attese sono di un incremento al 2% da impiegare in infrastrutture e sanità. Dunque, la Cina sarà relativamente rapida nel fornire sostegno a settori strategici, quali il real estate e i consumi.

Il mercato finanziario ha risposto con un’importante attività di origine locale. Prima del crollo dell’apertura al rientro dal Capodanno, ma anche l’anno scorso in vista dell’inclusione nell’indice MSCI, gli investitori esteri erano molto attivi sul lato degli acquisti. Poi hanno adottato un atteggiamento più neutro. I volumi di mercato, con una media pari a circa 60 miliardi di dollari al giorno, a metà febbraio si sono impennati a 200 miliardi di dollari al giorno, quasi ai massimi dell’inizio del 2016. Dunque, il mercato è relativamente in buone condizioni poiché gli investitori locali sono piuttosto fiduciosi che la Cina sarà in grado di contenere il virus e che l’economia riceva un adeguato sostegno. Questa è la principale differenza con la reazione dei mercati in Europa, per esempio. Naturalmente la volatilità si fa sentire ma resta gestibile. Peraltro, l’universo delle A-share è popolare agli investitori al dettaglio. L’Asia sta innegabilmente attraversando un periodo difficile, ma questo non riguarda tale asset class che sta dando prova di una buona tenuta a questo contesto. Basti pensare che il 2018, o anche il 2015, sono stati dei momenti molto più difficili e ora la pressione nei mercati non è di questa portata.

Inoltre, il mercato delle A-share presenta una bassa correlazione rispetto agli altri indici e una considerevole diversificazione – una proprietà poco enfatizzata in precedenza - spiega Dmitriy Vlasov -. E la relativa esigua presenza degli investitori globali, pari a circa il 3%, fornisce resilienza a questa asset class. Sul piano delle valutazioni, a metà febbraio molte società hanno dichiarato che avrebbero subito l’impatto del virus ma vale la pena di sottolineare che nessuna ha rivisto i target annuali. Tuttavia, considerati gli ultimi sviluppi a livello globale, è immaginabile una revisione al ribasso anche se non così invasiva, mentre restano da considerare i fattori dati dal cambiamento strutturale in termini di apertura dei mercati dei capitali ma soprattutto dati dal lungo e complesso processo di riforma interno.